Impressioni da Bayreuth – Parsifal

Foto ©Bayreuther Festspiele/Enrico Nawrath

Dopo la mezza delusione di un Tristan und Isolde tenuto in piedi solo dalla magnifica direzione di Christian Thielemann, il Parsifal visto il giorno dopo ha ridato un senso alla mia visita a Bayreuth. Del resto, lo scopo principale del mio viaggio era proprio quello di riascoltare l’ ultimo capolavoro di Richard Wagner nella sala per cui è stato concepito. Per chi ama il Parsifal come lo amo io, assistere alla sua rappresentazione nel teatro dove fu eseguito per la prima volta costituisce un’ esperienza unica, che difficilmente si può descrivere a parole. L’ acustica particolare del Festspielhaus consente di percepire dettagli e impasti strumentali ben difficilmente avvertibili in altri teatri di tipo tradizionale, in quanto la particolare veste strumentale concepita dal musicista in funzione delle caratteristiche della sala tende a realizzare un suono complessivo che solo in questo teatro si espande con naturalezza . Forse Wagner aveva ragione nel pretendere che l’ esecuzione dell’ opera fosse riservata in esclusiva al Bayreuther Festspiele, come effettivamente avvenne fino al 1913 con l’ eccezione di alcune recite al Metropolitan. In ogni caso, le esecuzioni del Parsifal a Bayreuth hanno sempre goduto di una cura particolare nell’ allestimento di un lavoro che è quasi il simbolo vero e proprio del festival insieme al Ring des Nibelungen. Parlando dello spettacolo in esame, posso dire nel complesso di essere uscito dal Festspielhaus pienamente soddisfatto dall’ aver assistito a una produzione che mi è sembrata pienamente all’ altezza delle migliori tradizioni bayreuthiane. Il merito di ciò va attribuito in egual misura a un direttore esperto e competente, a una compagnia di canto finalmente degna delle esigenze richieste da un festival internazionale e a un regista che prima di tutto si è preoccupato di concepire un racconto scenico e di esporlo in maniera coerente.

Foto ©Bayreuther Festspiele/Enrico Nawrath

Iniziamo proprio dalla messinscena. Uwe Eric Laufenberg sceglie di ambientare la vicenda in un monastero cristiano mediorientale dove vive una comunità di perseguitati che nelle loro cerimonie si dedicano a rivivere il rito della Passione, mentre l’ atto di Klingsor si svolge in una sorta di hammam dove regna un uomo ossessionato dal simbolo della Croce e popolato da fanciulle che all’ arrivo di Parsifal si spogliano del niqab e restano in abbigliamento da danzatrici Hawzi per la scena della seduzione di Parsifal. Nel terzo atto la natura invade gli ambienti del monastero per poi manifestarsi in tutto il suo influsso durante il Karfreitagszauber in cui alcune ragazze ballano nude sotto lo scrosciare di una pioggia rigeneratrice. Bellissima, a mio avviso, la scena finale in cui il senso della vicenda intesa come un percorso di emancipazione dai vincoli delle credenze religiose si evidenzia pienamente quando tutti depongono nella bara di Titurel i simboli delle varie fedi. Erlösung dem Erlöser sono le ultime parole del testo e la messinscena rendeva bene il senso della vicenda in cui Wagner ha rappresentato se stesso come artista che in cerca di se stesso, della sua identità e della sua missione, ha inizialmente vagato per il mondo incontrandovi la religione degradata e l’ arte corrotta e che finalmente, proprio mentre è sul punto di cadere irretito dalle lusinghe della falsa arte, prova quella compassione (Durch Mitleid wissend, der reine Tor) a cui segue il trionfo della riconquistata conoscenza e dell’ elevazione spirituale, prodotte dall’ autentica espressione artistica che si sostituisce alla religione. Laufenberg racconta la storia, impaginata nelle eleganti scene di Gisbert Jäkel splendidamente valorizzate da quell’ autentico mago delle luci che è Reinhard Traub, in maniera coerente e con notevole gusto. Ne viene fuori uno spettacolo per me di grande efficacia, in cui le uniche cadute di stile sono costituite dal modo sbrigativo con cui la regia ha risolto la Verwandlungsmusik nel primo e terzo atto, accompagnata da videoproiezioni abbastanza banali. Questo non inficia il mio giudizio comunque ampiamente positivo su una messinscena che io ho trovato logica nell’ impostazione e pienamente rispettosa dei valori drammaturgici originali.

Foto ©Bayreuther Festspiele/Enrico Nawrath

Per quanto riguarda la parte musicale, da lodare senza riserve la prova di Hartmut Haenchen, settantaquattrenne direttore che di Wagner si è occupato anche come saggista e che ha dato una lettura orchestrale di altissimo livello complessivo. A partire dai colori vividi e caldi delle note iniziali che si snodano lungo il percorso dell’ accordo di la bemolle maggiore, Haenchen sottolinea con cura tutti i dettagli dinamici nell’ ambito di tempi tendenzialmente abbastanza stretti e marca molto bene il passo teatrale dell’ esecuzione. L’ intepretazione del direttore sassone è di taglio tradizionale, ricca di buon senso e respiro teatrale oltre che di equilibrio nel fraseggio. Una prestazione di notevole livello, perfettamente realizzata da un’ orchestra davvero in stato di grazia e dallo splendido coro diretto da Eberhard Friedrich che si è imposto come vero coprotagonista della serata.

La compagnia di canto è apparsa ben assortita ed efficace in tutti i ruoli con la parziale eccezione del baritono americano Ryan McKinny, che come Amfortas è apparso abbastanza in difficoltà nei passi di tessitura acuta anche se molto efficace come attore. Subentrando a Klaus Florian Vogt nella parte del protagonista il giovane tenore austriaco Andreas Schager, considerato uno dei cantanti wagneriani più promettenti del momento, ha messo in mostra una voce di timbro pregevole e ben proiettata, sicura in tutti i registri grazie a un metodo di emissione abbastanza rifinito. Non sono sicuro che la vocalità di Schager sia proprio quella di un vero Heldentenor, ma nella tessitura di Parsifal il cantante è sembrato perfettamente a proprio agio e il suo ritratto del protagonista è stato a mio avviso completo e convicente. Eccellente anche la Kundry di Elena Pankratova, prima cantante russa invitata a esibirsi sul palcoscenico di Bayreuth. La voce è robusta e timbricamente importante, perfettamente a suo agio nella vocalità davvero impervia del ruolo e il fraseggio è davvero di ottima classe. Splendido sotto tutti i punti di vista il Gurnemanz di Georg Zeppenfeld, dotato di una vera voce di basso calda e pastosa, di una carismatica presenza scenica e di grande personalità interpretativa. Sicuramente una tra le migliori interpretazioni mai ascoltate di questo ruolo lungo e difficile. Molto buono il Titurel di Karl-Heinz Lehner così come il nuovo Klingsor di Derek Welton, vocalmente molto pregevole dal punto di vista timbrico. Ottime anche tutte le parti di fianco. Tirando le somme, uno spettacolo che da solo valeva il viaggio e al quale il pubblico ha tributato un vero e proprio trionfo. Io tornerò a rivederlo il prossimo anno e consiglio a chi può di fare altrettanto. Ne vale davvero la pena.

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