Impressioni da Bayreuth – Tristan und Isolde

Foto ©Bayreuther Festspiele/Enrico Nawrath

Dopo tredici anni di assenza, quest’ estate ho deciso di tornare al Bayreuther Festspiele approfittando della relativa facilità offerta dal nuovo sistema di prenotazione online per procurarsi i biglietti. Una visita al festival fondato dal Maestro è pressoché un obbligo per chi come me ama profondamente la musica di Wagner e dopo tutti gli anni trascorsi dall’ ultima volta che ero stato a Bayreuth ho provato di nuovo l’ emozione di salire la Grüne Hügel vedendo la sagoma del Festspielhaus che si svela poco a poco in mezzo a un parco splendido e curato con una precisione davvero maniacale. È una sensazione che assale in modo intenso anche chi è già stato da queste parti e che, insieme alle fanfare con cui dalla terrazza viene annunciato l’ inizio di ogni atto della recita, predispone in maniera davvero unica all’ entrata nel teatro ideato da Wagner come sede ideale per la rappresentazione delle sue opere. Se e come quanto si ascolta corrisponda alle premesse, dipende. Dagli ascolti radiofonici delle produzioni messe in scena a Bayreuth negli ultimi anni avevo ricavato l’ impressione di una qualità complessiva abbastanza altalenante. Certamente il Bayreuther Festspiele può sempre contare su complessi orchestrali e corali di qualità assolutamente eccelsa, valorizzati al massimo dall’ acustica assolutamente straordinaria del teatro che consente di cogliere tutti i minimi particolari della dinamica. Molto da dire ci sarebbe invece sulle scelte nella formazione dei cast e sull’ impostazione registica degli spettacoli. Due fattori che nella fattispecie hanno particolarmente penalizzato l’ esecuzione del Tristan und Isolde, prima delle due serate a cui io ho assistito.

Sinceramente parlando, io davvero non ho capito che Konzept stesse alla base delle scelte registiche effettuate da Katharina Wagner, ammesso e non concesso che ce ne fosse uno. “Poche idee e confuse” sembrava il motto di questa regia che si risolve in una serie di insensatezze rimarchevoli. Al posto della nave, nel primo atto vediamo uno stanzone buio riempito con una struttura composta da una serie di scale sconnesse (forse il messaggio era “Ricordate o amanti, la vita è fatta a scale: c’ è chi scende e c’ è chi sale…) con tutti i personaggi sempre in scena. Isolde e Tristan, prima di versarsi il Liebestrank sulle mani invece di berlo, si producono in una serie di scazzottate da film poliziesco di quart’ ordine. Il secondo atto, ambientato nel cortile triangolare di una specie di carcere illuminato dall’ alto tramite fari manovrati da guardie che assistono a tutto lo svolgersi della vicenda, avrebbe anche potuto essere interessante. Solo che tutto questo col Tristan und Isolde di Wagner non c’ entra proprio per niente, esattamente come l’ idea di stravolgere la dolente umanità di Marke e la sua sofferenza di fronte al tradimento dell’ amico, così meravigliosamente espresse dal suo monologo, vestendolo con l’ immancabile cappottone (vero e proprio simbolo del Regietheater) e un cappello Borsalino stile capomafia. Del resto Tristan, accoltellato alle spalle, nel terzo atto sembra godere di una discreta salute visto che, dopo essere stato vegliato da quattro persone sedute con un lumino votivo fra le gambe, si mette a passeggiare per la scena mentre davanti a lui appaiono una serie di triangoli luminosi contenenti ragazze abbigliate come Isolde. Il massimo del comico involontario si raggiungeva comunque nella scena finale. Per Katharina Wagner infatti non esiste alcuna Liebestod visto che Isolde, dopo aver concluso la sua trenodia sul cadavere dell’ innamorato, viene trascinata rudemente fuori di scena da un König Marke che secondo me sembra quasi voler dire: “Bene, ci siamo divertiti abbastanza. Adesso andiamo a casa che c’ è da preparare la cena e mettere a letto i bambini”. Cosa fosse il significato di questo guazzabuglio io non lo so e neppure mi interessa saperlo, come dico sempre di fronte a simili insensatezze sceniche. Non sono un passatista a oltranza e ritengo che tutto si possa accettare in una messinscena a patto che dietro ci siano una logica nelle scelte e una storia da raccontare. Qui non c’ erano nè l’ una nè l’ altra e per quanto mi riguarda il discorso si chiude qui.

Foto ©Bayreuther Festspiele/Enrico Nawrath

Anche dal punto di vista dell’ esecuzione vocale non mancavano i motivi di perplessità ascoltando un cast che, detto con la massima sincerità, era di un livello complessivo degno al massimo di teatri come Erfurt o Braunschweig, non certo di un festival il cui scopo dovrebbe essere quello di proporre modelli esecutivi di riferimento. Non spenderò molte parole a descrivere la prova infima fornita da quasi tutti i cantanti, perché non ne vale davvero la pena. Petra Lang e Stephen Gould hanno cantato i due ruoli principali con voci ingolate, forzatissime e a tratti confinanti nel vero e proprio urlo in zona acuta a causa di una tecnica di emissione completamente campata in aria. Di una mediocrità assoluta anche la Brangäne di Christa Mayer e il Kurwenal di Iain Paterson, rimaneva il solo Renè Pape come König Marke a offrire qualche sprazzo di buon canto e una lodevole intensità commossa di fraseggio nel monologo.

In una situazione del genere, toccava a Christian Thielemann il gravoso compito di difendere da solo le ragioni della musica e il direttore berlinese ha fatto davvero del suo meglio in questo senso, salvando praticamente con le sue forze e le sue straordinarie doti di musicista l’ esito della serata. Una direzione di altissima qualità, sicuramente tra le migliori da me ascoltate in quest’ opera. Thielemann sceglie tempi complessivamente abbastanza stretti e a partire dalle modulazioni mai risolte in tonica che seguono gli accordi iniziali, imprime all’ esecuzione un passo teatrale serratissimo, intenso e davvero avvincente nella sua ininterrotta tensione narrativa. Assolutamente squisita poi la bellezza di certi impasti strumentali, come la cura raffinatissima della dinamica e il suono orchestrale davvero di una bellezza da togliere il fiato. Bastava e avanzava tutto questo, per uscire soddisfatti dal teatro? Sì e no. Thielemann ha certamente confermato con questa interpretazione di essere uno tra gli interpreti wagneriani di riferimento nella nostra epoca e l’ ascolto della sua orchestra valeva sicuramente il viaggio. Ma un direttore, per quanto grande sia, non è sufficiente da solo a darci una grande esecuzione operistica. Neppure in Wagner.

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