Antonio Juvarra – I giri di giostra del luna park vocale

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Dopo la pausa estiva, Antonio Juvarra riprende la sua consueta rubrica di inizio mese. Un caloroso “bentornato” ad Antonio e buona lettura a tutti quelli che seguono regolarmente i suoi post.

I GIRI DI GIOSTRA DEL LUNA PARK VOCALE

Nel canto esiste LA tecnica vocale ed esistono le fantatecniche vocali. Che cos’è una fantatecnica vocale? È qualcosa ricavato da idee fantasiose sulle cause che creano un certo fenomeno. In pratica, come se qualcuno, avendo visto la luna specchiarsi in un pozzo, elaborasse una tecnica per ‘ripescarla’ dal pozzo, oppure fosse seriamente convinto che la “fata morgana” è la modalità con cui le navi volano. L’ idea che cantando occorra “girare il suono” appartiene appunto alla categoria delle idee fantasiose di cui sopra, ed è anche l’ idea che più spesso e disinvoltamente viene spacciata per tecnica vocale. Fa eccezione il caso in cui essa si riferisca all’ attuazione del passaggio al registro acuto delle voci maschili, in quanto giustificata dal fatto obiettivo e tangibile del basculamento della cartilagine tiroidea, che interviene appunto durante il passaggio di registro. In tutti gli altri casi, invece, cioè quelli in cui si fa riferimento a fantomatiche predisposizioni della forma dello spazio di risonanza della voce da attuare, soprattutto in corrispondenza della zona medio-acuta e acuta della voce, il concetto di ‘giro’ è completamente scollegato dalla realtà e include in sé tutte le grottesche manovre meccanicistiche, elaborate dalla foniatria a partire dagli anni Trenta dell’ Ottocento: dall’innalzamento diretto del palato molle, alla creazione della ‘cupola’ del suono, all’ innalzamento dell’arcata zigomatica, alla direzione immaginaria del suono ‘verso la ‘maschera’, da cui appunto la ‘necessità’ di farlo ‘girare’ in avanti, una volta arrivato all’ altezza del palato molle.

Questo secondo significato del termine ‘girare’ (che è il più diffuso) si inscrive dunque in una didattica vocale e in una fisica acustica, che potremmo definire ingenue o, più sarcasticamente, ‘comico-fantascientifiche’. Il suono infatti non è una pallina da ping-pong o da flipper, che si possa mandare in direzioni prestabilite usando il palato molle come racchetta o come aletta, e neppure è qualcosa che si possa ‘proiettare’ su uno schermo frontale, chiamato ‘maschera’. Nel momento in cui un suono nasce, non si deve immaginare che esso parta dalla laringe, salga e, grazie a un opportuno ‘giro’, ‘salti’ il ‘terreno minato’ della Gola per arrivare finalmente sano e salvo alla meta, rappresentata o dal palato duro o dalla ‘maschera’ o dalla dimensione cosiddetta ‘fuori’. Niente di tutto questo avviene nella realtà, che, non dimentichiamo, è una realtà acustica. Infatti, essendo il suono un’espansione a 360° di onde concentriche, esso deve essere concepito come qualcosa che è immediatamente e contemporaneamente ovunque, anche se i suoi RIFLESSI sensoriali possono corrispondere a localizzazioni di diverso tipo. Questo è il motivo per cui gli antichi NON parlavano della voce cantata come di qualcosa che si ‘proietta’ (che è il moderno eufemismo scientifico per indicare il suono spinto), ma ne parlavano come di qualcosa che, appunto, si ‘espande’ e questa espansione non porterà a un suono ‘sguaiato’ e ‘aperto’ in senso negativo (conseguenza del fatto di usare solo o prevalentemente la cavità di risonanza della bocca e non anche quella della gola), ma porterà invece a quello che i belcantisti chiamavano ‘voce spiegata’ (conseguenza della fusione sinergica delle DUE cavità di risonanza), solo se si saranno create le condizioni per l’AUTOGENESI del ‘nucleo’ del suono e per la creazione (anch’essa autogena) dello spazio ampio che avvolge questo nucleo senza mai ingrossarlo. Per quanto riguarda la percezione sensoriale (che è quella con cui si crea il canto), anche se il suono effettivamente nasce nella laringe, ai fini dell’ apprendimento del canto esso deve essere concepito NON come qualcosa che parte dalle corde vocali e poi arriva alle cavità di risonanza (che è solo un’ astrazione scientifica deleteria), ma come qualcosa che è GIÀ nelle cavità di risonanza. Analogamente nella vita di ogni giorno la luce del sole è percepita e concepita come qualcosa che è già sui vari oggetti e luoghi che illumina, e non come qualcosa che in realtà impiega otto minuti per arrivare dal Sole alla Terra.

Volendo indagare un po’ più a fondo il fenomeno, ben presto si scopre che l’ operazione fantomatica del “girare il suono”, da alcuni spacciata per tecnica vocale e da altri addirittura denominata (seriamente) “giro vocal motion technique” (sic), è una chimera nel senso etimologico e letterale del termine. Essa infatti non è altro che il risultato della commistione di due elementi eterogenei: un elemento obiettivo (il movimento del respiro che, come un’ onda, prima sale e poi scende) e un elemento illusorio, quello ‘direzionale’ del suono, che, partendo dalla laringe, avrebbe come meta la ‘maschera’ (da cui la necessità di salire fino all’ultimo ‘piano’ per poi ‘girare’ e ‘imboccare’, appunto, l’ uscita). La natura fantastica di una simile concezione emerge subito chiaramente, se solo pensiamo che, una volta nato, in realtà il suono è già centinaia di metri più in alto e più avanti della ‘striscia d’aria’ che esce dalla nostra bocca e sulla quale immaginiamo che esso ‘viaggi’. Ne consegue che l’ idea del ‘giro’ e della ‘proiezione’ ha rapporto col fenomeno reale come i fari colorati hanno rapporto con l’ arcobaleno. Occorre insomma convincersi che non si tratta di spostarsi o di mandare il suono da nessuna parte, ma di rimanere tranquillamente dove si è, sapendo che è il giusto accordo dinamico tra movimenti articolatori e spazio della gola aperta che metterà la voce nelle condizioni di auto-sintonizzarsi perfettamente (come fa un’ autoradio), generando poi le illusioni percettive della ‘proiezione’ e del ‘giro’.

Da dove è nata allora l’ idea del ‘giro del suono’, che è totalmente assente nei trattati del belcanto? La risposta più probabile è la seguente: una volta che, con la nascita dell’ idolatria del suono ‘avanti’, la gola è diventata uno spazio tabù, impraticabile, l’ idea di ‘girare il suono’ è l’ escamotage, simile al gioco delle tre carte, che qualcuno si è inventato per aprire la gola (e impedire quindi lo schiacciamento del suono), illudendosi così di non aver ‘contaminato’ il suono con la gola, ma di averlo portato in salvo nell’ Eldorado vocale della ‘maschera facciale’. In realtà, se si crede all’ illusione del suono da ‘girare’, ciò che si otterrà non è la creazione della giusta forma dello spazio di risonanza o la magica ‘proiezione’ del suono (secondo le utopie di molti ‘esperti’) ma, molto più miseramente, la perdita del contatto con la base respiratoria, cioè dell’ appoggio, e l’ allontanamento verso la periferia del fenomeno, cioè la distorsione acustica. In sostanza è come se l’ ampliamento della circonferenza di un cerchio fosse realizzato spostando in alto, in basso o lateralmente il centro del cerchio. Quel centro è la nostra coscienza fonatoria, che non si sposta da nessuna parte e non deve né raggiungere né proiettare alcunché. Esattamente come succede quando parliamo.

In effetti la credenza nella chimera del ‘giro vocale’ sfocia paradossalmente nell’ impossibilità non solo di sintonizzare perfettamente il suono, ma anche di creare il vero spazio che rende possibile la risonanza libera del canto di alto livello. Questo perché l’ attuazione del ‘giro’ è strettamente collegata con l’ utopia foniatrica del poter predeterminare con esattezza la giusta forma dello spazio di risonanza ricorrendo a manovre muscolari dirette e localizzate come l’ innalzamento del palato molle e l’ abbassamento della laringe.
IL RISULTATO DI QUESTE MANOVRE GROSSOLANE (IN QUANTO MECCANICHE) È L’ INIBIZIONE DI QUEI MICROMOVIMENTI ARTICOLATORI NATURALI, IL RISPETTO DEI QUALI E’ LA CONDIZIONE DELLA PERFETTA SINTONIZZAZIONE DEL SUONO E DELLA RISONANZA LIBERA.

Al giorno d’ oggi l’ utopia foniatrica dell’ abbassamento diretto della laringe, dopo i disastri vocali che ha provocato nell’ arco di più di un secolo, è stata abbandonata dai suoi ideatori foniatrici (ovviamente e come al solito, facendo finta di nulla) e quindi per fortuna sta tramontando. A crederci ancora rimane solo uno sparuto gruppo di ‘affondisti’ irriducibili, che ricordano un po’ i ‘soldati fantasma’ giapponesi, cioè quei soldati che negli anni Cinquanta del Novecento continuarono a combattere anche dopo che la guerra era finita. Se la fissazione dell’ abbassamento diretto della laringe sta scomparendo, in compenso ancora imperversa l’ idiozia simmetrica (anch’essa di origine foniatrica) dell’ innalzamento diretto del palato molle, come mezzo per ‘preformare’ lo spazio di risonanza. A questo proposito le menti ‘scientifiche’ dei foniatrizzati del canto dovrebbero fare uno sforzo per capire (e accettare) un fatto: la mente razionale non è in grado di predeterminare esattamente la forma dello spazio di risonanza della voce, tanto meno ricorrendo a manovre rozze come quelle del ‘giro’ e dell’innalzamento diretto del palato molle. Ciò che quindi in realtà deve fare il vero cantante, non è predeterminare direttamente la forma dello spazio di risonanza (che è solo una disastrosa utopia, portata ai suoi vertici comico-surreali da Jo Estill col suo ‘voicecraft’), ma è CREARE UNA SPAZIOSITA’ INDETERMINATA E ‘ONNIPOTENZIALE’, RESA POSSIBILE DA UN ATTO PRELIMINARE DI DISTENSIONE, CHE COINCIDE CON L’ INSPIRAZIONE. E’ sulla base di questo gesto di ‘disponibilità, di questo ‘affidarsi’, che poi la MENTE SUBCONSCIA creerà in automatico la forma esatta dello spazio di risonanza in rapporto alle varie vocali ed altezze tonali, realizzate per CONCEPIMENTO MENTALE immediato e non per controllo meccanico-muscolare diretto.

Tra i sognatori del ‘giro vocale’ c’ è in fine anche chi, per facilitarlo, ha suggerito l’ idea ruspante del ‘vomito’ (sic). In questo modo è riuscito a porsi allo stesso livello intellettuale di un altro ignoto ‘poeta’ del canto, che invece ha pensato bene di associare l’ appoggio alla defecazione. Come si possa contemporaneamente ‘vomitare’ per ‘mandare il suono in maschera’, previo opportuno ‘giro’, e ‘defecare’ per ‘appoggiare’ la voce, rimane uno dei misteri più tragicomici della moderna didattica vocale da luna park.

Antonio Juvarra

Pubblicato da

mozart2006

Teacher, freelance musical journalist and blogger

2 pensieri su “Antonio Juvarra – I giri di giostra del luna park vocale”

  1. Caro Tullio, a giudicare da come canta questo pregevolissimo tenore all’italiana, direi che sei stato molto fortunato a studiare con lui! Un caro saluto

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