Christian Ferras

“Son génie, c’ est le pressentiment du jeu de l’ autre.”
Herbert Von Karajan

Christian Ferras, grande artista la cui carriera fu spezzata da un destino tragico,  è stato uno dei più grandi violinisti del XX secolo e uno degli esponenti più rappresentativi della scuola violinistica francese. Per inquadrare le sue origini artistiche, vale la pena di dedicare innanzi tutto alcune righe alle origini e agli sviluppi di questo movimento.

Le sue origini risalgono allo storico ensemble dei “Vingt-quatre Violons du roi”, fondato da Luigi XIII e portato alla fama internazionale durante il regno del suo successore Luigi XIV, grazie al lavoro di Jean Baptiste Lully. Sviluppatasi dal punto di vista tecnico grazie allo studio delle opere dei grandi violinisti italiani del Settecento come Corelli, Vivaldi, Locatelli e Giovanni Battista Viotti, la scuola violinistica francese acquisì uno stile proprio a partire da Jean Marie Leclair. Quando venne fondato il Conservatoire de Musique di Parigi, nel 1795, i primi professori di violino furono Pierre Rode, Rudolphe Kreutzer (allievo di Stamitz e apprezzatissimo da Beethoven, che gli dedicò la celebre Sonata op. 47) e Pierre Baillot. Questi tre musicisti misero a punto e pubblicarono il Méthode de violon du Conservatoire, che fu la base della didattica violinistica francese negli anni successivi. Gli sviluppi nel corso del XIX furono determinati dalle innovazioni tecniche apportate grazie all’ influsso di Niccolò Paganini e dagli intensi contatti e scambi didattici tra i Conservatori di Parigi, Liége e Bruxelles, tanto che molti musicologi parlano di scuola franco-belga. In queste città lavorarono docenti del livello di Charles-Auguste de Bériot (il marito della grande cantante Maria Malibran), Charles Dancla, Jacques Féréol Mazas, Henri Vieuxtemps, Lambert Massart, François Prume, Hubert Léonard, Martin Marsick, il polacco Henryk Wieniawski, i belgi Ovide Musin, César Thomson ed Eugène Ysaÿe. Da questa scuola uscirono i grandi virtuosi del XX secolo, tra i quali i nomi più illustri da citare sono quelli di Jacques Thibaud, Alfred Loewenguth, Ginette Neveu, Zino Francescatti, Arthur Grumiaux, Christian Ferras. Yehudi Menuhin (che studiò a Parigi dirante la sua giovinezza, come da lui stesso raccontato nella sua autobiografia), Isaac Stern, Pinchas Zukerman, Itzhak Perlman, oltre a moltissimi solisti stranieri che hanno intrattenuto rapporti con questa scuola.

Veniamo adesso a parlare di Christian Ferras, uno dei musicisti le cui incisioni discografiche mi hanno fatto sviluppare quella passione per il violino che mi ha accompagnato per tutta la mia vita di ascoltatore. Nato a Touquet-Paris-Plage il 17 giugno 1933, terzo figlio di un albergatore che in gioventù aveva studiato violino con un insegnante rinomato come Marcel Chailley, iniziò a suonare all’ età di sette anni e e l’ anno successivo fu ammesso al Conservatorio di Nizza, dove nel maggio 1944 ottenne il 1er Prix d’ Excellence de violon. Pochi mesi più tardi, dopo aver raggiunto Parigi con un viaggio drammatico attraverso la Francia occupata dai nazisti, entrò al Conservatoire national supérieur de musique dove nel 1946 riportò il 1er Prix de violon, congeritogli all’ unanimità insieme alla Première médaille de musique de chambre. In quella circostanza ricevette le congratulazioni da parte di Jacques Thibaud, la leggenda vivente del violinismo francese, che su una foto scattata insieme al giovanissimo talento appose questa splendida dedica: “A Christian auquel je crois, à mon vieux collègue“.

Nell’ ottobre dello stesso anno, Christian Ferras debuttava trionfalmente a Parigi, suonando la Symphonie Espagnole di Lalo con l’ Orchestre Pasdeloup diretta da Albert Wolff e nel 1947 iniziava a perfezionarsi con il grande compositore George Enescu. Nel maggio 1948, la giuria del Concours international de Scheveningen, presieduta da  Yehudi Menuhin, decretava due vincitori del Premier Prix. Uno era  Christian Ferras, il più giovane dei partecipanti, l’ altro Michel Schwalbé, che successivamente divenne primo violino dell’ Orchestre de la Suisse Romande di Ernest Ansermet e fu poi chiamato da Herbert von Karajan ad assumere il posto di Konzertmeister dei Berliner Philharmoniker. In quella occasione, Ferras fece conoscenza col pianista Pierre Berbizet, di undici anni più anziano di lui, che divenne il suo partner concertistico stabile negli anni successivi. La consacrazione definitiva del giovanissimo talento avvenne nel 1949, quando Christian Ferras partecipò al prestigioso Concours international Marguerite-Long-Jacques-Thibaud, in cui ottenne il secondo premio (il primo non venne assegnato). Il suo debutto internazionale avvenne nel novembre del 1951 quando Karl Böhm lo invitò per eseguire il concerto di Beethoven insieme ai Berliner Philharmoniker e divenne immediatamente serratissima, con tournées in tutto il mondo. Ulteriori impulsi al successo del violinista francese furono determinati dal grande successo del suo disco del Concerto di Brahms registrato con Carl Schuricht per la DECCA e dall’ incontro con Herbert von Karajan, che lo volle interprete dello stesso brano insieme ai Wiener Philharmoniker, nel 1956. Col grande maestro austriaco Christian Ferras intrattenne una intensissima collaborazione, culminata nella splendida serie di incisioni dei Concerti di Bach, Beethoven, Tchaikowsky, Sibelius e Brahms, realizzate a Berlino nel 1964 per la DG, autentici gioielli della discografia violinistica. Il grande critico francese Bernard Gavoty ha scritto a proposito di queste registrazioni:

1946. En culottes courtes, un garçon de treize ans obtient le 1er prix de violon au Conservatoire de Paris. Il interprète le premier mouvement du Concerto de Brahms avec une aisance et une autorité rarement acquises à cet âge. Guère de mérite à lui prédire un avenir exceptionnel. N’a-t-il pas un présent et, déjà, un passé?, L’année précédente, il a cueilli d’emblée, comme sans effort, à la pointe de son archet, un prix de musique de chambre dans la classe de Joseph Calvet : cela ne s’est jamais vu. D’où vient l’enfant prodige ? Du Touquet, où il est né, en 1933. Un jour, son père lui a mis entre les mains un ” trois-quarts ” aussitôt adopté comme un jouet. Né violoniste : c’est son horoscope.

1952. Georges Enesco félicite le jeune homme, devenu son élève, d’avoir joué sa 3ème Sonate dans le style populaire roumain, ” comme s’il l’avait écrite “. L’instant d’après, il le remet dans les durs brancards du travail, et lui transmet certain ferment d’inquiétude qui lui fera rechercher sans trêve un phrasé meilleur, une sonorité plus persuasive, une conception plus exigeante.

1964. Christian Ferras enregistre pour la Deutsche Grammophon Gesellschaft le Concerto de Brahms avec l’Orchestre Philharmonique de Berlin, sous la direction d’Herbert von Karajan. Entre le soliste et le chef, l’étincelle d’une émotion commune a jailli, Karajan a enfin trouvé ce que, depuis longtemps, il cherchait en vain : une exactitude sensible, un jeu limpide, mais profond – ce ” mystère en pleine lumière ” chanté par Barrès. Tour à tour, les Concertos de Sibelius, de Beethoven et de Tchaïkowsky sont gravés dans un pareil élan de communion artistique. Beaucoup de confrères envient Christian Ferras d’ être le violoniste préféré de Karajan. Sur une photographie, j’ ai déchiffré, dans un lacis de hautaines pattes de mouche une dédicace qui met un sceau royal sur la carrière de Ferras : ” En admiration pour la merveilleuse collaboration, Herbert von Karajan ”

Il faut craindre l’inflation verbale, autant que la timidité. Pesant les inconvénients de l’ une et de l’ autre, je n’ hésite pas à ranger Christian Ferras parmi les dix plus grands violonistes de notre temps. Les neuf autres, par égard pour les omis, je ne les citerai pas! Mais Ferras a sa place marquée dans le cœur des figures de proue. Si Oïstrakh est royal et Stern contagieux, si Francescatti a une sonorité de soleil levant, si Menuhin s’auréole à certains jours d’une bonté qui éclipse maintes beautés et relègue tous les exploits, Ferras a pour lui une qualité souveraine : la variété. J’ai peine à croire que le même archet arrache au même violon, fût-il le célèbre “Milanollo”, tantôt les fermes propos de Bach, tantôt les fiévreuses confidences de Schumann – mais aussi bien les volutes séraphiques d’un andante de Mozart et les rudes copeaux d’une pièce de Bartok. Son jeu varié comme l’arc-en-ciel, Ferras le doit à un privilège de sa nature qui est d’être l’homme de la situation, mieux : de toutes les situations. Loin de s’attacher exclusivement aux concertos ” qui rapportent “, il se dévoue le plus volontiers du monde aux ouvrages modernes et, tout autant que le récital, il cultive la musique de chambre. S’ il règne à la tête d’ un orchestre, il brille dans un duo par cet effacement éclatant qui met en relief la vraie discrétion.

Bernard Gavoty

Purtroppo, come nel caso di Samson Francois, vero e proprio genio del pianoforte la cui carriera fu stroncata da problemi analoghi, la depressione latente di cui Ferras soffriva fin dall’ infanzia ebbe come conseguenza una progressiva caduta nell’ alcolismo, che lo costrinse negli anni Settanta a rallentare e poi sospendere del tutto l’ attività concertistica. Nel 1975 il violinista accettò una cattedra di professore al Conservatoire Supérieur di Parigi; fu un incarico che svolse molto onorevolmente e dalla sua scuola uscirono diversi ottimi strumentisti, il migliore dei quali fu Augustine Dumay. Dopo diversi anni di silenzio, dovuti a difficoltà finanziarie e all’ acuirsi dei suoi problemi di salute, Christian Ferras tornò ad esibirsi nel 1982, con un sensazionale trionfo alla Salle Gaveau. Ma questo non fu sufficiente a farlo uscire dalla depressione. Tre settimane dopo il suo ultimo concerto a Vichy, Christian Ferras si suicidò, gettandosi dalla finestra del suo appartamento a Parigi. Così lo ricordava Pierre Barbizet, suo partner pianistico per venticinque anni, in un articolo pubblicato in occasione del quinto anniversario della morte del maestro.

Christian Ferras, mon partenaire.
Pierre Barbizet

Comment ai-je connu Christian Ferras? J’ étais en train de passer un concours, le Concours Marguerite Long où j’ avais obtenu une fois le cinquième prix, une fois le quatrième; c’ était honorable. La deuxième fois, en 1949, je n’ étais pas dans une grande forme. Il y avait un Concerto à deux pianos; pour moi, c’ était le Quatrième Concerto de Beethoven en sol majeur. C’ est Claude Helfer qui m’accompagnait au piano. A cc moment-là, je ne savais pas que Ferras était dans la salle: c’ était encore le petit Christian. J’avais vingt-cinq ans, il en avait quatorze! 11 dit à son père, ce jour de juin 49 : ” Je veux jouer avec lui “. Il n’a eu de cesse de réaliser son rêve.

J’étais professeur à Amiens, sa maman m’a écrit pour que j’y organise un concert pour son fils et moi. Ce que j’ai fait. Le concert était fixé au Conservatoire d’Amiens, en novembre 49, à 15 h. On devait répéter le matin: pas de Ferras! On essaie de lui téléphoner, mais il est introuvable. Je croyais qu’il avait oublié le concert… et je m’apprêtais à. donner un récital de piano. A 15 h 15, il arrive avec sa famille: ils avaient raté le train du matin. Il enlève son pardessus, déplie son violon. Nous commençons par Sonate de Mozart en la majeur, qui est très difficile, surtout comme mise en place. C’était ÇA, nous ne l’avons pas mieux jouée de suite ensemble, on respirait ensemble, c’ était le duo.

Les origines de Ferras? Il a été élevé d’une façon bizarre. Ses parents, hôteliers au Touquet, avaient subi des dommages de guerre. Et, en attendant qu’on reconstruise son hôtel, son père s’était installé dans le Midi, à Nice. Il était dans les assurances, et allait aussi chez les antiquaires. Un jour, il trouve un petit violon chez un antiquaire. Il lui remet des cordes et l’apporte à son fils, malade. Il explique à Christian le maniement d’un violon. Du premier son qu’il en a tiré, son père s’est aperçu qu’il était devant un talent. La première note était belle !

Dès cet âge de six ans, Christian s’ est mis à travailler le violon deux heures par jour. A neuf, il jouait le Concerto de Beethoven à Nice. Il eu un très bon professeur, Bistesi, élève lui-même d’ Eugène Ysaye: soit la grande école franco-belge. Puis, à 13 ans, Ferras est entré au Conservatoire de Paris (chez Calvet) et, à ce moment-là, il faut bien avouer qu’il a commencé à nourrir sa famille. Tout cela avait un coté saltimbanque, comme disait de Liszt la comtesse d’ Agoult. Il se sentait très fier de bien jouer, et il avait sa famille à charge à treize ans! Le résultat est qu’il n’a pas eu de vie d’ enfant, il n’ a pas connu le gaspillage! Il a muri trop vite.

Quand il m’a trouvé, il a connu en moi la littérature: je lui parlais de Goethe, de Shakespeare. Il adorait que je lui parle, en voiture, de théâtre. Très susceptible, il n’aimait quand même pas que je lui fasse des cours! Je l’entraînais dans les musées, à Florence, Venise, Chartres, en Espagne aussi: les Greco de Tolède, du Prado, ces gens “digérés”, comme dit Aldous Huxley dans Along the road. Sur la plage, en vacances, il m’a eu comme partenaire au football. Nous faisions de la culture physique; il était plus robuste que moi, mais je me défendais… Il eu en moi un compagnon de jeu, d’esthétique aussi. Je crois avoir eu un rôle assez bénéfique.

A l’ époque, nous travaillions tous les matins: une heure, trois heures… Nous apprenions par cœur les sonates en voiture, dans les tournées. Chacun apprenait sa partie; si l’un des deux avait un trou de mémoire, l’ autre reprenait. Nous choisissions nos programmes en fonction, presque toujours, de ce qu’on nous demandait. Je me souviens qu’après cette séance mémorable d’Amiens, nous avons dû partir en Espagne. Il souffrait d’un panaris, et j’ai joué à sa place. Nous y sommes revenus, et on nous demandait Brahms, Kreutzer bien sur, que je connaissais bien pour l’avoir travaillée, beaucoup plus jeune, avec ma mère, qui était violoniste. J’ai fait de la musique de chambre depuis l’âge de six ans, alors que Christian n’avait pas eu autant d’occasions.

Nous avons travaillé toutes les grandes sonates du répertoire : l’ intégrale des Sonates de Beethoven, cinq ou six Sonates de Mozart, les trois Sonates de Brahms, les deux Sonates de Fauré, que nous avons enregistré chez Pathé-Marconi… Il y en avait quarante au total.

Les répétitions étaient souvent émaillées de plaisanteries. Un jour, il y avait une dame qui tenait absolument à nous écouter, et ça nous embêtait. Elle se piquait de tout savoir, et nous avons voulu lui jouer un morceau qu’elle ne connaissait pas: nous avons improvisé une sonate. La dame s’ est installée; j’ai commencé quelque chose, et Ferras m’a suivi. C’ était la première fois que nous improvisions; il faut que ce soit organisé, que se dessine un thème, un développement. La dame était très épatée, elle ne connaissait pas cette œuvre. Je lui ai répondu que c’ était la troisième sonate” de Bartok!

Quand on déchiffrait une sonate, Ferras et moi, très souvent on la jouait “à la quelqu’un”. Par exemple, je jouais “à la Kempff’, lui “à la Menuhin”. On faisait des pastiches; et aussi, on travaillait beaucoup seuls. Ce que les élèves n’imaginent pas toujours, c’ est que la musique de chambre consiste il travailler sa partie comme un concerto: la savoir aussi bien que si on devait jouer tout seul. Et il faut savoir aussi bien les parties des autres: à ce moment-là, on est avec chacun. A deux, on est finalement trois parce qu’il y a deux mains et un violon. On est à trois voix, mais il faut que le violoniste écoute aussi les deux autres voix.

Le 24 mai 61, c’ était l’explosion! Je ne sais pas comment je me rappelle le début de la critique de Gavoty dans Le Figaro, que Ferras m’a apportée chez moi le lendemain: ” N’ y allons pas par quatre chemins: il n’ y a pas un tandem capable de rivaliser avec celui-là “. Nous n’en revenions pas! Et c’était presque gênant: il y avait de grands aînés que nous écoutions avec religion, Francescatti-Casadesus, par exemple. Gavoty insistait particulièrement sur ma main gauche; je m’ en suis aperçu après: je mets très peu de pédale.

On n’a pas retrouvé la sonorité de Ferras, c’ était quelque chose de merveilleux. Je joue maintenant les mêmes œuvres avec d’ autres violonistes, excellents. Ils ont leur sonorité; mais lui avait une espèce de chaleur de son, de velouté. Il lisait très bien, avec cette justesse de son, cette maîtrise du violon, exceptionnelle de facilité. Et il me sentait, il sentait ce que j’allais faire. Et quel humour! Dans la Sonate d’Enesco, qui est très tzigane, il nous arrivait de pouffer de rire quand il imitait la voix humaine. En somme, une fantaisie dans la rigueur; en musique, la complicité est quelque chose de miraculeux.

Personnellement, je ne vois pas d’ héritier à Ferras, même parmi ses élèves; sauf, peut-être, Augustin Dumay. La chance, c’ est de trouver un autre qui soit votre complément: ces identités qui s’ajoutent pour faire une seule et même chose. Ferras a été la chance de ma vie: j’ai retrouvé d’ excellents camarades, d’ excellents musiciens. Mais je n’ai pas retrouvé ÇA.

Ferras et moi, nous resterons comme les interprètes qui ont toujours cherché à faire vivre ce qui est écrit, en particulier dans la sonate de Debussy et dans celle d’Enesco. Mon espoir, c’est que nos enregistrements feront progresser les jeunes qui sentiront la réalité du texte.

Propos recueillis par Georges Farret
Marseille, 3 mars 1987

Ecco Christian Ferras in una esecuzione della Sonata di Debussy, registrata per l’ ORTF negli anni Sessanta insieme al pianista Guy Bourassa.

 

 

Artista di temperamento passionale, dotato di una tecnica della mano sinistra sviluppatissima, che gli permetteva di adottare diteggiature e cambi di posizione al limite dell’ impossibile e di una condotta dell’ arco anch’ essa estremamente personale, Christian Ferras utilizzava tutto questo al servizio di un fraseggio caratterizzato dall’ aristocraticità del tono, da un’ incredibile fluidità melodica e da colori di una bellezza affascinante. Tutto questo è fortunatamente documentato dalle registrazioni. Tra le numerose perle di una discografia assai vasta e quasi tutta facilmente reperibile, gli appassionati dovrebbero assolutamente conoscere le già citate incisioni con Karajan, veri e propri monumenti di una bellezza assoluta ed eterna che ogni discofilo deve obbligatoriamente possedere.

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4 pensieri su “Christian Ferras

  1. Non sapevo che avesse avuto una storia così tragica. Già da ragazzino suonavo il suo disco del concerto di Tchaikowsky con Karajan e ricordo di essermi anche chiesto chi fosse questo violinista che sembrava sparito nel nulla. Erano proprio quegli anni fra il 75 e l’80 e nelle riviste di musica che avevo cominciato a leggere lui non esisteva.

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