Intervista a Ugo Benelli

Ugo Benelli è stato, insieme a Luigi Alva, il tenore rossiniano di riferimento negli anni Sessanta e Settanta. Con un repertorio di cento e più titoli e 35 incisioni discografiche, può essere considerato uno degli artisti più versatili che siano apparsi sulle scene in epoca moderna. Il tenore genovese, in questo colloquio, si racconta con grande semplicità e senza esagerare nell’ autoincensarsi, come fanno spesso gli artisti quando hanno abbandonato le scene.

1) Nel tuo bel libro autobiografico, descrivi in modo esauriente i tuoi esordi e le motivazioni che ti hanno spinto a intraprendere questa professione.
Potresti fare un sunto di tutto questo, a beneficio di chi leggerà questo colloquio senza conoscere il volume?

Ero chierichetto nella Chiesa della Maddalena in Genova e cantavo sempre a piena gola perchè fin da allora, amavo senza saperlo, e ancora amo il canto gregoriano. Mi dava fastidio e, credimi, non ne sapevo il perchè, quando le persone invece di guardare verso l’ altare stavano spesso con la testa rivolta dove io mi trovavo. Lo chiesi irritato all’ organista Don Puppo (un musicista eccellente) che con un sorriso mi disse: ” I fedeli stanno rivolti dove viene la voce di un angelo”. Da allora qualche volta mi fece fare dei vocalizzi, ma poi mi disse perentorio: “Hai un dono di Dio in gola, preservalo e non cantare più sino al compimento dei 18 anni!” E così feci. C’ era un pianoforte in casa (l’aveva studiato un po’ la zia Tina, sorella di mio padre) e così, pensando che fosse la cosa più semplice di questo mondo, chiesi a mia madre verso i 12 anni di prendere delle lezioni.
Ahimè…..vicino a noi c’ era solo una signora che suonava la fisarmonica, che si disse in grado di potermi far studiare. Fu molto cara e severa con me ma non mi spiegò, allora, bene la differenza fra i diesis e i bemolli….che sono stati sempre un problema da sciogliere per me: certo che adesso ne so la differenza ma ci devo pensare bene e attentamente. Quando si studia male, e mi riferisco così anche al canto, è difficile rimediare!
Una mia vicina che credevo mia nonna (la persona che dopo mia madre mi ha voluto più bene) mi diede dei libretti: misi così il testo sulla musica di pezzi d’opera facilitati per pianoforte e…..il resto te lo lascio immaginare.

2) Tua moglie ti ha sempre seguito durante questi anni e ti ha dato un grande appoggio morale. Avresti cantato comunque, anche senza la sua presenza al tuo fianco, oppure avresti rinunciato alla carriera per la famiglia, per tua moglie?

Mia moglie ha avuto una presenza determinante perchè io, essendo una voce facile, mi sarei anche abbandonato alla pigrizia, ma essendo lei una vera persona “critica” sempre mi diceva la sua opinione nel bene e…il giorno dopo, nel male: subito no, perchè non voleva ferirmi. Per amore, la mia fidanzatina a 18 anni cominciò a studiare il pianoforte e dopo non molto tempo era in grado di accompagnarmi. Il tempo dei pezzi che lei eseguiva era sempre più lento del dovuto, ma quanto è stato opportuno questo…i fiati si allungavano e ,quando avevo le esecuzioni con orchestra, tutto diventava semplice e facile! Nonostante i due figli a metà periodo dei miei impegni mi raggiungeva. Una volta a Mosca arrivò con grande ritardo, alle 5 del mattino, ed io dovetti svegliare l’interprete e raggiungerla perchè c’erano delle difficoltà da superare. Il giorno dopo avevo la Cenerentola con Abbado al Bolshoi! Penso che non avrei rinunciato alla carriera perchè non avrei mai sposato una donna che mi avesse messo dei limiti alle mie aspettative. Comunque ho una famiglia merevigliosa, con figli e nipoti che mi fanno sentire un patriarca e che sono i migliori del mondo.

3) Che differenze ci sono tra il mondo dell’ opera dei tuoi tempi e quello di adesso?

Per risponderti ti cito solo un episodio: sono tornato alla Scala chiamato dal Maestro Bertini (col quale avevo inciso Italiana in Algeri anni prima) nel 1999 per cantare Morfontaine nella Manon di Massenet. Puoi immaginare l’ emozione: avevo cantato in quel teatro 16 ruoli da protagonista inaugurando anche la stagione del 1973 con Abbado e Ponnelle, a fianco della Berganza. Entrato nel palcoscenico mi chinavo e baciavo quelle tavole che tanta gioia e soddisfazioni mi avevano arrecato. Un amico, un vecchio macchinista, riconoscendomi urlò: “Ma cosa fai Benelli? Questo non è più quel tuo teatro….qui ci cantano tutti. Alzati che mi fai pena  a vederti così commosso!”. E giù a raccontarmi cose incredibili accadute su quel palcoscenico. Aggiunse: “Non è più il Teatro di Grassi, di Oldani, di Bogianckino, di Abbado. Adesso è un teatrino di periferia nel quale debuttano quasi tutti!”

4) È stato difficile sostenere per tanti anni un repertorio impegnativo come quello belcantistico, che richiede il massimo controllo dal punto di vista tecnico?

La mia fortuna, per mantenermi bene nel mio repertorio per tanti anni, è stata quella di non andare mai fuori del mio repertorio. Le opere più forti che ho eseguito nella maturità vocale sono state: Linda, Pescatori, Figlia
del Reggimento, Elisabetta Regina d’ Inghilterra. Ho rifiutato due volte,e non me ne pento, La Traviata, addirittura per Spoleto (la prima volta) con la regia di Luchino Visconti e la seconda volta (mi avrebbero coperto di denaro…) per Felsenstein: una coproduzione tra La Fenice e la Komische Oper Berlin. Mia moglie si impose con un mutismo per Spoleto; per Venezia e Berlino ci arrivai da solo.

5) Come si conciliano le difficoltà di controllare la voce tecnicamente e allo stesso tempo essere credibili nella recitazione?

Quando la tecnica vocale è acquisita tutto diventa più semplice perchè devi immedesimarti solo in una cosa. E’ vero che ci vuole una natura e che ci sono stati artisti dotati vocalmente e salami in scena. Da parte mia ricordo un debutto al Teatro Olimpico di Vicenza, nel quale pensai di essere un po’ negato sul palcoscenico, ma piacqui al pubblico e cominciai a ricredermi. Ho avuto la fortuna di aver lavorato all’ inizio della carriera con grandi registi: Zeffirelli, De Bosio, Bolchi,ecc:

6) Avevi un modello tra i tuoi colleghi? C’ è stato un cantante che ti ha ispirato o dal cui ascolto hai tratto suggerimenti?

I miei modelli sono stati innanzi tutto Schipa e Valletti, ma anche Alva. Per I Pescatori di perle, Gedda e Kraus con preferenza per Gedda (la voce è più bella). Per Linda, Valletti e Kraus….per i suoi fiati lunghi e meravigliosi.

7) Avendo lavorato con tutti i più grandi artisti della tua epoca, quali sono le collaborazioni che ritieni siano state più soddisfacenti?

La collaborazione più preziosa è stata quella con Sesto Bruscantini. Lo assorbivo come una spugna. Tutto quello che diceva usciva da una mente eccezionale. Io so chi è Almaviva! Ma ne vedo pochi in giro. Innanzi tutto
mi meraviglio che certi direttori cosìddetti famosi facciano mettere il “do” alla fine di “Ecco ridente in cielo”. Non c’ è errore più grande dal punto di vista interpretativo. Bruscantini diceva che deve essere un’ aria quasi noiosa ma eseguita da “grande”… tant’ è che Rosina non si affaccia al balcone…. con un “do” a fine aria, dovrebbe buttarsi giù dalla finestra per raggiungere Lindoro. Invece, diceva Sesto, è la seconda serenata “Se il mio nome”, che non è affatto “una canzonetta così alla buona”, ma spontanea e sgorgata dal cuore, che fa rispondere all’ appello amoroso Rosina.

8) Qual era il tuo metodo di studio nel preparare un ruolo?

Per preparare un ruolo prima mi documentavo dal punto di vista letterario – se era possibile – poi studiavo da solo, cercando di sistemare i fiati nella maniera più logica dal punto di vista dell’ esecuzione e da quello grammaticale. Ricordo che per la parte tenorile della Vedova Allegra ascoltai la registrazione di Gedda e cambiai il testo italiano in modo da avere le note acute con la stessa vocale della lingua originale. Con me c’ erano la Dessì e Desderi…dico poco per un’ operetta?

9) Sei soddisfatto di quello che hai fatto sulle scene oppure hai qualche rimpianto?

Non ho rimpianti. Ho avuto dal buon Dio più di quanto avessi potuto sperare. Pensavo all’ inizio di carriera che avrei smesso verso i 50 anni…mi sono ritrovato a dir basta a 70 anni. Forse avrei voluto fare quelle recite che mi erano state offerte a Como del Werther dirette dal Maestro Cillario, col quale stavo facendo Elisir a Glyndebourne, ma per pastrocchi…i soliti pastrocchi, invece delle due recite dovevo fare solo la prima e lasciare la seconda a un collega. Non valeva la pena fare una preparazione così approfondita e tentare con una sola rappresentazione, così lasciai perdere. Agli inizi degli anni ottanta avrei -forse- dovuto allargare il mio repertorio (avendo conservato ancora le note acute) a Rigoletto, Favorita e Traviata. Ma, tutto sommato, meglio così. È meglio restare un principe in un repertorio che diventare, in un altro, un cortigiano.

10) Per un cantante, può essere dannoso arrivare troppo presto ai grandi palcoscenici?

È una domanda difficile. Certo troppo presto senza esperienza può essere dannoso; ma mi diceva il Dott. Oldani (Segretario Generale della Scala ai miei tempi) riferendosi a Josè Carreras: “Vede Benelli….le grandi carriere di solito esplodono come fuochi d’ artificio. Sono rare le carriere costruite scalino per scalino”.

11) Tu eri famoso per la versatilità interpretativa. Come sceglievi i ruoli da affrontare?

La mia fortuna è stata che ho fatto esperienza all’ estero prima di diventare famoso in Italia. È divertente ricordare che a Venezia chiesero alla Berganza chi poteva cantare Almaviva con lei alla Fenice. La Berganza indicò una vetrina del teatro nella quale era esposta la sua incisione dell’ opera con la DECCA e disse:  “Ma non avete visto con chi ho registrato il Barbiere? Benelli canta anche l’ ultima aria, quella che viene sempre omessa per le difficoltà e nessuno sino ad ora l’ ha cantata bene come lui”. Inutile dire che fui scritturato e fu il mio primo Almaviva in Italia!!!

12) Ti sei mai svegliato con una crisi,con la paura di non ritrovare più la voce, come avviene per molti colleghi? A temere d’aver sbagliato imposto, perché la voce aveva subito un calo?

Sono stato in crisi solo una volta. Avevo approfittato troppo della sola mia natura. Nel 1961 cantai in televisione. C’ era alla TV un solo canale, e divenni celebre in una notte con l’ operetta Il Conte di Lussemburgo. Mi riascoltai e mi piacqui molto. L’ anno dopo, dato il successo, mi offrirono Eva e…quando mi ascoltai, mi spaventai a morte.
Sentii una voce disgustosa e chiesi a mia moglie e alla collega Edith Martelli se era proprio la mia. Mi venne risposto affermativamente. Cancellai tutti gli impegni, comprai un registratore professionale, per sei mesi feci vocalizzi controllando ogni suono e…ritrovai la voce e una tecnica che mai avevo avuto in precedenza.

13) La tua discografia è molto ricca. Quali sono le registrazioni più soddisfacenti tra quelle da te effettuate?

Certamente Barbiere e Cenerentola con la DECCA, l’ Elisabetta con la PHILIPS, L’ Ajo nell’Imbarazzo per RCA con Franco Ferrara, L’ Italiana in Algeri diretta da Gary Bertini. Inoltre Il Cappello di Paglia di Firenze (voluto a viva forza dall’ autore) diretto da Nino Rota.

14) Pensi che il disco e il video siano credibili per valutare compiutamente un artista, oppure è necessario l’ ascolto dal vivo?

Certo, la vera verità sono le registrazioni dal vivo; però il meglio si può dare nelle registrazioni commerciali con le grandi case discografiche le quali, avendo i mezzi, non ti mettono premura e ti lasciano decidere quando e come vuoi registrare. Chi dice che è assolutamente meglio il “live” molto probabilmente non è mai stato cercato dalle grandi case ed ha poco o nulla di commerciale in vendita. Io ho inciso per tutte o quasi e…sono contento così.

15) Hai mai pensato di mettere in scena tu stesso uno spettacolo?

Ho fatto qualcosa a livello di corsi con giovani cantanti ma…..è strano: io ci avrei tenuto, a tentare una regia, e non sono mai stato interpellato nemmeno per sbaglio. Pensare che alla Piccola Scala, nella Pietra del Paragone del 1982 con la regia del grande Eduardo, lui non ebbe il tempo di provare scenicamente il recitativo che precede l’aria (era stato trattato molto male dagli attuali dirigenti e allo stesso tempo aveva una regia al teatro Manzoni di una sua commedia con suo figlio ….era stanco) insomma mi inventai io di incidere sul tronco dell’albero con un coltellino il nome della donna amata.
Il critico Pasi sul Corriere della Sera scrisse che in quel gesto c’ era tutta la poesia di Eduardo! Si, forse avrei potuto essere un buon regista! Ma chi lo sa?

16) Come insegnante, qual è il tuo metodo di lavoro?

Come si fa a spiegare quale è un metodo di canto scrivendo… mi fanno ridere quelli che lo fanno, e sono tanti…forse per vendere libri e far soldi! Un mio amico irlandese già dirigente dell’ Opera di Dublino ha scritto sulla sua carta da lettere una frase che per caso gli dissi: “Chi sa respirare, sa cantare!” Il grande segreto difficile ad attuarsi in poco tempo è CANTARE SUL FIATO.

17) Quali consigli daresti a un giovane che volesse intraprendere la carriera di cantante lirico?

Anche l’ amico Enzo Dara che come me ha avuto un solo insegnante dice: scegliere bene e non cambiare mai! Chi passa da un maestro all’altro non può far altro che una gran confusione!

18) Ritieni che la lirica abbia un futuro?

La lirica deve avere un futuro, fa parte del nostro patrimonio nazionale. Certo è che vedere 100.000 persone ad un concerto di Vasco Rossi ci spaventa…noi che facciamo fatica a riempire 2000 posti in comode poltrone vellutate.

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3 pensieri su “Intervista a Ugo Benelli

  1. Mi sembra un pò contradditoria la risposta alla domanda n.14.Per il resto bella intervista ed esaurienti le risposte. rollo

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