Elektra alla Staatsoper Stuttgart

Foto ©Martin Sigmund
Foto ©Martin Sigmund

La Staatsoper Stuttgart ripropone in questi giorni l’ allestimento di Elektra firmato nel 2005 da Peter Konwitschny, che fu uno tra gli ultimi grandi successi della gestione di Klaus Zehelein e in questi ultimi anni è stato ripreso più volte con successo. Anche in questa occasione la presenza di pubblico è stata decisamente notevole e del resto Peter Konwitschny, come si sa, è una delle figure più importanti del teatro lirico tedesco, un regista i cui criteri di allestimento hanno influenzato tutta una generazione. A mio avviso, però, questa messinscena di Elektra non è da annoverare tra i suoi esiti più felici. Avevo avuto modo di scriverlo in occasione dell’ ultima ripresa nel 2012 e non ho cambiato di opinione dopo aver rivisto lo spettacolo. Troppi sono i difetti nella concezione che sta alla base di questa lettura scenica del capolavoro straussiano, la cui carica drammatica impregnata di angoscia e violenza selvaggia viene trattata dal regista con una sovrabbondanza di elementi superflui che appesantiscono inutilmente l’ azione scenica. Rivedendo lo spettacolo a distanza di quattro anni e mezzo, la mia sensazione di fondo rimane immutata: sembra quasi che Konwitschny abbia voluto deliberatamente instaurare una sorta di competizione drammatica con la musica di Strauss. Peccato però che il compito della regia, secondo me, non si debba limitare a questo, ma dovrebbe anche essere quello di coinvolgere l’ attenzione emotiva del pubblico. In questo senso, di simboli banali come i fuochi d’ artificio che fanno da sfondo alla scena finale e il contatore a display che scandisce il conto alla rovescia durante lo svolgimento dell’ azione, io personalmente non so davvero cosa farmene perché non mi interessano. Sono cose banali e risapute, che non portano alcun contributo a una lettura efficace della drammaturgia e dimostrano tutti i limiti di una concezione che appare nel complesso artificiosa e calcolata a freddo. Ad ogni modo, la messinscena si lascia guardare senza troppo fastidio e ci regala a tratti qualche momento di buon teatro fino ai minuti finali, in cui il massacro di tutti gli abitanti del palazzo a raffiche di mitra con cui Konwitschny vuole simboleggiare una sorta di annientamento collettivo rappresenta una grave caduta di gusto che si poteva e doveva evitare, oltre a disturbare gravemente la musica.


Come sempre accade in queste situazioni, a salvare la serata ha provveduto una parte musicale realizzata dalla Staatsoper Stuttgart con un livello qualitativo senza dubbio notevole. Ulf Schirmer, Intendant e Generalmusikdirektor dell’ Oper Leipzig oltre che direttore di prestigio internazionale conclamato, ha realizzato una lettura orchestrale davvero notevolissima per carica drammatica e violenza espressionistica selvaggia, con sonorità orchestrali di tono barbarico e a tratti squassante splendidamente realizzate da un’ orchestra in eccellente stato di forma. La compagnia di canto era dominata dalla splendida Chrysothemis di Simone Schneider, che dopo le sue magnifiche prove come Marschallin e Salome qui a Stuttgart si è confermata una volta di più interprete strussiana di livello superiore oltre che vocalmente sicurissima nel dominare i passi di tessitura acuta e fraseggiatrice di grande espressività. Il soprano americano Rebecca Teem invece non è riuscita a rendere compiutamente la figura della protagonista. La voce è indubbiamente notevole per colore e volume, il fraseggio di buona aggressività ma il settore acuto è quasi sempre messo a dura prova dall’ aspra scrittura vocale della parte e il canto risulta spesso sgradevolmente forzato. Doris Soffel, una delle voci wagneriane più importanti del nostro tempo, ha una voce che comincia a risentire l’ usura dell’ età ma il suo fraseggio e la recitazione da attrice consumata le hanno consentito di tratteggiare una Klitämnestra molto convincente. Ottima anche la prova di Torsten Hofmann, uno tra i migliori caratteristi dell’ ensemble della Staatsoper, come Aegisth. Molto bravo anche il baritono giapponese Shigeo Ishino, cantante sempre apprezzabile per il suo professionismo e la capacità di gestire al meglio una voce robusta e solida, che ha tratteggiato un Orest vocalmente e scenicamente assai efficace. Impeccabili anche tutte le parti di fianco, con una particolare menzione per il quintetto delle ancelle nella scena iniziale, formato da Maria Theresa Ullrich, uno degli elementi storici dell’ ensemble, e da quattro tra le giovani voci più promettenti unitesi in questi ultimi anni alla compagnia: Stine Marie Fischer, Josy Santos, Esther Dierkes e Mandy Fredrich. Teatro gremitissimo e grande successo per tutti alla fine.

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