Stuttgarter Philharmoniker – Marcus Bosch e Sharon Kam

Foto ©Cristopher Civitillo
Foto ©Cristopher Civitillo

Dopo la sua bella esecuzione della Settima di Bruckner lo scorso anno, Marcus Bosch è tornato sul podio degli Stuttgarter Philharmoniker per un interessante programma dedicato a musiche di autori americani e slavi.  Oltre alla presenza del quarantaseienne direttore di origini brasiliane nativo di Heidenheim an der Brenz, che dal 2011 ricopre la carica di Generalmusikdrektor allo Staatstheater Nürnberg, la serata era molto interessante per la partecipazione solistica di Sharon Kam. Nata in Israele e formatasi alla Julliard School di New York, la quarantacinquenne clarinettista residente ad Hannover  si è imposta in giovanissima età come una tra le migliori strumentiste della sua generazione e da diversi anni si esibisce insieme a tutte le grandi orchestre internazionali oltre ad aver inciso dischi che hanno ottenuto riconoscimenti prestigiosi come l’ ECHO Klassik “Instrumentalistin des Jahres”, conferitole nel 2001 per la sua registrazione dei Concerti di Weber insieme a Kurt Masur e alla Gewandhausorchester, e il Preis der deutschen Schallplattenkritik ottenuto nel 2002 per il CD American Classic.

Per questo concerto Sharon Kam ha presentato al pubblico della Liederhalle i lavori per clarinetto e orchestra di Aaron Copland e Artie Shaw, contenuti appunto nel CD di musiche americane citato in precedenza. La tecnica assolutamente fuori dal comune e il senso del fraseggio consentono alla clarinettista israeliana una realizzazione pressochè perfetta dello stile swing che caratterizza queste due partiture. Il Concerto di Copland fu scritto per Benny Goodman, che oltre a essere “The king of swing” possedeva una solida formazione classica testimoniata dalla sue bellissime incisioni dei Concerti di Mozart, Weber e Hindemith. La partitura, in due movimenti collegati da una vertiginosa cadenza solistica, è una sapiente miscela di elementi classici accostati ad altri di orogine latinoamericana e jazzistica. Il lavoro di Artie Shaw, che in contrapposizione a Goodman si definiva “The king of clarinet”, è caratterizzato da una scrittura che unisce al jazz elementi ritmici derivati dal boogie-woogie, dal mambo e da altri motivi di danza, con una parte solistica estremamente spettacolare che Sharon Kam ha risolto in maniera davvero elettrizzante per la carica virtuosistica del suo fraseggio. La prima parte era completata dalla Cuban Ouverture di Gershwin, diretta da Marcus Bosch i maniera efficace ma forse un po’ troppo compassata nella gestione dei tempi. Per questa musica occorre un’ affinità stilistica che solo direttori come Lenny Bernstein possedevano pienamente, per poter rendere al meglio tutte le sfaccettature ritmiche di una scrittura indubbiamente assai complessa. Successo trionfale per Sharon Kam, che ha eseguito come bis una sua trascrizione della celebre “Summertime” di Gershwin.

La prova generale aperta per le scuole. Foto Stuttgarter Philharmoniker/FB
La prova generale aperta per le scuole. Foto Stuttgarter Philharmoniker/FB

L’ accostamento della Sesta Sinfonia di Antonín Dvořák con le musiche americane della prima parte costituiva una scelta davvero azzeccata. La partitura, eseguita per la prima volta a Praga il 25 marzo 1881 dopo essere stata rifiutata a Vienna, fu infatti uno dei primi grandi successi che la musica dell’ autore boemo riscosse negli Stati Uniti. L’ esecuzione newyorkese del 1883 fu una delle basi per la carriera americana di Dvořák che nove anni dopo venne ufficialmente invitato a dirigere il National Conservatory of Music della metropoli statunitense, dove ebbe tra gli altri allievi anche Rubin Godmark che in seguito divenne l’ insegnante di Copland e Gershwin. La Sesta Sinfonia è una delle pagine più notevoli nella produzione del compositore, per la sua spontanea pienezza melodica e il fascino sonoro e sensuale dell’ orchestra in cui si avvertono a volte reminiscenze brahmsiane. Marcus Bosch, che sta portando avanti un’ integrale delle Sinfonie di Dvořák con la sua Staatsphilharmonie Nürnberg, ne ha dato un’ interpretazione molto appropriata per ricchezza di slancio melodico e padronanza della struttura formale, molto ben assecondato dagli Stuttgarter Philharmoniker che da un paio d’ anni a questa parte hanno guadagnato molto sul piano della compattezza e rotondità del suono, soprattutto per quanto riguarda la sezione archi. I tempi adottati dal direttore di Heidenheim erano complessivamente abbastanza rilassati e ricchi di flessibilità, con un’ eleganza notevole nel sottolineare le sfumature e il respiro delle melodie di carattere popolareggiante che formano la struttura principale della composizione. Successo assai vivo, in una Liederhalle quasi completamente piena.

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