Due testimonianze su Rodolfo Celletti

Sono passati otto anni dalla scomparsa di Rodolfo Celletti. Prendo spunto dalla ricorrenza per dedicare un omaggio a quella che ritengo essere stata, senza discussioni, una delle più grandi figure della musicologia operistica moderna. Ho conosciuto personalmente il maestro Celletti e ho intrattenuto con lui un rapporto epistolare durato diversi anni. Quelli che seguono il mio sito sanno bene che non ho mai fatto mistero della profonda influenza che il musicologo romano ha avuto sulla mia formazione di appassionato e studioso di storia dell’ opera. Celletti è stato per me e per molti altri colui dal quale abbiamo appreso fondamentali insegnamenti di accuratezza nella ricerca, di onestà intellettuale nella formulazione delle valutazioni critiche e di indipendenza nel giudicare. In un mondo operistico come quello attuale, che sembra aver smarrito completamente i punti di riferimento tecnici ed estetici che per secoli ne hanno costituito la base, la lezione  di Rodolfo Celletti non ha perduto nulla della sua validità e costituisce ancora oggi qualcosa di imprescindibile per tutti coloro i quali si occupano di musica operistica.

In questa circostanza ho scelto di pubblicare le testimonianze di due amici personali del maestro, che hanno generosamente accettato la mia richiesta di mettere per iscritto alcuni dei loro ricordi relativi alla frequentazione avuta con lui. Il primo intervento che vi propongo è quello di Mauro Quetti, pittore nativo di Alassio e residente nel Mantovano, oltre che ascoltatore musicale di grande competenza e raffinatezza di gusti, le cui opinioni coincidono quasi sempre con le mie. Qui di seguito, Mauro Quetti ci racconta i suoi incontri con Rodolfo Celletti.

Ero in contatto epistolare con Rodolfo da qualche anno, ma l’ occasione per incontrarlo di persona si presentò in concomitanza con l’ uscita di un suo libro che mi aveva particolarmente colpito per la scrittura di grande eleganza formale. Il libro era Tu che le vanità, pubblicato nel 1981 e che ebbe grande risonanza per il tema trattato: i due personaggi centrali del romanzo sono due soprani che, da acerrime avversarie, col tempo diventano in qualche modo amiche e forse complici. Il deus ex machina di questa nuova situazione è un certo Enrico, che adombra l’ autore stesso, testimone del percorso di avvicinamento. Superfluo sottolineare che le due soprano sono Renata Tebaldi, sotto il nome di Giulia Pascucci, e Maria Callas come Sdenka Di Carlo. Rodolfo mi rivelò come a causa di certe “causticità” del racconto la Tebaldi si fosse risentita non poco…salvo poi inviargli cartoline da ogni angolo del mondo firmate Giulia Pascucci…

Credo che nessun altro avrebbe potuto scrivere un romanzo-verità di tal genere, dove la realtà dei fatti accaduti si intreccia con momenti di fantasia ed altri che potrebbero essere accaduti…

Certo, a Rodolfo non mancavano i mezzi per raccontare con cognizione di causa gli avvenimenti che avevano infiammato gli animi dei cultori dell’ opera tra la fine degli anni ’40 e la fine degli anni ’60 e descrivere con sapida ironia fatti e misfatti di quel mondo che egli amava definire come abitato da “innocui pazzi tranquilli”…

Su suo invito andai a Milano, in quella sua casa di via Montenero colma di libri, dischi e spartiti.

Celletti era un uomo di una semplicità assoluta, cordiale e disponibile. Parlammo ovviamente di opera e mi resi conto da subito di come egli amasse ascoltare, intervenendo solo per porre ulteriori domande e fare obiezioni; per dirla tutta, durante quel primo approccio parlai quasi sempre io (cosa di cui mi vergognai a lungo…) preso da un grande entusiasmo nel trovarmi di fronte a una persona che non solo ai miei occhi era un mito…

La sua cultura, non solo musicale, era profonda e sapeva esprimere,  spiegando con poche e semplici parole, anche temi piuttosto astrusi, come  l’ interpretazione e le varie tecniche che la presuppongono.

Si interessò subito al mio lavoro di pittore ed anche su questo argomento trovammo punti di convergenza, sia lui che io non apprezzavamo quel “pressappoco” che sembra essere una “linea guida” di tanta arte contemporanea. Insomma, Celletti  è stato un intellettuale vero e a tutto tondo che non si limitò solo al campo che gli era più congeniale, ma spaziava ben oltre; la sua amicizia con un grande artista e cantante come Giacomo Lauri Volpi fu tanto profonda che egli lasciò in eredità a Rodolfo il suo Diario. Speriamo che la progettata Fondazione Celletti prima o poi pubblichi, oltre a questo, la grande quantità di documenti  raccolti in tanti anni di attività da questo illustre studioso. Vale la pena di ricordare, a disdoro dei detrattori, che Celletti è l’ unico musicologo italiano presente nelle prestigiose pubblicazioni dell’ Università di Oxford…

Negli anni seguenti ebbi con lui altri due o tre incontri e durante uno di questi gli portai un piccolo ritratto che gli avevo fatto. Credo che gli piacesse parecchio, e se ne uscì con una delle sue battute fulminanti: “Bello – disse – qui sembro persino intelligente…”, a riprova che nemmeno l’ autoironia gli era estranea. Chi conosce i suoi scritti sa bene di che parlo, non c’ è mai “cattiveria” nelle stroncature di questo o quel cantante è sempre ogni giudizio è correlato e supportato da una grandissima precisione, con una chiarezza abbagliante; ma non tollerava che la musica venisse storpiata e offesa da interpretazioni fuori stile, abborracciate quando non volgari. La sua antipatia e repulsione per questi personaggi che, soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta, hanno infestato i palcoscenici di mezzo mondo fu assoluta, così come documentò con esattezza a quale temperie andavano ascritte le sciatterie esecutive di quegli anni. Sue poi furono certe definizioni (azzeccatissime…) quali “la scuola del muggito” riferita ai baritoni di stile verista oppure “eurosbobba” per quelle interpretazioni buone per tutte le stagioni e latitudini. Non nutriva timori reverenziali per nessuno, anzi era assai più severo nei confronti di tante presunte stars (i cavallucci della giostra, li chiamava…) e magari indulgente e prodigo di consigli da rivolgere a giovani artisti, spesso gettati allo sbaraglio da teatri e case discografiche.

Poi ci fu la straordinaria esperienza del Festival della Valle d’ Itria a Martina Franca, dove furono riesumati tanti lavori dimenticati e proposti, in una lettura finalmente corretta, tanti capolavori che il tempo aveva ricoperto di incrostazioni e muffa. Si pensi solo alla Norma riproposta nella versione originale per sue soprani o alla Semiramide eseguita senza i micidiali tagli di tradizione, alla riscoperta del Barocco napoletano e pugliese ecc. ecc. Ma questa è storia che si riverbera anche sull’ oggi e allora è necessario dire, senza ritrosie, che la storia dell’ opera di questi anni non sarebbe stata la stessa se non ci fosse stato Rodolfo Celletti!

Ma i ricordi sono tanti e si affastellano nella mia mente… resta il prezioso ricordo della sua amicizia, quel suo lampo azzurrino in quegli occhi vivacissimi e curiosi, la sua estrema gentilezza…

Stavo scendendo in auto dalle colline modenesi, quel 4 ottobre, quando una telefonata mi annunciò la morte dell’ Amico; mi arrestai su uno spiazzo davanti a un paesaggio mozzafiato e quel momento lo dedicai a Lui, alla Sua amicizia e a quello che ha rappresentato per la mia vita di ascoltatore e non solo, questa grande figura.

Maestro, nel senso più alto del termine, di musica e di vita…grazie Rodolfo!

Mauro Quetti, 4 ottobre 2012

Faccio seguire al commosso e coinvolgente racconto di Mauro Quetti un intervento del dottor Gian Paolo Nardoianni, medico chirurgo e raffinato conoscitore della vocalità, che già in passato mi ha fatto l’ onore di rendere note su questo sito le sue testimonianze sulla figura di Giacomo Lauri Volpi, del quale fu amico personale. Ecco come il dottor Nardoianni rievoca per noi, con espressioni nobili e assolutamente pertinenti nella loro incisiva efficacia, la figura di Rodolfo Celletti.

Uno stile scintillante, fantasioso, arguto, inimitabile -nulla è più patetico delle scimmiottature dello stile di Celletti – in cui era spesso avvertibile una goccia di “Italum acetum”. Del resto, era originario di Fondi, e la Ciociaria – che aveva dato i natali a Cicerone e a Tommaso d’ Aquino – rimase sempre la sua patria del cuore. Io solevo paragonarlo a Roberto Longhi, a Giacomo Debenedetti: benché ne fosse lusingato, mi esortava simpaticamente a diffidare “almeno un poco” dei grandi critici. Volli conoscerlo nel 1972, mentre andava in onda il bellissimo ciclo “Una vita per il canto” (uno dei suoi capolavori: mai ritrasmesso, mai trascritto e pubblicato). Era un grande che aveva il coraggio delle proprie convinzioni e che veniva considerato punto di riferimento per tutti, in Italia e all’ estero: scriveva mosso da intuizioni geniali e da profonde cognizioni tecniche, che aveva acquisito innanzitutto frequentando da uditore le lezioni di Riccardo Stracciari, e che poi aveva sviluppato da autodidatta. Intelligentissimo, e pronto a tornare sui suoi giudizi. Il contraddittorio, se civile, lo stimolava e sono sicuro che fosse severo verso quanti accettavano acriticamente e supinamente le sue convinzioni. Voleva innanzitutto che l’ ascoltatore se ne formasse di proprie, e che poi le confrontasse (o si scontrasse) con le sue. Questa dialettica formava efficacemente il gusto dell’ ascoltatore. Per un verso, Celletti fu un restauratore di importanza storica. Per l’ altro, un demolitore di “dei falsi e bugiardi”. Era assolutamente libero nei suoi giudizi, mentre i suoi miserabili detrattori (quelli che scrivono su certa rivista stampata in Italia ma diretta da inglesi sicuramente banditi dalla loro nobile patria; quelli che delirano nel corso di certa abominevole trasmissione radiofonica che ormai ha l’ effetto di un potente enteroclisma) sono dei poveracci prezzolati che dedicano numeri speciali a Bocelli, e giudicano Lauri Volpi un mediocre cantante verista (posso esibire documentazione di tali asserzioni frutto della più lampante demenza). Di indole mercuriale, soggetto a repentini mutamenti di umore, Celletti aveva però un fondo di grandissima, superiore sensibilità e – a tratti – di spensieratezza. Generoso e pronto ad aiutare, nella tarda maturità fu ricercato come maestro di canto. Ripeto: fu cercato da cantanti in carriera, non fu certo lui a proporsi come didatta. E per queste lezioni, che pure lo stancavano e talora lo irritavano, non chiese mai a nessuno l’ ombra di un centesimo. Onestissimo, gestì il Festival della Valle d’ Itria in assoluta trasparenza, e spesso rimettendoci di tasca propria. Un uomo unico, indimenticabile, insostituibile. Chi ne parla con livore o con poco rispetto, si è giudicato da sé.

Gian Paolo Nardoianni

Non serve aggiungere che “mie faccio e rinnovo” le considerazioni espresse da questi due amici. Ringrazio ancora una volta Mauro Quetti e Gian Paolo Nardoianni per queste due preziose testimonianze, auspicando, per concludere questo post, che la progettata Fondazione Celletti di cui Mauro Quetti fa cenno nel suo scritto diventi quanto prima possibile una realtà operativa, in grado di mettere a disposizione degli studiosi e degli appassionati tutto il materiale relativo all’ attività di quello che rimane uno dei più importanti studiosi della storia dell’ opera.

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9 pensieri su “Due testimonianze su Rodolfo Celletti

    • o Ho partecipato tante volte alle lezioni del Maestro Celletti nelle varie conferenze chiamate “Incontri con l’opera” che si sono tenuti al teatro di San carlo prima di ogni spettacolo ed ho incontrato Rodolfo celletti e Renata Tebaldi nei vari incontri per la presentazione del libro sulla Tebaldi in tanti Teatri d’Italia. Ricordo semopre con grande gioia l’ascolto radiofonico intorno agli anni 68 – 69 degli “Incontri con il personaggio” – come mi dispiace NON averli registrati!!! Erano vere lezioni di bel canto!! Fotunatamente registrai qualche anno più tardi la lunghissima intervista radiofonica che Celletti fece proprio alla Tebaldi. Renata aveva una grande stima di Rodiolfo Celletti perchè è stato sempre sincero ed obiettivo nei confronti suoi edi tutti gli artisti e fu molto addolorata della sua scomparsa appunto il 4 ottobre di otto an ni fa. Giusepe Caruso

  1. Probabilmente e’ una notazione secondaria: il modo di scrivere asciutto e antiretorico di Celletti, che mi ha sempre colpito ,specie a confronto con i succesivi esegeti dell’opera.

    • Celletti, oltre che musicologo di alto profilo, era scrittore e uomo di cultura. Questo si percepisce subito nei suoi saggi, anche da parte di chi lo legge per la prima volta.

  2. Ho scritto due volte a Celletti e mi ha sempre risposto con gentilezza e la solita competenza, poi l’ho conosciuto a reggio Emilia, la mia città, in cui è venuto una o due volte per delle conferenze. Ho avuto modo di dirgli a voce quanto io abbia imparato leggendo i suoi libri, le sue recensioni. Purtroppo l’essere diventato più esperto di vocalità e più consapevole di pregi e difetti di una interpretazione, fa sì che ormai per me la frequentazione del teatro lirico sia quasi solo fonte di noia o arrabbiatura. Ho avuto in anni passati anche quattro abbonamenti (Reggio, Modena, Parma, Cremona). Ora ho mantenuto solo Cremona dopo tante delusioni vissute. Il panorama della lirica nei DVD non è molto più confortante: solo certe opere del Novecento hanno ora spesso una buona esecuzione (vedi il PETER GRIMES di Zurigo che è presente in You Yube) mentre il repertorio ottocentesco è sconfortante. Sarà forse un po’ colpa mia, sono invecchiato ed è aumentata l’insofferenza. Credo però che Celletti, se fosse ancora tra noi, avrebbe abbondante materia per le sue ironie e le sue stroncature.

    • Verissimo. Purtroppo, dobbiamo constatare che tutte le previsioni pessimistiche di Celletti si sono puntualmente avverate.

  3. […] Rodolfo Celletti così scrisse di Maria Callas, a proposito di questa incisione, ne Il teatro d’opera in disco 1950-1987: ”… consapevole della collocazione storica del personaggio…e vocalmente integra, entra nel terzetto Figlia che reggi il tremulo piè con voce voce ferma e dolce, dà un primo saggio di fraseggio magistrale quando rintuzza spavaldamente Barnaba…e un altro quando, con ben diverso tono, implora pietà da Alvise. Segue un Enzo Adorato con un Ah, come t’amo in cui la splendida messa di voce … si risolve in un effetto espressivo eccezionale. Anche il resto è tutto da ascolate: dalla protervia del duetto di sdegno con Laura al Suicidio! … e alle scene finali. Nel terzetto con Enzo e Laura e nel duetto con Barnaba non canta la Callas, ma la CALLAS“. […]

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