Glenn Gould trent’ anni dopo

“L’interprete deve essere sicuro di fare istintivamente la cosa giusta,

di poter scoprire possibilità di lettura

di cui neanche il compositore era pienamente consapevole.”

(Glenn Gould)

“Il pianoforte non si suona con le dita, ma con la testa”

(Glenn Gould)

Il 4 ottobre 1982 moriva a Toronto, stroncato da un ictus cerebrale a soli 50 anni di età, Glenn Gould, il pianista canadese definito il “genio del secolo” (Joachim Kaiser), animato da un travolgente “radicalismo pianistico” (Thomas Bernhard). Un artista a riguardo del quale si è detto e scritto molto. La sua affascinante personalità interpretativa, le sue scelte radicali che lo portarono ad abbandonare l’ attività concertistica a soli 32 anni, dopo un recital a Los Angeles tenuto il 10 aprile 1964,  per concentrarsi esclusivamente sul lavoro in sala di incisione, il suo stile esecutivo personalissimo sono cose ben note agli appassionati e ne hanno fatto una figura la cui notorietà va ancor oggi ben oltre i confini del mondo della musica classica. Uno di quegli esecutori che hanno lasciato un segno decisivo nella storia dell’ interpretazione musicale. Un artista la cui fama, in vita e dopo la morte, è ben altro che una somma di contraddizioni. Quanto la sua reale fisionomia fosse e sia ancora oggi difficile da delineare, lo dimostra la trama di etichette che gli è stata tessuta attorno e che lo caratterizza poco o per nulla. Su Glenn Gould sono state scritte molte definizioni sommarie che vanno da “eccentrico”, “trasformista” e “bizzarro” ad “analista”, “demonio dell’ esagerazione” e “geniale enfant terrible”. Ma una personalità artistica così multiforme non può essere circoscritta tramite definizioni sommarie. Meglio allora ricorrere all’ abbondantissima documentazione disponibile, costituita sia dal lascito discografico e dai video del sommo pianista canadese che dalle testimonianze scritte su di lui e da lui stesso.

Qui di seguito, alcuni documenti su questo autentico genio della tastiera, indubbiamente una delle personalità musicali più affascinanti del secolo appena trascorso.

GLENN GOULD SI DESCRIVE
“Io non sono un pianista, sono un uomo dei media, un compositore e uno scrittore canadese che nel tempo libero suona il pianoforte.”

(Glenn Gould)

GLENN GOULD E IL DISCO
“La responsabilità documentaria (del disco) induce l’ interprete a stabilire con l’ opera un contatto che è molto simile a quello che con essa ha il compositore. Questa responsabilità gli dà modo di concentrarsi su un determinato brano musicale, di analizzarlo, di scomporlo in modo così minuzioso, che per un certo periodo di tempo esso diviene parte essenziale della sua vita…”

(Glenn Gould)

“Glenn Gould considerava l’ incisione discografica una forma d’arte autonoma che aveva un grande vantaggio sul concerto dal vivo: quello di offrire sia all’ interprete che all’ ascoltatore l’esecuzione musicale ideale… Per questo egli pretendeva di suonare e di registrare solamente se erano date le condizioni a suo avviso ottimali: soltanto con il suo pianoforte e soltanto – escluse naturalmente le incisioni con orchestra – quando si sentiva spiritualmente pronto a interpretare qualcosa per il proprio piacere (non per quello del pubblico).”

(Thomas Frost, produttore discografico di Glenn Gould)

“È l’ unica forma di lavoro (la registrazione in studio) che mi interessi ancora… La sala da concerto è morta stecchita.”

(Glenn Gould nel 1966 rivolto a Humphrey Burton)

GLENN GOULD, IL PIANISTA
“Glenn Gould era dotato di una tecnica pianistica così fantastica, versatile e affidabile che praticamente non si è mai resa necessaria una ripetizione per errori di note, ma tutt’ al più per motivi musicali.”

(Thomas Frost)

“Il suo senso del pianoforte (di Chopin) era senza precedenti, e probabilmente nessuno dopo di lui ha mai scritto in modo più congeniale allo strumento. Eppure mi procurava un certo disagio. Inoltre, tutti i compositori di cui suonavo le opere erano andati oltre lo strumento.”

(Glenn Gould)

“Quando ero un teen-ager, Schnabel era il mio unico idolo fra gli interpreti… In parte perché Schnabel sembrava non occuparsi particolarmente del pianoforte in quanto strumento. Il piano era per lui il mezzo per raggiungere un fine, e il fine era lo studio di Beethoven.”

(Glenn Gould)

GLENN GOULD, IL CAMALEONTE
“AI contrario del vecchio detto che a un buon romanziere non serve un “nom de plume”, io sono convinto che una parte della personalità funzioni correttamente soltanto in una determinata struttura sociale, in un determinato stile e sotto un determinato nome, mentre l’ altra funziona solo se si modificano tali fattori. Io stesso, ad esempio, fin quando non ho potuto sfogarmi sotto uno pseudonimo, ero assolutamente incapace di scrivere in modo davvero umoristico…”

(Glenn Gould)

“… era l’ uomo più spietato verso se stesso”

(Thomas Bernhard, da “Der Untergeher”)

“C’ è questo svitato e tutti dicono che è assolutamente fantastico.”

(Debbie Ishlon, Public Relations della Columbia Records, a proposito della prima incisione di Gould delle “Variazioni Goldberg” di Bach.)

“Non sono per niente orgoglioso del mio canticchiare suonando, semplicemente non sono mai riuscito a reprimerlo, tutto qua.”

(Glenn Gould)

“Non riesco a scoprire neanche la minima relazione con il Glenn Gould che ero negli anni Cinquanta. Penso che quella persona fosse soltanto una montatura dei media con cui non avevo proprio niente in comune. È stata soltanto la mia pigrizia che mi ha impedito di smentirli.”

(Glenn Gould)

GLENN GOULD, IL MISTERO
“Mozart è un compositore mediocre che è morto troppo tardi più che troppo presto.”

(Glenn Gould)

“Traboccano (le prime Sonate K. 279-284) talmente di ‘virtù barocche’ come la lineare conduzione delle voci, l’ equilibrio dei registri ecc. che questa prima mezza dozzina di sonate costituisce una vera raccolta di miracoli.”

(Glenn Gould)

“È difficile rendersi conto di ciò che Gould vuole dimostrare – a meno che la diceria che egli odi questa musica (le Sonate di Mozart) non corrisponda al vero. I tempi sono di una lentezza straziante, il traballante staccato violenta la struttura dei temi (e molte delle esplicite indicazioni di Mozart).”

(recensione di Peter G. Davis)

“L’incisione di Gould è sicuramente la lettura più radicale e più estrosa che un pianista abbia mai osato di questa sonata (K. 331) – al tempo stesso però anche una delle più affascinanti, e malgrado (o proprio a causa di) tutte le presunte inosservanze della partitura, una delle più autentiche. E poi, gran parte degli apparenti arbitri sono in realtà molto più fedeli alle intenzioni di Mozart che i correnti modelli interpretativi. Il celebre Alla turca, ad esempio, che tutti i pianisti trasformano in un Allegro veemente e virtuosistico, è prescritto come Allegretto, e il tempo insolitamente lento di Gould corrisponde senz’altro all’ indicazione mozartiana; anche l’ elaborazione giocosa degli arpeggi di appoggiatura nella coda è, dal punto di vista della pratica esecutiva, un’ eco meravigliosa di quei tratti “giannizzeri” o “turchi” che come registro speciale… rientravano in quelle stranezze della tecnica costruttiva del pianoforte di moda attorno al 1800. Chi è disposto a seguire le intenzioni di Gould scoprirà nella puritana sobrietà della sua interpretazione un mondo che si distacca totalmente da quella ridondanza rococò che caratterizza le usuali registrazioni mozartiane…”

(recensione di Michael Stegemann)

“Ma lei ha un’ esistenza corporea, o è soltanto un fantasma, uno spirito nei fili telefonici?”

(Domanda di Norman Snider a Glenn Gould)

GLENN GOULD A PROPOSITO DEI COLLEGHI

“Non ricordo nessun’ altra collaborazione con un musicista che mi abbia soddisfatto di più o che mi abbia dato maggior piacere.”

(Glenn Gould a proposito della sua collaborazione con Leopold Stokowski per il disco del  Concerto in mi bemolle maggiore di Beethoven)

I COLLEGHI A PROPOSITO DI GLENN GOULD
“Glenn Gould era oltremodo commovente, di animo tenero ed estremamente sensibile… Nessun pianista prima di lui ha donato in modo più generoso il proprio io, e si è posto in modo più modesto dietro l’ espressione musicale del compositore…”

(Yehudi Menuhin)

GLENN GOULD A PROPOSITO DEL SUO PIANOFORTE
“Lo Steinway ‘CD 318’, al quale sono più legato che a qualsiasi altro strumento, ha sempre dovuto sopportare un massiccio intervento chirurgico prima di ogni produzione di Bach: io parto dal presupposto, infatti, che un pianoforte non ha la benché minima ragione di risuonare sempre come un pianoforte.”

(Glenn Gould)

L’ ASCOLTATORE IDEALE DI GLENN GOULD
“Ad ognuno il proprio Bach”

(Glenn Gould)

“Ogni ascoltatore dovrebbe disporre di un ‘home-entertainment centre’ in cui, volendo, possa adattare un’interpretazione ai suoi gusti personali…”

(Glenn Gould)

GLENN GOULD, IL RICERCATORE
“Quasi tutti i lavori di Gould alla fine degli anni Sessanta e agli inizi degli anni Settanta sono la ricerca di una terra incognita dell’interpretazione e dell’ascolto.”

(Michael Stegemann)

GLENN GOULD, IL PERFEZIONISTA
“In studio sono tutt’ altro che veloce. Una buona session è costituita secondo me da 2 minuti e mezzo o 3 minuti per ogni ora di registrazione, e se si parte da una durata media di 50 minuti per disco, ciò significa, alle migliori condizioni, 18 ore di produzione per un album.”

(Glenn Gould)

“Mi dedico soltanto a quelle cose che voglio veramente fare e che fanno vibrare una corda nel mio intimo… Sarebbe davvero meraviglioso se quello che noi realizziamo in forma di incisione si avvicinasse per quanto possibile alla perfezione, non soltanto tecnica, ma anche e soprattutto spirituale.”

(Glenn Gould)

È rimasta celebre la lite «pubblica» tra Glenn Gould e Leonard Bernstein, rimasta unica nella storia della moderna interpretazione musicale. Accadde l’ 8 aprile del 1962, prima di un concerto della New York Philharmonic Orchestra. Bernstein, salito sul podio, dopo aver atteso che Glenn Gould si sistemasse al pianoforte, si girò improvvisamente verso il pubblico, cui rivolse un breve quanto disarmante discorso. Ecco la trascrizione di quel che disse Bernstein in quella circostanza. Una splendida dimostrazione di intelligenza e onestà artistica, oltre che di autentica ammirazione per il talento del pianista.

“Cari amici della Filarmonica, oggi ci troviamo di fronte ad una curiosa situazione, che a mio avviso merita una breve spiegazione. Tra poco ascolterete un’ interpretazione, diciamo, non fedele del Concerto in re minore di Brahms. Un’ interpretazione diversa da tutte quelle che fino ad oggi ho potuto ascoltare e comunque da tutto quel che avevo potuto immaginare: diversa per i suoi «tempi» eccezionalmente trattenuti e per le sue frequenti deroghe alle indicazioni dinamiche dello stesso Brahms. Non posso dire di essere del tutto d’accordo con la concezione di Gould, ed ecco quindi che si pone una interessante domanda: perché in questo caso e malgrado tutto ho accettato di dirigere questo concerto? [risate del pubblico] Se l’ ho fatto è perché Gould è un artista tanto qualificato e tanto serio che mi sembra indispensabile considerare tutto quel che ha pensato in buona fede. In questo caso la sua versione è così interessante da suggerirmi la sensazione che sarebbe bene che anche voi la conosceste. Eppure, la solita domanda ci persegue: in un concerto chi comanda, il direttore d’orchestra o il solista? [risate del pubblico] Ebbene, la risposta è ovvia: una volta l’uno, una volta l’ altro, secondo le personalità. Ma i due arrivano quasi sempre ad accordarsi, con la persuasione, il fascino o anche la minaccia, giungendo a dare una versione omogenea dell’ opera. Una sola volta nella mia vita, prima di oggi, ho dovuto sottomettermi ad idee totalmente nuove e totalmente inconciliabili di un solista, e ciò accadde l’ ultima volta che ho accompagnato Gould! [risate del pubblico]. Questa volta, invece, le divergenze tra le nostre concezioni sono così grandi che sento il dovere di questa mia precisazione. Per ripetere la domanda: quale motivo mi conduce a dirigere questo concerto? Non era forse meglio provocare un piccolo scandalo, scritturare un altro solista, oppure affidare la direzione al mio assistente? Perché sono affascinato e felice di aver l’ occasione di conoscere un modo nuovo di considerare quest’ opera così spesso eseguita. Perché ci sono dei momenti, nell’interpretazione di Gould, che emergono con freschezza e idee straordinarie. Perché tutti possiamo imparare qualcosa da questo pianista incredibile, che è anche un pensatore della musica. E, infine, perché nella musica esiste quel che Dimitri Mitropoulos chiamava «l’ elemento sportivo», la curiosità, l’ avventura, la sperimentazione. Vi posso garantire che collaborare con Gould nel corso di questa settimana, nel Concerto di Brahms, è stata una vera e propria avventura. È con questo stato d’ animo che ora lo presenteremo.”

Leonard Bernstein

da Musicalia (anno III n.12, feb/apr 1994)

E di seguito ancora un saggio di Glenn Gould, su Scarlatti.

Le composizioni tastieristiche di Domenico Scarlatti non furono ovviamente pensate per il pianoforte, ma sono ben pochi i compositori che abbiano dato prova di una padronanza della tastiera altrettanto geniale: forse soltanto Liszt e Prokof’ ev possono davvero rivaleggiare con Scarlatti sul terreno del massimo risultato col minimo sforzo. Inoltre, la sagace sensibilità tattile di Scarlatti fa sì che le sue circa seicento Sonate siano trasferibili agli strumenti moderni senza il minimo danno alla loro fisionomia tipicamente clavicembalistica, superando vittoriosamente anche le interpretazioni pianistiche più disinvolte e più indifferenti ai problemi di stile. Questo, però, non è un tacito riconoscimento di un latente potenziale di Augenmusik (quel tipo di strategia secondo cui « un pezzo scritto veramente bene non lo rovina neanche un quartetto di tube », e che funziona benissimo per Bach, ad esempio), ma è piuttosto l’ attestazione di un dispiegamento straordinariamente lungimirante delle risorse della tastiera.
Il fatto è tanto più degno di nota in quanto le Sonate di Scarlatti, pur essendo ricche di trovate brillanti, sono tutt’ altro che esenti da formule risapute. Per lo più esse consistono in un unico tempo inarrestabile, presentano il rituale cambiamento binario di tonalità e, salvo poche eccezioni, nutrono i loro virtuosismi un po’ trafelati con una garrula trama a due voci che, malgrado i raddoppi di ottave e le triadi di rinforzo, consente a Scarlatti di muoversi sulla tastiera con una destrezza e un’ eccentricità tecnica che non trovano confronti fra i compositori dell’ epoca. Scarlatti non sviluppa le sue idee con l’ ampiezza e la verbosità che erano tipiche della sua generazione, e sembra quasi imbarazzato quando si fa cogliere con le mani su un fugato o alle prese con uno stretto in cui le imitazioni non siano ridotte all’osso. Quasi tutti gli espedienti contrappuntistici che consentirono a Bach e a Haendel di formulare i loro solenni proclami sono per Scarlatti puri e semplici intralci barocchi. Per lui i momenti migliori e musicalmente più felici sono quelli in cui è libero di lanciarsi a briglia sciolta in un susseguirsi rutilante di progressioni e di ottave, servendosi di quello che è diventato oggi un espediente comune dell’ avanguardia: l’ uso delle parti estreme in rapida successione; di conseguenza la sua musica contiene un quoziente di estro più elevato di quello di qualsiasi altro compositore suo pari. C’ è, in Scarlatti, una discontinuità prevedibile, e anche se la sua opera non è memorabile nel senso convenzionale del termine e il suo fantastico repertorio melodico non s’ imprime facilmente nella memoria dell’ ascoltatore, l’ incontenibile vivacità e la freschezza della sua musica fanno sì che qualsiasi gruppo di brani scelto fra quelle seicento Sonate sia una ricetta garantita di godimento musicale.
(tratto da Glenn Gould, L’ ala del turbine intelligente: scritti sulla musica, a cura di Tim Page, trad. Anna Bassan Levi, presentazione di Mario Bortolotto, Adelphi, Milano 1988. Domenico Scarlatti. Testo originariamente scritto per  la presentazione di un programma trasmesso dalla CBS nel febbraio 1968)

Per quanto riguarda il mio giudizio personale, quello che oggi rimane di Glenn Gould è soprattutto l’ enorme fascino di un personaggio tutto votato all’ unicità e all’ autonomia di pensiero, alla ricerca dell’ essenza musicale e del miglior modo di tradurre in pratica le proprie raffinatissime analisi interpretative. Il suo Bach è assolutamente una pietra miliare nella storia dell’ interpretazione, per la lucidità dell’ analisi contrappuntistica e l’ eleganza squisita del fraseggio. Le due incisioni delle Variazioni Goldberg, che aprirono e chiusero la sua carriera discografica, nel 1955 e nel 1982, sono autentici monumenti nella  storia della registrazione musicale. Ma anche le interpretazioni beethoveniane di Glenn Gould meriterebbero un’ analisi particolareggiata. Prendiamo ad esempio l’ integrale dei Concerti per piano e orchestra, realizzata con tre diversi direttori: Wladimir Golschmann per il primo, Leonard Bernstein per il Secondo, Terzo e Quarto e infine Leopold Stokowski per il Quinto. Nella sua concezione beethoveniana, il pianista canadese radicalizza al massimo la teoria dei cosiddetti “tre stili” e nei primi due Concerti suona con tempi generalmente spediti, sonorità estremamente asciutte e abbondante uso del pedale a una corda per cercare quasi di imitare il timbro del fortepiano.

Come idea di base, Gould non intende il Concerto come esibizione solistica ma piuttosto come una sorta di Sinfonia concertante con pianoforte obbligato. Questo aspetto si evidenzia al massimo nella registrazione del Quinto Concerto op. 73. Un’ esecuzione caratterizzata da scelte agogiche e dinamiche a volte estreme ma assolutamente logica e coerente rispetto alla concezione che Gould aveva dell’ evoluzione stilistica di Beethoven.

La tecnica di Glenn Gould era assolutamente formidabile, e gli permetteva di adottare tempi estremamente veloci senza mai perdere la chiarezza di articolazione delle singole note. A livello generale, Gould ricercava un’ esecuzione priva di sforzo, agile e ben definita anche nei passaggi più rapidi; per molti versi affine a quella ottenibile sulla tastiera di un clavicembalo, che è intrinsecamente più leggera e veloce di quella del piano. I suoi principali obiettivi musicali erano la chiarezza del fraseggio, l’ evidenziazione delle voci nel contrappunto e l’ espressività del timbro. Le sue inusitate scelte di stile e di repertorio lo indussero sempre a ricercare, in maniera persino ossessiva, pianoforti dalla meccanica rapida e scattante, e con un suono che rispondesse il più possibile alle sfumature del suo tocco. In questo era assecondato dai suoi accordatori e tecnici di fiducia, ai quali chiedeva insistentemente di intervenire sulla meccanica dei pianoforti in maniera da esaltarne all’ estremo la rapidità di risposta e la varietà timbrica, anche a costo di sacrificare altre qualità dello strumento, come ad esempio la potenza e la gamma dinamica.

Molto altro si dovrebbe aggiungere al riguardo, ma preferisco chiudere questo post lasciando ancora la parola a Glenn Gould, a proposito dei problemi dell’ interpretazione.

“Sono ben pochi i fortunati che possono dire che il loro modo di sentire la musica è lo stesso di quello del compositore. Ma a volte mi domando perchè ci preoccupiamo così tanto di una pretesa fedeltà alla tradizione della generazione del compositore piuttosto che a quella dell’interprete. Perchè, ad esempio sforzarsi di suonare Beethoven come si presuppone che Beethoven abbia suonato? Schnabel ci ha provato. Malgrado tutta la mia ammirazione per Schnabel mi sembra un’ assurdità, soprattutto perché non prendeva in considerazione la differenza di strumento. Lui usava il pedale nel modo in cui alcuni studiosi affermavano che Beethoven volesse, ma senza rendersi conto che questa tecnica del pedale acquistava tutt’ altro senso su uno strumento contemporaneo. Sono sicuro che Mozart molto spesso non approverebbe quello che faccio della sua musica. L’ interprete deve avere una sua fede, anche cieca in ciò che fà; deve essere convinto di poter scoprire possibilità d’ interpretazione che il compositore non avrebbe mai considerato. Questo è del tutto possibile. Esistono al giorno d’oggi esempi di compositori contemporanei, di cui mi permetta di tacere i nomi, che sono i peggiori interpreti della propria musica.

Sono sicuro che ciò sia dovuto al fatto che sentono interiormente tali e tante cose nella propria musica da non rendersi conto di non riuscire ad esprimerle. Non sanno quel che deve fare un interprete per dare vita a queste cose”.
(Glenn Gould, da un’ intervista concessa a Dennis Braithwaite per il quotidiano “Star of Toronto, 28 marzo 1959)
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7 pensieri su “Glenn Gould trent’ anni dopo

  1. Questo post ha la grande capacita’ di spingere a risentire piu’ attentamente Gould, grazie Mozart

  2. INTERESSANTISSIMO, non so che altro dire, una raccolta preziosissima e davvero coinvolgente. GRAZIE, carissimo!!!

  3. aver casualmente scoperto il sito mi ha procurato un vero piacere. Da circa 65 anni sono e rimarrò sempre legato al più grande pianista del 900 ,interprete geniale e sensibile. Non condivido soltanto il suo giudizio su Schumann. Simone

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