“Berenice Regina di Armenia” (Il Vologeso) di Jommelli alla Staatsoper Stuttgart

Foto ©A. T. Schaefer
Foto ©A. T. Schaefer

La Staatsoper Stuttgart ha presentato quello che rappresenta lo spettacolo di punta della stagione in corso. Si tratta della prima ripresa scenica in tempi moderni de Il Vologeso di Niccolò Jommelli, opera composta nel 1766 dal musicista di Aversa per l’ Hoftheater di Ludwigsburg, a quel tempo residenza del duca Carl Eugen von Württemberg al cui servizio Jommelli lavorò come Hofkapellmeister dal 1753 al 1768. Prima dello spettacolo, l’ Intendant Jossi Wieler ha anticipato alla stampa i punti principali del cartellone 2015/16, che comprenderà ventidue titoli e tra questi sei nuove produzioni. Il primo nuovo allestimento, alla fine di ottobre, sarà il Fidelio con la direzione di Sylvain Cambreling, alla sua terza stagione come Generalmusikdirektor della Staatsoper, e la regia di Jossi Wieler e Sergio Morabito. In novembre Emilio Pomarico sarà di nuovo sul podio dopo il grande successo ottenuto con la Settima di Mahler lo scorso ottobre, per dirigere la Salome messa in scena da Kirill Serebrennikov. Il terzo nuovo allestimento sará The Fairy Queen di Purcell, in collaborazione con la Schauspielhaus e con Calixto Bieito come regista. In marzo sarà il turno di Les Contes d’ Hoffmann, nella messinscena di Cristoph Marthaler che fu uno degli ultimi spettacoli prodotti da Gérard Mortier al Teatro Real di Madrid prima della sua scomparsa. Lo spettacolo rappresenta un omaggio alla memoria del manager belga. Sylvain Cambreling assumerà la direzione sia di questo titolo che di Reigen, opera composta nel 1993 dal musicista belga Philippe Boesmans su un libretto di Luc Bondy basato su un dramma di Arthur Schnitzler e che sarà allestita da Susanne Kennedy. Wieler e Morabito cureranno anche la regia dell’ ultimo titolo della stagione, I Puritani diretti da Gabriele Ferro.

Veniamo adesso al Vologeso, ribattezzato per l’ occasione Berenice Regina d’ Armenia, opera per la quale Jommelli utilizzò un libretto scritto nel 1699 da Apostolo Zeno e musicato da molti tra i compositori operistici più importanti del XVIII secolo. L’ opera era stata ripresa una sola volta nel 1997 a Ludwigsburg in un’ esecuzione concertistica dalla quale è stato ricavato un CD, diretta da Frieder Bernius, la cui trascrizione della partitura manoscritta (l’ autografo è andato perduto) è stata utilizzata come base per la revisione utilizzata in questo spettacolo. Nel corso degli anni trascorsi a Stuttgart e Ludwigsburg al servizio del duca Carl Eugen, la tecnica compositiva di Jommelli conobbe un’ evoluzione stilistica tale da anticipare molti aspetti della riforma di Glück, particolarmente per quanto riguarda la strumentazione e l’ uso dei recitativi accompagnati. Tutto questo è evidentissimo all’ ascolto del Vologeso che, da quanto si è potuto valutare in questa occasione, è all’ altezza di lavori importanti come il Fetonte, il Demofoonte e la Didone abbandonata. Il primo atto, dopo un’ Ouverture strumentalmente molto elaborata come si conveniva per un’ orchestra eccellente come la Württembergische Hofkapelle, contiene diversi numeri di pregevole fattura ma forse più espressione di altissimo artigianato che di autentica ispirazione. L’ opera prende decisamente quota a partire dal secondo atto, nel quale il compositore sottolinea lo sviluppo della situazione drammatica tramite recitativi splendidi per ricchezza e plasticità di declamazione e soluzioni di scrittura orchestrale molto avanzate sotto il profilo armonico, ad esempio i tremoli degli archi e gli ostinati che sottolineano i cambi di espressione nell’ aria di Berenice “Tu chiedi il mio core” e le figure cromatiche dei violini nella conclusione della cavatina di Lucio Vero. Tutta la parte conclusiva dell’ atto è notevolissima per la libertà con cui Jommelli utilizza le strutture delle arie e dei pezzi di insieme per formare un blocco teatrale notevolissimo dal punto di vista della concezione. Splendida è anche la scena del delirio di Berenice nel terzo atto, con un’ aria assai innovativa nella costruzione formale e perfettamente integrata con le 55 battute di recitativo che la introducono fino ad assumere una struttura quasi durchkomponiert. Tirando le somme, ci siamo trovati di fronte a una partitura da riascoltare e meditare a fondo, per scoprirne i numerosi aspetti di fascino indiscutibile che caratterizzano molte pagine.

Musicalmente, l’ esecuzione ascoltata alla Staatsoper è stata di ottimo livello. Gabriele Ferro ha diretto con un bel senso dello stile un’ orchestra perfettamente a suo agio dal punto di vista stilistico. Il direttore siciliano ha trovato belle tinte strumentali, fraseggi di raffinata eleganza e ha accompagnato il canto con equilibrio e respiro impeccabili. Nella compagnia di canto, le due prestazioni migliori si sono ascoltate da Sebastian Kohlhepp e Ana Durlovski. Il tenore austriaco, che dalla prossima stagione lascerà la Wiener Staatsoper per diventare membro permanente dell’ ensemble di Stuttgart, ha impersonato Lucio Vero con ottima efficacia di declamazione e una voce molto ben proiettata e sicura. Ana Durlovski ha confermato una volta di più di essere uno degli elementi di maggior spicco della compagnia. Come Berenice, il soprano macedone ha sfoggiato una bellissima ricchezza di fraseggio e di legato, soprattutto nelle arie del secondo e del terzo atto. Il mezzosoprano svizzero Sophie Marilley è stata convincente come Vologeso, anche se la voce suona a tratti un po’ aspra. Molto buona anche la prova di Helene Schneiderman e Catriona Smith, due veterane dell’ ensemble di Stuttgart. La Schneiderman, che aveva già cantato il ruolo di Lucilla nell’ esecuzione concertistica di Ludwigsburg, ha cantato con professionalità e buon gusto. Lo stesso si può dire di Catriona Smith, come sempre impeccabile e attenta dal punto di vista esecutivo. Il falsettista Igor Durlovski nel ruolo di Aniceto ha messo in mostra una bella corposità nelle note gravi, fatto non molto frequente nei cantanti della sua corda. Partendo dalla struttura scenica classicheggiante ideata da Anna Viebrock, decorata con elementi scenici che citavano la pittura di Tintoretto, la regia di Jossi Wieler e Sergio Morabito ha costruito uno spettacolo elegante e logico, molto curato dal punto di vista della recitazione e ricco di gusto e soluzioni sceniche raffinate, in perfetta sintonia con le atmosfere evocate dalla musica. Sicuramente una delle migliori prove fornite dal duo registico in questi ultimi anni alla Staatsoper, a suggellare una serata interessantissima e salutata da applausi trionfali per tutti gli esecutori.

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