Quindici domande a Lucia Mazzaria

Conosco da molto tempo Lucia Mazzaria, la cantante triestina in possesso di una delle piú belle voci di soprano degli ultimi vent´anni. Il suo carattere combattivo ed il rifiuto di scendere a compromessi l´hanno purtroppo di fatto allontanata dalle scene teatrali che contano. Pubblico questo colloquio online, nel quale Lucia si racconta, come sempre con la sinceritá che la contraddistingue.

Come hai maturato l´idea di diventare una cantante lirica?

Nel mio caso, si può proprio dire che non ho scelto io la musica, ma la musica ha scelto me. Sono figlia di due artisti del coro del Teatro Verdi di Trieste; da bambina ero totalmente stonata e, quando i miei mi portavano alle prove generali, io mi addormentavo in platea dopo la terza battuta, nonostante il livello artistico che veniva proposto a quei tempi…Kraus, Ricciarelli, Cappuccilli, Carreras e via avanti. Un giorno a Trieste diedero l’ Otello, edizione storica con Cappuccilli, Kabaivanska e…il mio Carlo. Cossutta per me è stato la folgorazione, mi ha fatto capire che cosa fosse cantare con voce, intelligenza e classe tutto assieme. Da allora ho cominciato ad ascoltare tutti i dischi che avevo in casa;  fortunatamente mia madre adorava la Tebaldi, così ho potuto assorbire il meglio di una vocalità  morbida e quindi per emulazione è avvenuto il resto. All’ età di dieci anni la mia voce era naturalmente impostata senza l’ ausilio di un maestro, ma poi, visto che nessuno aveva il coraggio di metterci le mani, ho dovuto sputare sangue per costruire tutto e non ho ancora finito.

Tu hai cominciato a cantare molto giovane e sei arrivata presto al successo: pensi che questo percorso ti abbia  fatto  bene?

 

Male, anzi malissimo! Quando si è giovani ed entusiasti si cade subito nei tranelli degli squali, ma io, provenendo da una famiglia di cantanti, avevo quasi un  sesto senso e istintivamente dicevo di no a  richieste premature. Questo mi è costato molto, perché il mio era un semplice ma chiaro “no”, non un “sì”, e poi “capperi sto male, devo cancellare!”, cosa che avrebbe fatto un artista più scafato. Inoltre, quando arrivi in alto troppo presto, senza aver scalato con fatica la vetta, non hai i mezzi e la maturità per mantenere il posto raggiunto. Io dalla mia avevo solamente una voce di rara bellezza (spero che mi sia concesso di definirla così, perché credo che sia la pura verità), un grande istinto musicale (segnalo che al Conservatorio di Trieste non ero stata ammessa perché ero considerata una bambina priva di attitudini musicali!!…) ed un carattere fermo ed inossidabile nel difendere le mie qualità, come una leonessa difende i suoi cuccioli. Il mio carattere non è piaciuto a coloro i quali avevano interesse allo sfruttamento commerciale della mia voce; non ero malleabile ed accondiscendente, quindi l’ inesperienza dovuta alla giovane età e la rettitudine morale non mi hanno per nulla aiutata, oltre al fatto che non ho mai trovato nessuno, nemmeno un cane, che mi abbia teso la mano per dare, ma tanti che hanno cercato solo di prendere…e purtroppo molti così hanno fatto.

Oggi si vedono sempre piú cantanti bruciare le tappe ed arrivare rapidamente nei grandi teatri. Non credi che questa sia una strada pericolosa?

Direi di si, ed è una strada che è cominciata proprio quando iniziavo anch’io, ma ciò che è peggio, è che i giovani che cominciano aspirano di fatto alla propria autodistruzione: la sete di successo è tale che dimenticano di essere delle persone e sono disposti a tutto, in particolare alla rinuncia della propria dignità.

Dammi una tua definizione dei requisiti necessari a un cantante completo.

Voce, intelligenza, carisma, studio costante ed approfondito e soprattutto umiltà. Bisognerebbe pensare di essere servi della musica e non di servirsene. I veri grandi sono e sono stati innanzitutto dei grandi esseri umani.

Qual è il tuo approccio interpretativo nel preparare un ruolo?

Estremamente variabile, a seconda di ciò che mi trovo davanti. Generalmente cerco un nucleo dal quale partire, cerco di trovare quel qualcosa che mi colpisce di più e lo sviluppo. Provo a dare un taglio interpretativo tutto mio, anche se non sempre è facile, mi documento con tutto ciò che ho a disposizione e mi catapulto nella storia, sempre però seguendo le indicazioni del compositore. E’ più facile quando hai a che fare con un personaggio che per alcuni versi ti assomiglia, ma più spesso è totalmente distante da te ed allora il lavoro è arduo e bisogna impegnarsi il doppio. Generalmente ci metto molto, studio a cottimo per circa due mesi e poi lascio decantare per almeno altri due, poi riprendo e rifaccio lo stesso percorso, cambio idea spesso, e in sostanza mi ritengo soddisfatta e pronta dopo circa un anno e a volte anche più. Arriva infine il debutto e lì mi accorgo che sono solo all’ inizio…non si finisce mai di sviluppare un’ idea.  Ovviamente, dopo tutto questo lavoro trovo un direttore d’orchestra più o meno famoso, ma ormai quasi sempre totalmente incapace, che smonta pezzo per pezzo ciò che hai costruito, per il semplice motivo che o non sa dirigere o non ha voglia di faticare per trovare un punto d’incontro (cosa del resto assai difficile perché implica che anche lui abbia una visione completa e coerente dello spartito), mancando quindi totalmente di rispetto sia per il lavoro svolto dal cantante sia per chi lo ha preparato, che spesso è un musicista più in gamba e talora con più esperienza di voci rispetto a lui. Non mi è mai successo, però con i maestri dalla “M” maiuscola, solo con le mezze calzette, che generalmente imparano l’ opera durante le prove, sulla pelle (e sulla voce) degli artisti e che, se non sanno suddividere un tempo, modificano la scrittura sulla partitura…mi è successo anche questo! Mi è anche capitato di sentirmi dire, da uno dei maestri italiani che vanno per la maggiore, che la tradizione italiana vuole il forte dove c’è scritto piano e l’ accelerando dove c’è un rallentando…e naturalmente viceversa… Che tristezza!!!

Secondo te, è giusta o eccessiva l´importanza che oggi si dá all´aspetto scenico ed alla recitazione?

L’ aspetto scenico è una prerogativa importante dell’opera, ma quando diventa predominante a scapito della musica e delle persone chiamate a far vivere questa musica, allora credo che non sia altro che un pretesto per nascondere la pochezza dei registi che non sanno fare il loro lavoro. Il regista veramente capace sa far emergere la sua idea da qualsiasi stazza, altezza o bassezza dell’artista che si trova davanti, sempre ammesso che il cantante sia un vero artista.  Sono e rimango convinta che l’attuale moda di privilegiare gli artisti magri e belli (al giorno d’oggi non ci sarebbero più le condizioni per far emergere un Pavarotti o una Caballé: ci pensate a che razza di potenzialità stiamo rinunciando?)  non nasca da un ideale estetico (per quanto discutibile) ma sia solo un pretesto per nascondere la totale incapacità di molti attuali registi a gestire le potenzialità artistiche che hanno di fronte. Io ricorderò sempre un “Olandese Volante” che ho visto a Trieste negli anni d’oro di quel teatro: c’ era Elisabeth Connell, che non è mai stata un fuscello, e che per una scena intera del secondo atto, mentre cantava solo il protagonista, lei, solo con la sua presenza scenica, ha trasmesso delle emozioni straordinarie. Carisma: questa è la parola chiave che manca a molti cantanti, specialmente quelli più amati dai registi inconsistenti.

Tu hai avuto modo di lavorare con molti direttori d´orchestra d´alto livello. Come ti sei trovata con loro e quali sono state le più belle esperienze che hai avuto in questo senso?

Ho lavorato con grandissimi maestri e il personaggio che più mi è rimasto impresso, anche se io ero cover in panchina è stato Carlos Kleiber, e credo di non dover aggiungere altro su questo mito. Maazel mi ha insegnato che un grande direttore non ha bisogno di imporsi con grandi chiacchiere e sproloqui: lui mi conduceva in modo inequivocabile, lasciandomi sempre l’ impressione di essere libera.  Pretre, capendo la mia giovinezza e la mia fragilità, mi diede forza e coraggio, mentre Muti, nonostante la sua bravura, mi ha trasmesso solamente un grande nervosismo. Voglio però ricordare con simpatia che, a cena dopo una recita, mi disse: “Signora Mazzaria, spero che lei si ricorderà che la sua prima Traviata (era quella famosa del 1990) l’ ha cantata con me!”  Da Mehta, con il quale ho cantato la mia ultima Liù (dopo circa cento recite), mi aspettavo degli insegnamenti profondi ed importanti ed ho incontrato invece solo tanta superficialità e totale disinteresse per ciò che stavo facendo. Infine ricordo Colin Davis, grande professionista, ma, da perfetto inglese, non mi ha dato particolari emozioni.

Dammi una tua definizione della tecnica vocale.

Cercare la natura che c’ è dentro di noi è il primo passo, renderla consapevole è l’arma vincente, continuare a ricercare soluzioni sempre migliori è la ciliegina sulla torta. Mai credersi arrivati e perfetti: sarebbe il primo passo verso la regressione. Non è mai un caso che i cantanti in età scoprono una seconda giovinezza vocale.

Quali sono le caratteristiche necessarie ad un buon insegnante di canto?

Secondo me è importante mettersi al servizio di una voce e della personalità che la detiene; ascoltare ed aiutare il cantante a diventare autonomo nello studio, così che non debba spendere tutta la sua vita a sovvenzionare economicamente l’insegnante; cercare e ricercare degli esempi che possano andare bene a quella persona, dato che i cantanti sono tutti diversi fra loro, con psicologie e paure diverse. Ma soprattutto l’insegnante di canto deve saper cantare per poter proporre degli esempi. E’ vero che non tutti i cantanti sono portati per l’insegnamento, ma è altrettanto vero – e su questo punto non smetterò mai di insistere – che una persona che non ha mai cantato non è assolutamente qualificata per l’insegnamento della tecnica vocale. Ora abbiamo una schiera di nuove “pseudotecniche” vocali, avvallate da importanti personalità dell’ambiente, foniatri che insegnano il canto e critici musicali che pontificano sull’uso corretto della voce, cantanti non riusciti (anche indipendentemente dalla loro bravura) che però non possono trasmettere l’esperienza diretta del palcoscenico, i conservatori poi…orrore!… Insomma un vero business per pochi a discapito di tantissimi veri talenti che continuano a fiorire e ad essere recisi sul nascere.

Hai un modello tra i cantanti del passato?

Ho nominato Carlo Cossutta, ma citiamo donne straordinarie come Renata Tebaldi, Antonietta Stella, Anita Cerquetti, Rita Orlandi Malaspina, Ghena Dimitrova, Eva Marton e ancora Fedora Barbieri, Elena Obraztsova, Olga Borodina e tenori come Franco Corelli, Mario del Monaco, Giuseppe Giacomini, baritoni come Ettore Bastianini, Piero Cappuccilli e via avanti…Si capisce bene a cosa mi riferisco e che tipo di vocalità io prediliga: armonici pieni, non voci spoggiate che possono anche tirare fuori qualche bel filatino, ma che alla fine non ti avvolgono, e la cui moda si è affermata grazie a un’elite di Maestri intenti a far trionfare la loro immagine e non la completezza di un cast ben selezionato.

Cosa pensi dei dischi e dei video? Pensi che siano utili e quali sono le tue registrazioni che ti soddisfano di piu?

Sono utili, ma non quelli attuali a mio avviso. Amo molto le registrazioni live perché sono umane e rappresentano anche le debolezze momentanee nelle quali può incorrere un cantante. Le registrazioni che mi soddisfano di più sono sicuramente quelle del passato, dove c’erano ancora i grandi maestri che conoscevano il palcoscenico e le voci ed artisti che sprigionavano il loro straordinario carisma.

Sei soddisfatta di quello che hai fatto sulle scene o hai qualche rimpianto?

Fortunatamente nessun rimpianto, non soffro di astinenza da palcoscenico, ho cantato tanto, di tutto e di più, sono riuscita ad interpretare i ruoli che più mi avevano affascinato da bambina ed ho anche raggiunto dei traguardi che non avrei mai e poi mai pensato di dover affrontare…Forse mi manca Wagner, ma poi andrebbe a finire che, dopo mesi di studio e approfondimento del ruolo, mi troverei magari a cantare circondata da figure geometriche, architetture minimaliste ultramoderne o paesaggi spaziali.  Per fortuna  lo canto comunque, in ambienti più consoni alla mia attuale sensibilità…niente stranezze sceniche niente obbrobri visivi, solo l’immaginazione che mi cala direttamente nell’immagine che mi sono fatta dei capolavori di questo Grande. Ma desidero aggiungere che, anche se la mia carriera non si svolge più nel “gotha” della lirica (del quale non mi sono mai sentita veramente parte), non è affatto giunta al termine.  Amo cantare in posti tranquilli, per pochi fortunati che vivono ancora la passione dell’andare a teatro per godersi una serata diversa, lontana da un pubblico che ormai va a teatro con il desiderio di veder tonfare qualche cantante, che decide che uno è bravo solo perché è pubblicizzato dalle case discografiche, e che poi alla fine applaude comunque (“per educazione” dice qualcuno) qualunque orrore scenografico, registico e vocale gli venga propinato.

Dimmi lo spettacolo ideale in cui vorresti cantare: che opera e con quali colleghi.

Molto difficile rispondere. I cantanti con i quali vorrei cantare sono tutti morti. Ma, idealmente, sarei felicissima di interpretare Turandot con un Corelli come Calaf, Tebaldi come Liù e magari sul podio nuovamente Maazel con la splendida produzione della Scala di Zeffirelli…ma…..questo mondo è finito! Un Wagner diretto da Sinopoli sarebbe stato il massimo, ma anche con Karajan (al quale il direttore d’ orchestra del mio debutto teatrale avrebbe voluto presentarmi, ma poi le vicende della vita sono andate diversamente: forse non avrei fatto comunque in tempo a cantare con lui).  Credo che però sarebbe chiedere troppo e passerei per quella che non sono: fortunatamente (per me) e a differenza di altri, conosco i miei limiti.

Per molti aspetti, l´ambiente teatrale è un po´un nido di vipere: sei d´accordo o no? E, se sì, puoi spiegare i motivi?

Il problema è che, quando si comincia a studiare, il teatro, ancora lontano, sembra il paese dei balocchi. Poi, quando pochi fortunati riescono a cominciare a cantare, si scopre che si diventa tutti asini (Pinocchio docet), perché si smette di amare ciò che si sta facendo e si comincia ad amare ciò che il cantare produce, o almeno si crede che produca, il denaro e la fama.  Ebbene, cantando si guadagna certamente la possibilità di una vita migliore e quindi non sei più in grado di vivere diversamente. Questo crea la corsa allo sgambetto, “mors tua, vita mea”. Non parliamo poi dei personaggi che pensano di poter essere qualcuno solo perché diventano famosi in un ambito ormai così limitato e marginale quale l’opera lirica (provate a chiedere al passante comune il nome di due cantanti lirici viventi e ve ne accorgerete…); se solo si soffermassero a pensare che, invece di dire “io sono un cantante lirico”, potrebbero dire “io sono una persona che in questo momento della vita fa il cantante lirico”, forse ci sarebbe un livello umano più accettabile. Entrano in ballo anche gli agenti, casta scriteriata alla quale, in particolar modo dalla mia generazione, è stata messa in mano la nostra vita, per pura pigrizia. Ora comandano loro, fanno e disfano a loro piacimento la vita delle persone, senza mai pensare che dietro ad un cantante c’è spesso una famiglia che vive del lavoro del malcapitato. Siamo usati e buttati quando non più di moda, e tutto questo solo perché si pensa che un agente ti risolve il problema di doverti appendere al telefono per mantenere i contatti o ti evita di dover prendere il treno o l’aereo per andare a parlare con i dirigenti teatrali…cosa che faceva persino il grande Del Monaco a scadenze fisse. Che dire poi dei critici musicali che si innamorano del/della tal cantante e lo/la seguono fino alla morte, negando persino l’evidenza di una performance mal riuscita, scrivendo delle critiche che non spiegano nulla e che sembrano un trattato di medicina? Ma dove sono finiti quelli che dicevano: “Bene perché…”, “Male in quanto…”  Ultima cosa: ma dove sono finiti i direttori artistici che di musica se ne intendono veramente? Alcuni sono compositori di musica contemporanea, messi lì solo come specchietto per le allodole (e che qualche volta non riconoscono neppure la loro musica!…), tanto i cast li fanno gli agenti con pacchetti preconfezionati; altri fanno finta di essere insegnanti di canto, da bravi cantanti non riusciti (vedi sopra), e altri ancora sono messi là dalla politica. Ah, dimenticavo!…e la musica?…

Pensi che la lirica abbia ancora un futuro?

Per come intendo io la lirica, penso che sia morta e sepolta da tanti anni, e non di morte naturale…Sono sicura però che questo fantasma  avrà un futuro, totalmente lontano dal mio gusto, ma specialmente lontano dal gusto e dalle direttive precise dei compositori.

Come ascoltatrice, cresciuta nel mito di ben altri spettacoli,  posso solo dire che per me “la commedia è finita!”

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