Carlos Kleiber dirige Otello

Il mio regalo di Natale ai lettori del blog: la registrazione completa del leggendario Otello diretto da Carlos Kleiber Continua a leggere

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Carlos Kleiber: ancora un ricordo

Aggiungo alla raccolta di testimonianze riguardanti Carlos Kleiber questo ricordo apparso sulla rivista MUSICA nell´estate 2004, poco dopo la morte del maestro.

La scomparsa di Carlos Kleiber, lo scorso 13 luglio all’ età di settantaquattro anni, ha lasciato un vuoto incolmabile nel mondo della musica. Di lui si era cominciato a parlare nel 1973 all’epoca della prima delle sue scarse incisioni discografiche, un Freischütz per molti aspetti inarrivabile, più che una sorpresa un’ autentica rivelazione. Fino ad allora la carriera del direttore berlinese, dal debutto a Potsdam nel 1954, si era svolta prevalentemente in teatri di secondo piano, fra la Deutsche Oper am Rhein di Düsseldorf e il Landestheater di Salisburgo, fra Zurigo e Stoccarda. Solo dal 1968 la nomina a “direttore ospite principale” dell’ Opera di Stato Bavarese, ottenuta grazie all’intervento del sovrintendente Günther Rennert, impose Kleiber all’ attenzione del mondo musicale. Ma il vero lancio internazionale si ebbe solo nel ’73 appunto con quel sorprendente Freischütz. Il resto venne di seguito: nel ’74 il debutto a Bayreuth con il Tristano e al Covent Garden in sostituzione di James Levine, nel ’75 alla Scala con il Rosenkavalier, nel ’78 il primo invito americano a Chicago. In pochi anni fu chiaro in tutto il mondo che si aveva a che fare con uno dei talenti musicali più straordinari del nostro tempo.
Da allora i grandi teatri cominciarono a contenderselo e in molti casi non tardarono a conoscere altri aspetti del personaggio Kleiber, la sua natura scontrosa e la sue bizzarrie, il rifiuto di concedere interviste, le sfuriate con gli orchestrali e con i cantanti, le frequenti rinunce e le defezioni all’ ultimo momento. Kleiber era insomma un direttore affascinante ma terribilmente “difficile”, per certi aspetti perfino inaffidabile. Quasi tutti i maggiori teatri del mondo hanno avuto almeno una volta grane con lui per impegni annullati in extremis. Era intransigente, prima di tutti con se stesso, e difendeva con ogni mezzo la sua indipendenza di nemico giurato della routine, di artista poco interessato alle tentazioni della carriera. In questo ricordava altri grandi musicisti come Benedetti Michelangeli e Celibidache. Non a caso con entrambi ha avuto scontri memorabili, col primo durante quelle famose sedute di registrazione dei Concerti di Beethoven che si risolsero in un tempestoso nulla di fatto e col secondo attraverso un suo bizzarro articolo satirico pubblicato da vari giornali in risposta a certi giudizi aggressivi espressi dal direttore rumeno su alcuni interpreti del passato. Oltre al vezzo di negarsi, Carlos Kleiber aveva in comune con Celibidache e con Michelangeli la scarsa simpatia per gli studi di registrazione e l’ apparente limitatezza del repertorio. Negli ultimi anni accettava di dirigere solo una decina di opere e un numero ancor più ristretto di capolavori sinfonici, cioè solo le cose a lungo maturate e delle quali si sentiva perfettamente sicuro. Era però un’esiguità solo apparente se si considerano i lavori affrontati prima del lancio internazionale e presto abbandonati, dalla Madama Butterfly ai Due Foscari, dalla Sposa venduta all’ Edipo re di Leoncavallo, dal Lago dei cigni a Coppelia, da Daphne a L’ Heure espagnole, da Rigoletto alla Vedova allegra.
Per spiegare gli aspetti meno accattivanti del personaggio sono state fatte molte congetture richiamandosi soprattutto agli inizi della sua carriera, frustrati e intralciati più che agevolati dal rapporto col padre Erich Kleiber, il leggendario primo interprete del Wozzeck. Kleiber è stato l’ unico grande direttore figlio di un grande direttore, che per di più agli inizi non aveva mosso un dito per instradarlo sulla via della musica, anzi spingendolo a studiare chimica. Nonostante la venerazione dimostrata per l’ attività del padre, Carlos Kleiber aveva saputo ritagliarsi un proprio spazio interpretativo, talvolta perfino in netto contrasto con le scelte paterne. A dimostrarlo basta confrontare le registrazioni delle Sinfonie di Beethoven, del Tristano, del Freischütz o del Rosenkavalier lasciate da Erich Kleiber con quelle diversissime del figlio: un confronto quasi sempre destinato a risolversi a vantaggio delle seconde. In realtà se Erich Kleiber era un solido custode della tradizione tedesca, in qualche modo vicino a Furtwängler e a Walter, Carlos Kleiber appariva invece come un geniale “guastatore” di quegli stessi canoni interpretativi. La frenesia ritmica, la trasparenza dei timbri, il fraseggiare con imprevedibile elasticità e morbidezza facevano piuttosto pensare ad altri modelli, a De Sabata, al primo Karajan, per certi aspetti anche a Bernstein, che fu suo amico sincero.
Vedere Kleiber sul podio era uno spettacolo senza confronti. Il suo gesto costituiva uno di quei fenomeni che rendono inspiegabile il mistero di un’arte come la direzione d’orchestra e che, osservati al dettaglio, vanificano ogni possibilità di teorizzazione scolastica sul rapporto causa-effetto che si viene a instaurare fra movimento e risposta sonora. Raramente scandiva il tempo nel senso tradizionale. La correttezza impeccabile della tenuta ritmica e la realizzazione delle sottilissime fluttuazioni agogiche del “rubato” sembravano derivare piuttosto da certi atteggiamenti del corpo e del volto: un fluido misterioso che si trasmetteva agli strumentisti. I movimenti di Kleiber sul podio contravvenivano a tutte le buone regole della tecnica direttoriale: quasi impercettibili nello scatenamento vorticoso dei tempi rapidi si facevano invece più ampi ed eloquenti nella cura del fraseggio dei tempi lenti. Una specie di danza meravigliosa, quale nessun coreografo saprebbe inventare, l’esatta rappresentazione visiva di ciò che un attimo dopo si traduceva in effetto sonoro. E il risultato era una sorta di ebbrezza dionisiaca, di estasi e di abbandono totale al piacere della musica.
Kleiber è stato soprattutto un formidabile direttore d’ opera. Lo stanno a dimostrare la maggiore frequenza dei suoi impegni con il repertorio lirico e quel pizzico di eccitazione teatrale che sempre si sprigionava dalle sue interpretazioni sinfoniche, dal suo Beethoven translucido e spiritato, dalle dolcissime inquietudini del suo Schubert, perfino da quella Quarta di Brahms variegatissima, continuamente animata da un soffio di tragedia. Ma in un certo senso è sostenibile anche il contrario. Tutte le esecuzioni operistiche di Kleiber possedevano una ricercatezza di dettagli, uno spolvero virtuosistico, uno spessore orchestrale, una perentoria unità di concezione di gusto sinfonico. Ciò rendeva per molti aspetti unici i suoi confronti con il grande repertorio tedesco da Weber a Wagner, da Strauss a Berg, contraddistinti da esiti di novità perfino sconcertante. Il suo Freischütz rinuncia all’ enfasi retorica di quelle esecuzioni che, alla maniera di Furtwängler, puntano a evidenziare le premesse del wagnerismo. E’ un Freischütz fiabesco e luminoso, restituito al primo romanticismo e all’ estetica disimpegnata del Singspiel, centrato tanto negli aspetti di demonismo visionario come in quelli bonari e quotidiani di commedia. Allo stesso modo il discusso e ammiratissimo Tristan und Isolde si allontana dall’ eroismo teutonico del Ring per raccogliersi in atmosfere lunari e oniriche o per tendersi in frenetiche eccitazioni sensuali. Un Tristan perfino pericolosamente affascinante, già in odore di Strauss e di decadentismo. E proprio con lo Strauss del Rosenkavalier Kleiber ha rivelato i tratti più seducenti della sua personalità di interprete per quell’ inscindibile connubio di eleganza settecentesca e di malinconia crepuscolare, di leggerezza da commedia viennese e di sfida virtuosistica. Qualità perfettamente comuni all’opera e al direttore. Di qui anche il logico approccio agli Strauss viennesi, mediato dalla confidenza con il mondo del balletto e dell’ operetta a lungo frequentati durante gli anni di oscuro apprendistato. Dopo il suo primo, indimenticabile “Concerto di Capodanno” perfino Willi Boskowsky dichiarò di non aver mai ascoltato esecuzioni così trascinanti e autentiche delle musiche che aveva diretto per tutta la vita. Né meno elettrizzante è stato il confronto di Kleiber con Die Fledermaus, capace di esprimervi una spiritualità e una leggerezza fatata senza possibili riscontri. L’ opera italiana fu presente nel repertorio battuto da Kleiber negli ultimi anni con un po’ di Verdi e di Puccini. Del primo una Traviata decisamente poco italiana ma fascinosissima, filtrata per l’appunto attraverso il mondo del valzer e il tardo romanticismo, fra insistiti preziosismi timbrici e slanci travolgenti, ma anche un Otello analizzato con minuziosa fedeltà alle indicazioni della partitura e inscritto senza remore nella stagione del grande decadentismo europeo. La stessa prospettiva che consentì a Kleiber di essere interprete senza rivali della Bohème, come hanno dimostrato ripetute esecuzioni in teatro fra le più struggenti e poetiche. Scarsissime sono state le incursioni di Kleiber in altri settori della storia dell’ opera. Ricordiamo per esempio una sconcertante Carmen viennese del ‘78, incredibilmente pasticciata dal punto di vista testuale in accordo con le idee registiche di Zeffirelli, ma anche punteggiata di momenti prodigiosi nel suo particolare taglio allo stesso tempo spumeggiante e drammaticissimo.
Negli ultimi anni, libero da qualsiasi impegno stabile con un’ orchestra sinfonica o con un teatro alternava lunghi periodi di assenza a rarissimi, folgoranti ritorni. Ogni sua apparizione sul podio era seguita con l’ interesse un po’ morboso degli “eventi” (forse più di tutte l’ ultima nel febbraio del 1999 a Cagliari). Certo avrebbe potuto dare molto di più alla storia dell’interpretazione e contendere il primato a colleghi assai più impegnati di lui eppure tanto meno geniali e interessanti. E’ invece rimasto fino all’ ultimo fedele all’ immagine di outsider capriccioso e affascinante, rifiutando di scendere a patti con le regole di una professione, perfino a quel livello, fatta di compromessi e burocratica ripetitività. Ora che ci ha lasciati il fascino della sua testimonianza risiede anche in questo, nel rifiuto di intendere la direzione d’ orchestra come una professione e nel caparbio impegno a difenderne gli aspetti misteriosi di magica possessione, di ispirato incantamento, di totale abbandono agli dei della musica.

Giuseppe Rossi  (Musica, Anno X – Numero 29, Maggio-Settembre 2004)

Carlos Kleiber: 80° anniversario della nascita

Oggi Carlos Kleiber avrebbe compiuto ottant´anni. Su queste pagine ho voluto spesso ricordare questa straordinaria figura, uno dei più grandi talenti di tutte le epoche nel campo della direzione d´orchestra.
In questa circostanza lo voglio commemorare proponendo questo brano tratto dal Rosenkavalier viennese del 1994, la sua ultima produzione operistica.

Il miglior modo di iniziare il 2010

La carissima Anna Costalonga mi ha segnalato un documento sensazionale: sei filmati di Carlos Kleiber ripreso mentre dirige il Tristan und Isolde a Bayreuth.
L’ anno nuovo non poteva portarci un regalo migliore.
Ogni ulteriore commento sarebbe superfluo,  c’ è solo da ascoltare e godere.
Grazie ad Anna ed all’ utente MDWtristanfilms, che ha postato questi rarissimi video su Youtube.

Claudio Giombi ricorda Carlos Kleiber

Ancora una testimonianza riguardante Carlos Kleiber. Alla notizia della sua morte Claudio Giombi, grande caratterista triestino che ha lavorato con tutti i piú grandi direttori della sua epoca, scriveva questo ricordo del suo lavoro con il maestro.
Si tratta di un documento di altissimo interesse, e ringrazio Claudio Giombi per avermi autorizzato a pubblicarlo qui.

Ho appreso dai giornali la morte del maestro Carlos Kleiber.
Due pagine intere del Corriere della Sera gli sono state dedicate. Da molti è ritenuto il più “grande” direttore d’orchestra del mondo.
Vittima del successo paterno, pure lui, famoso direttore d’orchestra, si era sentito dire spesso dal genitore: “ Tu non sei né sarai mai, un buon musicista, non arriverai nemmeno a scalfirmi con la tua bacchetta”.
La sua morte mi ha rattristato molto. In cuor mio sognavo di ritrovarlo ancora in una Bohème, per riprovare quelle emozioni che soltanto lui sapeva darmi. L’ultima volta fu in Giappone, per la recita straordinaria di commiato, a Yokohama, con la tournée della Scala di Milano. Era stata straordinaria e aveva superato tutte le altre. Mentre ritornavamo insieme verso i camerini, Kleiber mi sussurrò: “Giombi, la nostra ultima Bohème…”
Mi sentii mancare, conoscevo la sua suscettibilità: “Maestro, ho sbagliato qualcosa?”
Lui mi guardò come un bambino ferito…”No, assolutamente, lei è stato grande come sempre”. Dopo una lunga pausa: “Io non dirigerò più quest’opera, perché non potrei farlo mai, meglio di questa sera”.
Fu di parola e non ci rivedemmo più.
Sono stato tentato più volte, di scrivergli o telefonargli. Per molte cose mi ricordava la Pittoni e sapevo che nonostante avesse il mondo del teatro ai suoi piedi, non era felice. Aveva sempre paura di sbagliare.
Il nostro primo incontro avvenne alla Scala con le riprese della Bohème, lo stesso allestimento di Zeffirelli, che già conoscevo. Credo sapesse che l’avevo eseguita con Karajan, perché quando si rivolse a me, per spiegarmi certi suoi effetti, era impacciato e non riuscivo a capire cosa volesse. Quando cominciava e avveniva subito, a sentirsi incompreso, s’ innervosiva e allora iniziavano i guai.
“Guardi, Maestro, questa frase la posso eseguire in modi diversi, ascolti…”
Gli proposi tutto un campionario d’interpretazioni. Lui cominciò a rilassarsi e sorridere.
“Va bene, Giombi, ho capito, quando saremo sul palcoscenico l’ esegua come sentirà di farlo”.
Alla fine della sua tirata sulle donne, Benoit dice: “….e son piene di doglie, per esempio, mio moglie!”. Puccini ha scritto un fortissimo in battere dell’orchestra sulla parola “moglie” che così sparisce. Molti direttori, compreso Karajan, aspettano il completamento della frase e vanno con l’attacco dell’orchestra subito dopo. Ma Kleiber voleva eseguirlo come scritto. Ogni sera, prima d’iniziare, veniva nel mio camerino a supplicarmi: “Giombi, la prego urli “mia moglie!”
Ed io: “Farò del mio meglio, ma con le mogli non serve urlare….”
E se ne usciva ridendo.
Fu lui a volermi ad ogni costo al Metropolitan di New York, con Pavarotti e la Freni.
Negli Stati Uniti i ruoli di comprimario non possono essere assegnati ad artisti non iscritti al sindacato nazionale. I due grandi caratteristi italiani stabili di quel teatro erano Italo Tajo e Renato Capecchi, due star del firmamento lirico. Ma Kleiber riuscì a spuntarla e mi dissero che minacciò di non dirigere l’opera se non c’ero io.
Per giustificare meglio al sindacato la mia posizione, mi affidarono entrambi i ruoli di Benoit e Alcindoro, come era previsto al tempo di Puccini. Poi il sindacalismo impose: “Ogni ruolo, un interprete diverso”.
Kleiber fu lietissimo della scelta e una sera alla fine del secondo atto, che lui dirigeva saltando sul podio, come un bambino, mi si avvicinò..:
“Giombi dov’era…?”
”Sul palcoscenico Maestro, non mi ha visto?” . Era diventato il nostro gioco quello dei malintesi…”Perché non mi ha mai detto che fa pure Alcindoro? Glielo avrei fatto fare anche alla Scala”.
“ Impossibile Maestro, il sindacalismo italiano non è flessibile come l’ americano, non lo permetterebbero mai. Quando si tratta di porre ostacoli ad un artista ci riescono sempre, non altrettanto quando si tratta di tutelare i suoi diritti….”
Lo vidi pensieroso e ci salutammo.
Due anni dopo riprendemmo l’allestimento alla Scala, per la nuova tournée in Giappone.
Il direttore artistico era Cesare Mazzonis, un vero gentiluomo dopo Grassi, mi fermò in platea, durante una prova:
“Il maestro Kleiber minaccia d’andarsene per colpa sua…”
“Cooosa“,dissi terrorizzato.
“Vuole che lei faccia entrambi i ruoli come al Metropolitan, ma gli abbiamo spiegato che in Italia è sindacalmente impossibile, c’è una legge a proposito. Siamo però arrivati ad un compromesso, qui lei fa Benoit, mentre in Giappone farà entrambi i ruoli, d’accordo?”. Poi ne feci tre, anche una delle guardie nel terzo atto.
Andai in scena senza nessuna prova e per educazione, mi recai in camerino del Maestro a chiedergli se ero andato bene.
“Nel quarto atto lei non c’era…” mi disse con tono severo fissandomi con i suoi occhi di ghiaccio.
“Nel quarto atto non c’è nessun ruolo per me, Puccini non ci ha pensato…”risposi.
Con un grande sorriso Kleiber mi abbracciò, sussurrandomi all’orecchio:
“Peccato!”

Claudio Giombi

Ancora una testimonianza su Carlos Kleiber

Aggiungiamo ai documenti riguardanti Carlos Kleiber questo articolo di Clemens Hellsberg, primo violino e Vorstand dei Wiener Philharmoniker.La traduzione italiana, come sempre, é stata effettuata dalla carissima Anna Costalonga.
Questo é il link dell’ articolo originale, sul sito dei Wiener Philharmoniker

www.wienerphilharmoniker.at/index.php

In ricordo di Carlos Kleiber

Clemens Hellsberg

Il 13 luglio 2004, la morte di Carlos Kleiber segnò la chiusura definitiva di un affascinante capitolo nella storia della nostra orchestra, capitolo che purtroppo si era concluso già parecchio tempo prima. Kleiber aveva diretto per l’ultima volta un concerto della stagione filarmonica il 15 e 16 maggio 1993; il 20 gennaio 1994 era salito sul nostro podio per l’ultima volta, in occasione del 53° ballo dei Wiener Philarmoniker; infine, l’abbiamo visto ancora, ma solo in una produzione operistica: a maggio e a ottobre del 1994 condusse in totale nove rappresentazioni del “Rosenkavalier”, rispettivamente a Vienna e a Tokyo.

Il conto delle collaborazioni è presto fatto: tra il 19 ottobre 1974 (Bratislava) e il 16 maggio 1993 diresse 26 concerti, di cui 8 concerti della stagione e 2 concerti di Capodanno (1989, 1992), e poi 5 repliche della nostra prima, e fino adesso, unica tournée messicana nell’aprile 1981. Inaugurò per tre volte il ballo della Filarmonica (1975, 1980, 1994) e animò la cornice musicale di una presentazione letteraria, di cui ci occuperemo in seguito in maggior dettaglio. In aggiunta, ci sono le registrazioni in studio: la Quinta e Settima sinfonia di Ludwig Van Beethoven, la “Terza” e l’ “Incompiuta” di Franz Schubert, e la Quarta di Johannes Brahms. Tra ottobre del 1973 e maggio del 1994 diresse 18 rappresentazioni alla Staatsoper (“Tristan und Isolde”, “Carmen”, “La Bohème”, “Der Rosenkavalier”) e infine 6 serate nella tournée giapponese della Staatsoper dell’ottobre 1994.

Il conto è, come detto, presto fatto. Quale contrasto, però, tra un conteggio così misero e l’esperienza straordinaria, che ogni collaborazione con questo geniale interprete comportava: 26 concerti sono un numero ben marginale, nella storia della nostra associazione, che ne conta già quasi 7000. Ma quell’universo musicale, che Carlos Kleiber riusciva ad aprire ad ogni suo concerto, la sensazione di essere portati con lui, non solo ai propri limiti, ma ben al di là di essi, rimarranno esperienze indimenticabili per tutti coloro che hanno avuto l’occasione di condividerle.

La relazione tra il direttore e la nostra orchestra conobbe alti e bassi, in maniera estrema. I concerti di Capodanno del 1989 e del 1992 furono momenti felici per lui, ma ne declinò ogni successiva proposta. Nel maggio 1993 “Heldenleben” fu una dimostrazione unica della sua affinità con Richard Strauss, che ebbe occasione di conoscere da giovane (una esperienza che gli rimase impressa, di cui parlava spesso in privato), ma rifiutò di renderne pubblica la registrazione. E all’euforia di quei cinque concerti a Guanajato e Mexico City, che sembravano aver risanato il rapporto critico con l’orchestra, si contrappose la rottura totale, quando nel dicembre 1982, proprio prima dell’ultima prova per un concerto della stagione filarmonica, se ne andò sbattendo la porta e lasciando l’orchestra a se stessa.
Nella figura ritmica principale del secondo movimento della Quarta di Beethoven, gli orchestrali avrebbero dovuto rendere il suono del nome dell’ “immortale amata” di Beethoven, ma faticavano a raggiungere il risultato voluto. “Voi non suonate “Therese”, ma sempre e solo “Marie”” esplose, e in questo sfogo si manifestava la totale disperazione di un artista, che cerca di oltrepassare i limiti e in questa ricerca si vede sconfitto.

La sua personalità era piena di contraddizioni. Da una parte, alle prove, ci si doveva sempre aspettare la catastrofe, la rottura; dall’altra, lontano dai momenti di furia, era sempre disponibile con ogni musicista, anche per colloqui privati. Nella vita di tutti i giorni, era di un affetto devoto, riservato sì, ma sempre profondamente sentito. Aveva un repertorio molto vasto e conosceva quasi tutta la letteratura musicale mondiale, ma nei suoi concerti si limitava a pochi lavori operistici e orchestrali. Le sue pretese artistiche erano infinite, ma dimostrava una totale comprensione, se queste potevano causare ai musicista nervosismo o stanchezza fisica; la sua furia non conosceva limiti e non si fermava di fronte a nessuno – ma il suo rapporto con i bambini era di un amore, di una comprensione, di una tenerezza, tale da rendere questi incontri fra i momenti più preziosi nelle sue relazioni.

Vorrei concludere con un ricordo personale. Quando nel 1992 Werner Resel e Walter Blovskij, all’epoca presidente e direttore della nostra orchestra, chiesero a Carlos Kleiber di condurre la parte musicale per la presentazione del mio libro “Democrazia dei Re”, commissionatomi dalla Filarmonica in occasione del suo 150esimo anniversario, il Maestro accettò subito con un “Lo faccio, ma ne voglio una copia!” e andò a Vienna, per dirigere il 14 novembre nella Goldener Saal, senza cachet, l’ouverture delle “Allegre Comari di Windsor” di Otto Nicolai e “Unter Donner und Blitz” di Johannes Strauss: una prova inconfutabile della stima per la nostra orchestra, della considerazione per il lavoro svolto insieme e anche per le relazioni personali che vi aveva intrattenuto. E tuttavia rifuggiva qualsiasi visita, di chi lo voleva riportare indietro: la visita che concesse generosamente all’archivista dell’Archivio Storico e degli Autori, la negò invece al successivo presidente, lasciandoci una tristezza, che non finirà mai..

Su di questa,però, ha prevalso una profonda riconoscenza – sentimento che dovrebbe valere anche per quei suoi numerosissimi ammiratori in tutto il mondo, che avrebbero voluto vederlo condurre molti più concerti e opere. E’ riuscito a raggiungere e a cogliere le stelle per noi tutti e anche quando non è arrivato fino a tanto, ci ha comunque provato che esistono veramente.

Una testimonianza su Carlos Kleiber

L’ amico milanese  Gabriele Baccalini, dopo aver letto l’  articolo su Carlos Kleiber da me pubblicato in traduzione italiana, mi ha mandato questa preziosa testimonianza, comprendente il testo di due lettere scritte dal Maestro a Romano Gandolfi, l’ indimenticabile direttore del Coro del Teatro alla Scala, nonché un suo ricordo personale riguardante Veronika Kleiber, sorella del grande direttore.
Pubblico questo documento di altissimo valore, ringraziando Gabriele per aver scelto di farlo conoscere tramite questo blog.

Caro Gianguido,
ecco i testi delle due letterine autografe di Kleiber a Gandolfi:

23.3.79
Caro Romano!
Pregoti di fare sapere al Coro che ringrazio di cuore per la “Bohème” di ieri sera. E anche a TE, amico carissimo!
Ciao, con affetto
tuo Carlos Kleiber.

16.4.82 (credo proprio per una ripresa dell’Otello)
Caro Romano Gandolfi,
Tu sai bene come è bravo il tuo Coro, come è anche gentile e pieno di anima. Diglielo da parte mia, per favore. Romano, amico, grazie a Te per la tua gentilezza con me, mi dai sempre coraggio.
Se una volta avrai bisogno di coraggio anche Tu, farò del mio meglio, sai…
Sempre fedel
tuo Carlos.

Ho lasciato l’italiano un po’ zoppicante, perché mi sembra un indice di autenticità e sincerità.

Io ho un ricordo personale della famiglia Kleiber, anche se riguarda solo indirettamente Carlos. La sera di un suo concerto alla Scala nel 1980/81,  (aveva accettato di sostiture Karl Boehm in fin di vita alla guida della London Symphony, portata alla Scala da Abbado, e fece una Settima di Beerhoven da lasciare tutti a bocca aperta) conobbi la sorella: non so perché nell’articolo da te riportato si parla di figlio unico, forse unico maschio…; chiacchierando le dissi che avevo a casa anche diversi dischi  del loro padre. Citai  tra l’altro  un vecchio vinilico canadese  con la Rosamunde di Schubert e  lei fu commossa e sorpresa:  non sapeva che esistesse una registrazione della Rosamunde di suo papà e ci teneva moltissimo a procurare il disco anche per Carlos, perché la prima volta che lei e il fratello erano stati portati ad ascoltare un concerto diretto dal padre in programma c’era proprio quella musica di Schubert. Voleva i codici identificativi del disco e ci demmo appuntamento per la sera successiva, perché c’era un altro spettacolo al quale entrambi avremmo assistito. Io portai con me il disco e insistetti perché lei lo accettasse in dono anche per Carlos, sostenendo che il valore affettivo che poteva avere per me non era paragonabile con il loro. Ma lei, teutonicamente inflessibile, rifiutò e si limitò a trascrivere la marca e il numero di serie del disco, che mi pare fosse distribuito dalla Bongiovanni di Bologna. Spero che ne abbia trovato una copia, perché non finiva di ringraziarmi per la segnalazione e l’aiuto nella ricerca del disco.

Gabriele Baccalini