Münchner Philharmoniker – Joshua Bell e Krzysztof Urbański

Foto ©Mozart2006

La vita musicale monacense offre parecchi eventi per i quali vale la pena di fare un viaggio. Oltre agli spettacoli della Staatsoper, la vita concertistica Continua a leggere

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Tschaikowsky: Trio in la minore op. 50

Il Trio op. 50 in la minore per pianoforte, violino e violoncello di Tschaikowsky è una di quelle composizioni Continua a leggere

“French impressions”, il nuovo album di Joshua Bell

È uscito da pochi giorni “French impressions”, il nuovo album di Joshua Bell. Non ho mai fatto mistero della mia grandissima ammirazione per il quarantaquattrenne virtuoso nativo dell’ Indiana e i miei lettori sanno da tempo Continua a leggere

Joshua Bell a Stuttgart

joshua bellCirca un anno fa, ho raccontato qui le impressioni ricevute dalla scoperta, attraverso un documentario televisivo, di quello che ritengo essere, senza ombra di dubbio, il piú grande violinista dei nostri tempi. Sabato sera ho potuto finalmente ascoltare Joshua Bell dal vivo, alla Liederhalle,insieme alla Minnesota Orchestra diretta da Osmo Vänskä. Devo dire che l’ ascolto diretto ha confermato quella che era stata la mia prima impressione: siamo di fronte ad un autentico genio del violino. Per trovare termini di paragone adeguati, bisogna andare indietro nel tempo, probabilmente fino a Jascha Heifetz e Fritz Kreisler, alle cui figure l’ arte del virtuoso americano puó essere accostata, per la bravura strumentale strepitosa e l’ analogia di certe concezioni artistiche. Nessun altro violinista della nostra epoca puó essere paragonato a questo quarantenne nativo dell’ Indiana, dotato di strepitosi mezzi tecnici e soprattutto della capacitá di utilizzarli al servizio di una fantasia interpretativa che coinvolge l’ ascoltatore ad un livello che ben poche volte mi é capitato di sentire in un concertista. Come dicevo in quel post dello scorso anno, qui non é questione di tecnica sopraffina, perché quella la possiedono tutti i grandi violinisti della nostra epoca. A fare la differenza é la personalitá, il senso dei colori e del fraseggio e soprattutto la capacitá che ha Bell di far veramente cantare lo strumento, con un legato e una dinamica degni dei grandi cantanti del passato. Qui a Stoccarda, Joshua Bell ha presentato il Concerto N.1 in sol minore op.26 di Max Bruch, una partitura che sta obbligatoriamente nel repertorio di ogni grande violinista che aspiri ad essere definito come tale. É bastata l’ esposizione della frase introduttiva, resa con una libertá di fraseggio e una bellezza di suono assolutamente sconvolgenti, a catturare l’ attenzione degli spettatori. Come i piú grandi cantanti d’ opera, Bell possiede quella che Stendhal chiamava la “dinamica sfumata”, cioé la capacitá di variare continuamente, nota dopo nota, il timbro ed i colori del suo strumento. Tutto questo é posto al servizio di una personalitá di interprete tra le piú spiccate che abbia avuto modo di incontrare nei miei molti anni di frequentatore di sale teatrali. Bisognerebbe parlare della souplesse virtuosistica e dell’ eleganza del fraseggiare che il violinista americano evidenzia nel suo modo di far musica, e della capacitá di creare un continuo scambio di colori con l’ orchestra. Sotto quest’ ultimo aspetto la resa dell’ Adagio, con Bell e gli strumentisti della Minnesota Orchestra che si rimandavano, frase dopo frase, timbri e colori in una sorta di sintonia mentale assoluta, era una di quelle cose che molto raramente accade di ascoltare in concerto, e non solamente in questa pagina. Come nessun altro violinista oggi al mondo, Joshua Bell riesce ad usare l’ archetto per dipingere, con il suo leggendario Stradivari Gibson del 1713, giá appartenuto a Bronislaw Huberman, architetture sonore di una bellezza e compostezza formale che incantano. Era poi logico che i virtuosismi del Finale venissero superati con irrisoria facilitá, ma assolutamente senza nessun compiacimento di esibizione virtuosistica. Joshua Bell, come i veri grandi interpreti, riesce a mettere la tecnica veramente al servizio dell’ espressione. Tra l’ altro, le molte analogie di questa pagina con quella analoga del Concerto di Brahms (come tutti sanno, i temi principali dei due Rondó presentano la stessa struttura ed una forma melodica assai somigliante) mi hanno suscitato il desiderio quanto mai acuto di ascoltare, prima o poi, il violinista americano alle prese con la partitura brahmsiana. Non ho dubbi che ne uscirebbe qualcosa di entusiasmante. Battuta dopo battuta, nel dialogo intenso e serrato tra solista e orchestra che il Concerto di Bruch prevede, si ascoltavano continui caleidoscopi di fraseggio e colori, fino ad arrivare ad una chiusa entusiasmente per intensitá, che logicamente ha scatenato l’ entusiasmo del pubblico. In un brano di Wieuxtemps eseguito come fuori programma, Bell ha poi dato sfogo a tutti i numeri del suo repertorio virtuosistico, con un aplomb ed un’ eleganza che ricordavano veramente Jascha Heifetz, come dicevo piú sopra. Una serata sensazionale, a cui ha dato un importante contributo anche la Minnesota Orchestra, complesso veramente formidabile che del resto é ben nota ai discofili per la leggendaria serie di incisioni Mercury effettuate negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo passato, sotto la guida di Antal Dorati e Stanislaw Skrowaczewski: gli LP Mercury Living Presence, ancora oggi ricercatissimi dai collezionisti e piú volte ristampati anche in CD. A quei tempi il complesso portava ancora il nome originario di Minneapolis Orchestra, mutato nell’ attuale a partire dal 1968. Tra i molti maestri di fama che hanno diretto questa orchestra vanno ricordati Eugene Ormandy, Neville Marriner e soprattutto Dimitri Mitropoulos, che ci lavoró insieme per diversi anni, collaborazione testimoniata da diverse pregevoli registrazioni. Si tratta veramente di una formazione strumantale di primissima qualitá, con una pasta sonora stupenda negli archi, fiati brillanti e una sezione ottoni assolutamente formidabile per intonazione, purezza di suono, penetrazione e squillo. Sotto la guida esperta e competente del suo attuale Music Director, il finlandese Osmo Vänskä, la Minnesota Orchestra ci ha fatto ascoltare “Slonimsky´s Earbox” di John Adams, il compositore minimalista americano noto al pubblico per le sue opere liriche come “Nixon in China”, “The death of Klinghoffer” e “Doctor Atomic” e poi, nella seconda parte, un’ intensa e nobile lettura della Sinfonia N.2 di Sibelius.Grande serata insomma, probabilmente il vero avvenimento musicale dell’ anno qui a Stoccarda.

Joshua Bell

Ieri sera ho visto in tv su Arte un documentario sul violinista americano Joshua Bell, strumentista di cui avevo sentito parecchio parlare ma che sinceramente finora conoscevo molto poco.

Premessa: sono da sempre un fan sfegatato del violino. Lo considero lo strumento con la gamma piú variegata di possibilitá espressive, dal canto commovente fino agli acrobatismi al limite della follia. Tuttavia ultimamente mi ero pian piano rassegnato a ricercare queste emozioni solo nei dischi incisi dai grandi del passato come Heifetz, Menuhin, Oistrakh, Milstein, Szeryng. L’ ultima generazione di violinisti ha raggiunto altissime vette tecniche e formali ma tutti mi sembrano magnifici robot in grado di muovere archetto e dita a velocitá vertiginose senza un briciolo di passione ed emotivita. Ammirevoli certo, ma assolutamente non coinvolgenti e tutti simili l’ uno all´altro.Bene, ieri sera mi sono finalmente trovato di fronte alla reincarnazione del virtuoso trascinante, che non teme nemmeno di mostrarsi arbitrario, insomma del grande tenore dell’ archetto. E dico tenore perché il primo brano eseguito da Joshua Bell, che mi ha fatto letteralmente sobbalzare sulla sedia, era una trascrizione della romanza di Nadir da “Les pecheurs de perles”, ricamata con un legato e una dinamica degni dello Schipa piú squisito. Ho seguito tutto il programma, ascoltando finalmente un violinista della giovane generazione in grado veramente di far cantare il suo strumento. Oggi sono andato a procurarmi alcuni cd, ho scaricato da internet altro materiale e ribadisco senza ombra di dubbio il mio giudizio. Joshua Bell é attualmente l’ unico erede della grande scuola violinistica del passato. Lasciamo stare la preparazione tecnica perché quella, come ho giá detto, oggi la possiedono tutti i concertisti di classe. Quello che colpisce nel giovane violinista nativo dell’ Indiana è la personalitá, la capacitá di fraseggiare con lo strumento come un grande cantante, la bellezza e la varietá dei colori. Vi raccomando in particolare il cd intitolato “Voice of the violin” con le trascrizioni di brani operistici, da cui é tratta la romanza che citavo in apertura. È un’ operazione forse poco gradita dagli intellettuali? E chi se ne frega, degli intellettuali! Provate ad ascoltare solo come Bell attacca il tema principale nel primo tempo del Concerto di Bruch, o la cadenza e l’ attacco della ripresa nel primo movimento di quello di Mendelssohn. Cose che finora sembravano appartenere ad un’ altra epoca. Senz’ altro ho scoperto in colpevole ritardo un artista che voi magari conoscevate da un pezzo, ma da oggi mi dichiaro suo ammiratore entusiastico e lo aspetto qui in Germania per ascoltarlo dal vivo, cosa che spero avvenga il piú presto possibile.