Arthur Endreze

Sono da sempre un appassionato ascoltatore delle registrazioni di cantanti storici. In un’ epoca come la nostra, nella quale le voci in grado di cantare correttamente sono ormai pochissime, per non dire quasi inesistenti, Continua a leggere

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Carmen alla Staatsoper Stuttgart

Un ulteriore esempio di quella tendenza registica che qualcuno giustamente chiama “Eurotrash”.

Il sipario si apre e mostra un seminterrato in stile teatro off anni Sessanta, arredato con paralumi e poltroncine in legno prese dagli scarti di qualche magazzino IKEA. In esso vive una comunità di ex militari alcoolizzati, confortati saltuariamente da prostitute nemmeno tanto attraenti e da una soldatessa dell´Esercito della Salvezza, tale Micaela. Il caso clinicamente più interessante è quello di Josè, il tipo più mentalmente sinistrato di tutti, che vive perennemente seduto in poltrona a rimuginare le sue ossessioni, rappresentate da un cadavere femminile steso a terra. A un certo punto le prostitute iniziano una specie di rito macumba e il cadavere prende vita. Veniamo a sapere che si tratta di Carmen, una loro collega dai modi piuttosto spicci che in passato frequentava anche lei lo scantinato e se la faceva con alcuni degli abitanti. Tra coloro che prendevano parte alla tresca c’ era anche Josè, che in seguito a  questa vicenda aveva ricevuto un colpo decisivo alla sua salute mentale. Micaela, aldilà dei suoi doveri professionali, ha evidentemente preso a cuore il caso del militare alienato e cerca di consolarlo, ma viene scacciata in malo modo da Carmen. Ne nasce una rissa generale, e Zuniga, che nella vita militare rivestiva il grado più elevato, decide che Carmen deve essere scacciata dalla casa. Josè si oppone e viene cacciato insieme a lei. Fine del primo atto.
Atto secondo. Carmen, che evidentemente è donna difficile da soddisfare, non si accontenta delle prestazioni che Josè può concedere nei momenti di lucidità e invita a prendere parte al gioco un bulletto di provincia, tale Escamillo, finanziariamente ben messo ma volgare nei modi, tanto da vestire perennemente in smoking, però con modi burineschi che vengon fuori al minimo gesto. Nemmeno questo basta a scuotere Josè. Carmen le prova tutte, invitando anche due colleghe insieme a due uomini truccati da clown, che inscenano una specie di pantomima erotico-burlesca. Finalmente l’ alienato si scuote, e dopo una dichiarazione passionale tenta di tradurre i suoi sentimenti in atti, diciamo così, concreti, facendo però clamorosamente fiasco. Preso dalla frustrazione, si avventa contro il suo ex superiore e lo malmena. Fine del secondo atto.
Atto terzo. Dopo un’ incomprensibile discussione tra Carmen e le due colleghe, durante la quale un clown lancia in aria una serie di carte da gioco, Micaela, che da brava soldatessa della Salvation Army prende molto a cuore il caso del militare alienato, viene a tentare di far qualcosa d’ altro per lui. Arriva poco dopo che il povero Josè aveva fatto una scenata di gelosia al parvenu Escamillo, che nel frattempo ha evidentemente soddisfatto le esigenze sessuali di Carmen. La scenata degenera in una rissa tra i due, nella quale l’ ex soldato viene sopraffatto dal burino e riceverebbe una dura lezione, senza l´intervento delle colleghe di Carmen e dei clown. Micaela convince Josè a lasciar perdere la donnaccia. Fine del terzo atto.
Atto quarto. Micaela sorveglia da vicino Josè tenendoselo accanto a guardare la tv. Il poveraccio, ormai completamente fuori di testa, è vittima di allucinazioni nelle quali vede il suo rivale moltiplicato per decine di volte. Alla fine si scuote e affronta Carmen, venuta a consumare una cosa veloce insieme al nuovo ganzo. Nella scenata finale, mentre aspettiamo che finalmente il poveraccio regoli i conti dando una lezione alla sgualdrina, questa sul più bello si sdraia a terra riprendendo le sembianze di cadavere. Capiamo così che tutta la vicenda era una ricapitolazione di un’ omicidio passionale avvenuto in precedenza. Sipario.
Bel pezzo di teatro, nulla da dire. Se devo muovere una critica, essa andrebbe fatta alla colonna sonora. Infatti il regista Sebastian Neubling ha accompagnato la vicenda con la musica di un drammone ottocentesco, la Carmen del compositore francese Georges Bizet, che per la sua scarsa aderenza al testo si trasformava a volte in una vera azione di disturbo. Sarebbe stato opportuno sostituirla, meglio se con musica appositamente composta.
Ho raccontato, senza alcun paradosso e con la massima fedeltà,quello che si è visto sul palcoscenico della Staatsoper di Stoccarda nella Carmen, uno spettacolo del 2006 ripreso in questa stagione. Il regista Sebastian Neubling in questa messinscena è chiaramente mosso da profondo disprezzo nei confronti dell´opera bizetiana. Ma le armi del suo odio sono spuntate a causa della sua ignoranza. Carmen è un personaggio mosso da qualche cosa di molto più complesso delle maldigerite teorie freudian-lacaniane che stanno alla base di questo allestimento, e coinvolge sentimenti e concezioni di vita molto più profondi.
Carmen è come la dimostrazione di un teorema, la messa in musica di un tragico “Discorso sul metodo”. Carmen non parla neppure con gli altri, ma si esprime sempre, anche quando usa parole di senso compiuto, in una sorta di svagato e impenetrabile “la la la”. Don José non può fare altro che tentare di entrare in quel castello incantato, ma le sue parole sono pesanti, parlano la lingua di chi vuole portare a sé gli altri; sono le parole di un oscuro professore accademico e contorto, di fronte all’ aerea levità della prosa cartesiana. Tant’ è che, quando Carmen confessa di essere “amoureuse à perdre l’ esprit”, noi sappiamo già che parla soltanto di sé e del proprio fascino incantatorio. Non ci sono in quest’ opera unisoni veristi, sentimentalismi “larmoyant”, amori cosmici. C’ è il tono basso del momento per momento, c’ è il rifiuto pertinace di accodarsi alla continuità del tempo, una continuità pretesa invece da chi ama sul serio. Da qui il tono tragicamente giovane e incosciente dell’ opera, la glorificazione di una ribellione che ha la durezza e l’ inscalfibilità di un teorema. Ridurre tutto questo alla vicenda di una sgualdrina che si sollazza con un gruppo di alcoolizzati vuol dire, sic et simpliciter, non avere capito nulla e non aver nemmeno fatto uno sforzo per capire.
Peccato, perchè la parte musicale di questa ripresa era di eccellente livello. Merito innanzi tutto di Patrick Fournillier, tornato alla Staatsoper dopo il grande successo della Lucia lo scorso anno e autore di una direzione tesa, drammatica, ma perfettamente francese nella tinta orchestrale e nelle sfumature. Una lettura di grandissima efficacia e presa teatrale, con un’ orchestra che spesso si sostituisce alle illogicità della messinscena per prendere in mano il filo della narrazione. Fournillier ha optato per un’ esecuzione pressochè integrale della versione Oeser della partitura, compresa la seocnda parte del duetto Josè-Escamillo al terzo atto. Come sempre in gran forma l’ orchestra e il coro.
La compagnia di canto si è fatta apprezzare per l’ efficacia della resa scenica, soprattutto in rapporto al particolare tipo di spettacolo. Tajana Raj, che interpretava Mercedes nelle recite degli anni passati, stavolta debuttava nel ruolo della protagonista. Debutto convincente, va detto. Il giovane mezzosoprano di Nürnberg è uno degli elementi più promettenti dell’ensemble della Staatsoper, e qui ha impersonato una protagonista efficace sia vocalmente che come personalità interpretativa. Una Carmen molto altera e chiusa in se stessa, e cantata assai bene soprattutto negli ultimi due atti. Al suo fianco il tenore gallese Timothy Richards, che doveva cantare alle repliche e ha sostituito all’ ultimo momento un collega indisposto, è stato un Don Josè sufficientemente incisivo nella declamazione, anche se lievemente meno a suo agio nei passi liricheggianti della parte. Molto buono l’ Escamillo del baritono coreano Adam Kim, voce timbrata e morbida anche se lievemente soffocata negli acuti. Positiva anche la prova di Michaela Schneider nel ruolo di Micaela, in particolare nell’ aria, cantata con belle sfumature dinamiche anche grazie all’ ispirato accompagnamento orchestrale di Fournillier. Buone in complesso tutte le parti di fianco.

Carmen al Festspielhaus Baden-Baden

carmenIl Festspielhaus di Baden-Baden è uno dei teatri tedeschi più attraenti dal punto di vista della programmazione. Qui si esibiscono praticamente tutti i migliori concertisti del mondo e le orchestre più rinomate. Per quanto riguarda la lirica, in questi ultimi anni sono state allestite produzioni di altissima qualità. Basterebbe citare Die Zauberflöte e Fidelio diretti da Claudio Abbado, Der Rosenkavalier ed Elektra con la direzione di Christian Thielemann, Yolanta di Tschaikowsky con Anna Netrebko e Piotr Beczala come protagonisti.
Quest’ anno, per la rassegna di Pentecoste, il teatro proponeva una nuova produzione di Carmen, affidata al regista francese Philippe Arlaud e per la parte musicale, a Teodor Currentzis, giovane musicista greco considerato uno dei talenti emergenti del panorama direttoriale odierno, alla guida del Balthasar Neumann Ensemble, complesso specializzato nelle esecuzioni con strumenti d’ epoca. Un team molto innovativo, intenzionato a proporre una radicale rilettura del capolavoro di Bizet. Proposito lodevolissimo, ma complessivamente riuscito molto male. La routine non è mai una bella cosa, questo è chiaro, ma anche il rifiuto programmatico di tutto quello che ha fatto  la storia dell’ interpretazione è una cosa altamente censurabile, specie se le idee che si mettono in campo sono poche e confuse, come nel caso dello apettacolo a cui abbiamo assistito.
Philippe Arlaud, regista con un buon curriculum di produzioni all´attivo, in particolare nei teatri francesi, ha impostato il consueto spettacolo da Regietheater, con le solite trovate assurde.
Vediamo di entrare nei dettagli. Prima del Preludio, un pupazzo a forma di toro plana lentamente dall´alto sulla scena. All’ aprirsi del sipario, si segnala uno Zuniga in uniforme nazista e col frustino, che si fa lucidare gli stivali da Don Josè, in stile “Salon Kitty” o “Il Portiere di notte”. Coerentemente, le sigaraie sono abbigliate come progioniere di un lager. Carmen recita con le solite sguaiataggini da prostituta di basso rango, e durante la baruffa i cori si muovono a tempo con la musica, come in una coreografia televisiva di Gino Landi. Micaela entra in scena accompagnata dalla futura suocera e, alla fine dell’ atto, Carmen non si limita a scappare, ma lo fa facendo saltare in aria un muro: che fosse una seguace di Bin Laden? Merci beaucoup, monsieur Arlaud, questa ci mancava proprio…
Il secondo atto è introdotto da una scena dialogata inventata dal regista, in cui si mostra la liberazione di Don Josè, naturalmente umiliato dal nazista sadico. Da segnalare poi i  due capi contrabbandieri abbigliati in stile mafioso, nonchè Carmen e Don Josè che dall’ inizio alla fine non fanno altro che strusciarsi reciprocamente, come in un film porno fatto male. Il terzo atto poi iniziava con un funerale, non si è capito bene se della madre di Josè (assurdo, perchè, se è morta, che ci va a fare Micaela in mezzo ai contrabbandieri?) o forse di Micaela stessa, visto che in seguito viene presentata abbigliata come la Madonna e con luci che fanno pensare all’ apparizione di uno spirito. Infatti Josè la ignora del tutto, continuando a strusciarsi addosso a Carmen. Dopo la riapparizione del toro all’ inizio del quarto atto, niente sfilata dei toreri. Escamillo entra in scena da solo, e Don Josè, dopo aver regolato i conti con Carmen, finisce fucilato, conclusione identica a quella dello spettacolo berlinese di Martin Kusej. Del resto, non era questa la sola idea presa a prestito da monsieur Arlaud, visto che anche il tentato stupro di Carmen da parte di Josè nella scena finale è una cosa ideata da Lina Wertmüller nella sua produzione napoletana del 1986. Tirando le somme, uno spettacolo volgare e superficiale, oltre che pieno di cose già viste e risapute.
Teodor Currentzis è senza dubbio un musicista dotato di personalità e desideroso di scoprire aspetti nuovi nelle partiture che affronta. Purtroppo, la sua ricerca insistita ed esasperata di differenziazioni dinamiche e coloristiche non è accompagnata dalla capacità di ricomporre i particolari in un disegno interpretativo coerente. Sinceramente, non ho capito che tipo di Carmen avesse in mente di proporre, se tragica o in stile opéra comique. A questo si deve aggiungere che il suo uso esasperato dei “rallentando” all’ interno delle frasi lo porta molto spesso a sfilacciare la linea melodica e il fraseggio. Comunque abbiamo ascoltato sonorità orchestrali gradevoli nei primi due atti. Solo che dal terzo atto in poi l’ opera vira decisamente verso la tragedia, e qui sono venute a galla le carenze di sonorità ed espansione dinamica che un complesso di strumenti antichi mostra forzatamente in un caso del genere. Il Balthasar Neumann Ensemble ha suonato con precisione e buona qualità di suono, ma nei momenti di maggiore tensione il “fortissimo” mancava logicamente di compattezza e il “legato” degli archi non era mai veramente intenso e serrato come la partitura esplicitamente richiede. Dal punto di vista testuale, la versione proposta era la solita Oeser con diversi tagli e l’ interpolazione della danze al quarto atto, prima del Preludio, eseguite, chissà perchè, a sipario chiuso.
Venendo alla compagnia di canto, la Carmen è una di quelle opere che avrebbero bisogno assoluto di voci timbrate e squillanti. Qui non ce n’ erano. La protagonista era interpretata da Rinat Shaham, cantante israeliana di ascendenze mozartiane, che ha spesso affrontato la parte negli ultimi anni. Vocalmente, si tratta della solita voce di soprano lirico che si vuol camuffare da mezzosoprano per mancanza di note acute, e lo si percepisce nei gravi pompati artificialmente alla ricerca di volume. L’ interprete avrebbe anche delle buone intenzioni, che purtroppo non si realizzano per carenza di espansione e incisività vocale. La giovane lituana Marina Rebeka, che impersonava Micaela, è un soprano leggero dal timbro gradevole, ma di poca consistenza. Bisogna dire che la direzione di Currentzis l’ ha penalizzata in modo particolare, soprattutto nell’ aria, staccata ad un tempo talmente lento da sfiorare la catatonia, cosa che le ha procurato parecchi problemi nel sostenere le frasi.
Tra le voci maschili, la prova più interessante è stata quella del tenore  austriaco Nikolai Schukoff, un cantante che si sta segnalando come una delle voci wagneriane più promettenti della nuova generazione. soprattuto come interprete del ruolo di Parsifal. Bella voce, timbrata e di buon squillo, anche se con qualche forzatura evitabile in certi passaggi a sfondo declamatorio negli ultimi due atti. Ad ogni modo, è stato decisamente il migliore degli interpreti principali, visto che il baritono Michael Nagy è stato un Escamillo di mezzi vocali modesti e personalità scarsa. Discrete le parti di fianco e buona la prova del Balthasar Neumann Chor.
Nel complesso, uno spettacolo non all’ altezza delle aspettative.

Postilla sulla Carmen

Dopo aver letto le recensioni e il bailamme scatenatosi sui siti operistici tra sostenitori e detrattori del pasticcio combinato da Emma Dante, voglio buttarla deliberatamente e provocatoriamente in ridere.
Da quello che si è visto nelle ultime due inaugurazioni, la Scala sta specializzandosi in allestimenti di riciclo.
Dopo il Don Carlo dello scorso anno, allestito con le pareti in legno dell’ Ikea e i costumi ripresi attingendo ai fondi di magazzino di qualche vecchia messinscena di Visconti o Vilar, stavolta abbiamo visto la riutilizzazione dei muraglioni del Tristan (ma Richard Peduzzi è davvero convinto che tutte le opere si svolgano in cantina?) come base per un allestimento che potrà tranquillamente essere riutilizzato per una eventuale futura produzione della Cavalleria Rusticana.
Chapeau, monsieur Lissner: se non è sagacia questa…

Carmen alla Scala: prime impressioni

Impressioni a caldo dopo aver visto lo spettacolo in tv su ARTE. Barenboim ha diretto in modo fiacco, slegato e nettamente meno personale che a Berlino nella produzione del 2006 a cui avevo assistito. Regia inutilmente sovraccarica di gags da avanspettacolo; le scene di Richard Peduzzi devono essere state riciclate dal Tristan di due anni fà. Interessante la protagonista Anita Rachvelishvili, Kaufmann in cattiva forma vocale, Micaela inesistente, Schrott con la voce a pezzi e gravi problemi di intonazione nell’ aria. Per tutti, una pronuncia francese che al di lá delle Alpi non consentirebbe nemmeno di ordinare un caffè. Censura particolare in questo senso a Kaufmann, che canta in un singolare francese tedeschizzato, con tutte le “e” strette, cosa che si ripercuote fatalmente anche sull’ emissione della voce. Nei prossimi giorni entrerò nei dettagli, con un commento approfondito.