Auguri a Claudio Abbado

Oggi Claudio Abbado compie 79 anni. Vi propongo questa sua splendida interpretazione dell’ Incompiuta di Schubert, eseguita a Ferrara il 31 marzo 1990 nel suo primo concerto italiano in qualità di Chefdirigent dei Berliner Philharmoniker.

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Claudio Abbado e la Lucerne Festival Orchestra al Festspielhaus di Baden Baden

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Foto: Stefanie Schweigert


Il cartellone del Festspielhaus di Baden Baden propone  anche quest’ anno una serie di appuntamenti di altissimo livello qualitativo. Nei prossimi mesi, Continua a leggere

Impressioni da Berlino

berlinUn week end musicale a Berlino é sempre un’ esperienza altamente raccomandabile. L’ offerta di avvenimenti proposta dalla capitale tedesca infatti ha pochissimi paragoni attualmente nel mondo per quantitá e qualitá. La settimana scorsa io sono andato ad assistere al Ballo in Maschera,una delle produzioni di maggior successo quest’ anno alla Staatsoper unten den Linden, ed il giorno seguente all’ annuale concerto di Claudio Abbado sul podio dei Berliner Philharmoniker. Tra le due manifestazioni, c’ é stata una piacevolissima sorpresa, di cui riferiró piú avanti. Cominciamo a riferire partendo dall’ opera verdiana, che proponeva una coppia di protagonisti tra i migliori attualmente disponibili, affidati alla bacchetta di Philippe Jordan, uno dei piú interessanti direttori della giovane generazione. Svizzero, 36 anni, figlio di Armin, anche lui direttore dai molti meriti, Jordan é ospite regolare di tutte le istituzioni piú prestigiose. Stimatissimo alla Wiener Staatsoper ed al Covent Garden, collabora regolarmente con l’ Opernhaus di Zurigo (l’ allestimento del Ring da lui diretto, con la messinscena di Bob Wilson, é stato uno dei grandi successi della stagione) e tra poco assumerá l’ incarico di direttore stabile all’ Opéra di Parigi. Si tratta di un musicista indubbiamente dotato di grandi qualitá, e la sua interpretazione del Ballo verdiano é stata infatti assai notevole per i colori orchestrali veramente di prima scelta e il senso del respiro melodico. Forse le scene cortigiane necessitavano di una maggiore brillantezza, e ogni tanto si percepiva qualche calo di tensione, soprattutto nel secondo quadro del primo atto. Molto ben condotte invece la scena della congiura e quella finale, e notevolissima la capacitá di tenere in giusto equilibrio le sonoritá della buca con quelle della scena. Splendido protagonista era Piotr Beczala, tenore polacco, davvero una delle migliori voci del momento. Conoscendolo bene per le sue interpretazioni di Tamino e Belmonte, avevo sinceramente qualche dubbio sulla sua capacitá di reggere il ruolo di Riccardo, superato al contrario senza problemi grazie ad una voce splendidamente proiettata e ad una personalitá interpretativa veramente fuori dal comune. La sua esecuzione della Ballata e quella dell’ aria del terzo atto sono state  assolutamente degne di figurare accanto a quelle dei grandi interpreti storici del ruolo. Con questa interpretazione, Beczala si candida sicuramente ad occupare una posizione di primo piano tra i tenori dell’ ultima generazione. Sua partner era Catherine Naglestad, soprano statunitense che é stata per anni la stella del teatro qui a Stoccarda, prima di spiccare il volo per una carriera internazionale che si sta facendo di anno in anno piú importante. La sua Norma e la sua Alceste qui da noi sono state tra le piú belle esperienze di ascolto fatte negli ultimi anni, e la sua interpretazione di Amelia era assolutamente allo stesso livello. Squillo, omogeneitá di registri, capacitá di flettere a piacimento il suono, dominio assoluto della tessitura: si tratta veramente di una cantante che, senza tema di sbilanciarsi, ha davvero pochi paragoni nel panorama attuale. L’ ovazione del pubblico al termine dell’ aria “Morró, ma prima in grazia” ha salutato giustamente un’ interpretazione tra le migliori che mi sia mai capitato di ascoltare in questo ruolo. Renato era il baritono messicano Alfredo Daza, membro stabile dell’ ensemble alla Staatsoper, che ricordavo come buon Lescaut nella Manon massenetiana di due anni fa, accanto alla Netrebko e Villazon. La voce é di timbro abbastanza  gradevole, ma qualche volta il cantante la scurisce artificialmente, con il risultato di scomporsi vocalmente dove la tessitura della parte diventa alta, ad esempio nella seconda parte dell’ “Eri tu”. Forse sono difetti dovuti all’ inesperienza, visto che Daza debuttava il ruolo di Renato in questa produzione, e magari varrebbe la pena di lavorarci sopra, visto che il materiale vocale e la disinvoltura scenica potrebbero permettere al cantante di candidarsi ad una posizione preminente nel campo dei baritoni verdiani, attualmente piuttosto sguarnito.
Sontuosa invece l’ Ulrica di Mariana Pentcheva, immune oltretutto da quegli effetti-contrabbasso che tutte le interpreti del ruolo spargono di solito a piene mani. Bellissima tra l’ altro l’ idea registica di vestirla come Whoopi Goldberg in “The color purple”. Brava anche Sylvia Schwartz, un Oscar spigliato e vivace, mai lezioso né petulante. Lo spettacolo di Jussi Wieler e Sergio Morabito era in stile Regietheater ma, come in tutte le loro produzioni allestite a Stoccarda, i due hanno confermato la loro capacitá di raccontare la vicenda teatrale in modo logico e soprattutto con sufficiente gusto. Forse peró l’ atmosfera notturna del secondo atto andava evidenziata in modo un tantino piú chiaro. Ad ogni modo, una bellissima serata.
Il giorno dopo, Berlino festeggiava i sessant’ anni della Repubblica Federale con una massiccia partecipazione di popolo, e qui abbiamo avuto la sorpresa di cui parlavo. Infatti, il culmine di una giornata ricchissima di avvenimenti musicali celebrativi era costituito da Daniel Barenboim che dirigeva la Nona di Beethoven davanti alla Porta di Brandeburgo, in un concerto ad ingresso gratuito voluto personalmente dalla Bundeskanzlerin Angela Merkel. Un’ interpretazione ricca di slancio e poesia, resa al meglio dalla Staatskapelle e dal coro della Staatsoper ed impreziosita da un quartetto solistico eccezionale: Anna Schwanewilms, Waltraud Meier, Jonas Kaufmann e René Pape. Ma, aldilá della qualitá musicale, vi assicuro che trovarsi in mezzo a piú di duecentomila persone convenute per celebrare una festa patriottica con uno dei loro capolavori artistici, in un´esecuzione di tale livello, era una cosa che andava aldilá del piacere dell’ ascolto. È stata un’ altissima lezione di civiltà, di politica culturale e di democrazia, di quelle che nell’ attuale sgangherata Italia possono solo sognarsi.
Terminata la Nona, mi sono diretto verso la Philharmonie, per assistere a quello che é stato uno dei piú bei concerti di Claudio Abbado da me ascoltati, e vi assicuro che non ne ho sentiti pochi, in trent’ anni che seguo il maestro milanese. La poesia assoluta della Rosamunde schubertiana, la dolcezza e trasparenza del tessuto orchestrale, era una cosa veramente da lasciare a bocca aperta gli ascoltatori. Abbado sfrutta la gamma di sonoritá che i Berliner Philharmoniker possono offrire per lavorare di cesello sulla dinamica, in un continuo caleidoscopio di colori cangianti. La voce di Angelica Kirchschlager, nella Romanze e nei tre Lieder mahleriani che chiudevano la prima parte, suggellava il capolavoro interpretativo con la sua commossa partecipazione espressiva. Poche volte “Wo die schöne Trompeten blasen” e la “Rheinlegendchen” sono apparse cosí evidenziate nella loro caratteristica di straziante rievocazione di un’ armonia perduta. Bella anche la “Lob des hohen Verstandes” , sebbene io la preferisca un tantino piú graffiante. Al di sopra di ogni lode la prestazione dei Berliner Philharmoniker che riescono sempre, nei loro concerti con Abbado, a recepire e tradurre in sonoritá tutti i desiderata interpretativi del maestro. Ma di livello forse ancora superiore é stata La Mer di Debussy, resa da Abbado con una luciditá analitica ed espositiva ed una sagacia di narrazione tali da iscrivere a buon diritto questa esecuzione tra le massime della storia interpretativa del brano. Una lettura di un equilibrio e respiro perfetti, anche qui con una paletta coloristica dalle sfumature e gradazioni pressoché infinite. Trionfo finale, come sempre accade per Abbado a Berlino, a suggellare una serata di quelle destinate a restare a lungo nella memoria di chi era presente.

26 giugno: auguri a Claudio Abbado

Il settantacinquesimo compleanno di un direttore illustre diventa, naturalmente, una buona occasione per riflettere su tutta la sua attivitá passata. Sembra ovvio affermare che Claudio Abbado é da collocarsi a buon diritto tra i pochi direttori d’ orchestra realmente storici della generazione a ridosso della seconda guerra mondiale. Formatosi a Milano e perfezionatosi a Vienna, Abbado é riuscito ad assimilare e sintetizzare il meglio di queste due culture, sviluppando poi una sua originalitá sia nel campo interpretativo che in quello della programmazione culturale. In tutte le istituzioni musicali con cui ha collaborato nel corso della sua vita artistica, Abbado ha sempre portato avanti un’ idea di rinnovamento nelle proposte, nonché una precisa logica nella programmazione intesa non solo come successione di eventi, ma come parte di un progetto culturale articolato. Si inscrivono in questa logica il Festival Berg, il Festival Mussorgsky e il Progetto Debussy alla Scala, il Festival Wien Modern e le stagioni tematiche a Berlino. Ma tra i risultati storici raggiunti dal direttore milanese in campo interpretativo rimane prima di tutto indimenticabile il lavoro compiuto sulle partiture di Rossini, sia per la lucida analiticitá della proposta musicale, tale da mettere in risalto ad esempio le profonde affinitá tra le geometrie rossiniane e la tagliente ironia di certo Novecento (Stravinsky in testa) che per il lavoro scrupoloso di ricerca sulle fonti. Il coronamento di tutto ció si é avuto con la magistrale riproposta del Viaggio a Reims, uno degli spettacoli storicamente piú importanti nell’ ultimo scorcio del Novecento. Ma anche accostandosi al repertorio verdiano Abbado ha sempre compiuto scelte di grande originalitá, privilegiando le opere che mettono in risalto le affinitá di Verdi con la grande cultura europea del suo tempo (Un ballo in maschera, Don Carlo) e quelle che presentano spunti di riflessione sul rapporto tra l’ uomo e il potere, come Simon Boccanegra e Macbeth, e ancora Don Carlo per molti aspetti. A me personalmente dispiace che il maestro non abbia mai preso in considerazione l’ universo di Puccini, perché sono convinto ad esempio che la scrittura cosí genialmente innovativa di Turandot potesse benissimo appartenere alla sua concezione interpretativa del Novecento ed essere da lui resa in maniera quanto mai originale. Del  resto, Abbado ha fatto del repertorio novecentesco uno dei cardini della sua attivitá. L’ eccellenza dei risultati da lui raggiunti affrontando Strawinsky, Prokof´ev, Bartók, Debussy e gli autori  della Scuola di Vienna é stata commentata e analizzata piú volte, e forse solo Pierre Boulez, tra i direttori appartenenti alla sua generazione, é riuscito a raggiungere un tale livello di eccellenza in questo repertorio.
Dobbiamo adesso parlare di Abbado interprete di Mahler. Per talento, concezione musicale e formazione culturale, Abbado é sicuramente l’ unico direttore italiano che possedesse i requisiti di base per scandagliare fino in fondo l’ universo del compositore boemo. Non é un caso perció che il maestro abbia scelto la Seconda Sinfonia di Mahler per il suo debutto al Festival di Salzburg nel 1965. Sicuramente le interpretazioni mahleriane di Abbado sono da collocarsi tra le massime della storia, per luciditá analitica e coinvolgimento espressivo, oltre che per la naturalezza e fluiditá del fraseggio orchestrale.
A partire dai suoi anni berlinesi Abbado ha intensificato il suo approccio al repertorio del grande sinfonismo classico-romantico, anche qui con un minuzioso e progressivo lavoro di scavo e analisi che ha avuto il suo culmine nel ciclo beethoveniano portato a Roma nel 2000 con i Berliner Philharmoniker, che resta forse la miglior sintesi mai raggiunta fra tradizione classica e ripensamento moderno alla luce del lavoro musicologico compiuto sulle fonti. Questa filosofia di base é riscontrabile anche nel ciclo schubertiano inciso con la Chamber Orchestra of Europe, a mio avviso tra le piú belle registrazioni portate a termine dal maestro.
A completamento della riflessione di Abbado su Beethoven é arrivata quest´anno la sua stupenda interpretazione del Fidelio, una delle sue piú belle interpretazioni operistiche, destinata a rimanere memorabile per la commossa partecipazione e la straordinaria carica espressiva. Speriamo che nella sua attivitá futura Abbado si decida a porre l’ ultimo tassello della sua costruzione interpretativa beethoveniana affrontando la Missa Solemnis.
Ma non si puó concludere un post su Abbado senza accennare al suo trentennale lavoro con le orchestre giovanili, un’ attivitá che ha profondamente innovato il mondo musicale e posto le basi per la rivelazione di tanti musicisti di talento.
Che dire ancora? Dal mio punto di vista di ascoltatore, un grazie sincero al direttore che, dagli anni Settanta in poi, ha accompagnato la mia vita scandendola con decine di esecuzioni memorabili.
Per il resto, si sa benissimo che Abbado é un uomo che guarda avanti ed ha senz’ altro in mente qualche nuovo progetto per sorprendere il suo pubblico.
Tanti auguri, Claudio! Sì perché, come tutti sanno, ad Abbado non piace affatto essere chiamato maestro…

Fidelio a Baden Baden

Sabato sera ho assistito alla prima recita del Fidelio diretto da Claudio Abbado  al Festspielhaus di Baden Baden, che attendevo con grande impazienza dopo aver letto i resoconti delle recite a Reggio Emilia e a Madrid. Secondo alcuni amici giunti dall’Italia, lo spettacolo in questa circostanza ha un po’ sofferto delle dimensioni del teatro, essendo nato per un palcoscenico piú raccolto. Ad ogni modo, la qualitá assoluta della rappresentazione é emersa  anche qui in tutta la sua grandezza. La prima lode va tributata allo stupendo suono della Mahler Chamber Orchestra, ricco e sfumatissimo nelle gradazioni timbriche. In particolare evidenza il funambolico virtuosismo della sezione fiati, prima nell’ Ouverture, poi nell´aria di Leonore e quindi nell’ apertura del secondo atto, tanto per citare solo alcuni punti. Partendo da questa base, Abbado ha costruito un’ intepretazione di quelle destinate a essere ricordate per molto tempo. Piú che la stupenda flessibilitá e chiarezza del fraseggio orchestrale, mi ha colpito la capacitá di costruire un arco drammatico perfetto nella sua logica. Impressionante soprattutto la scena del carcere, col suo graduale accumulo di tensione che sfociava in un terzetto esplosivo. Ma vorrei ricordare anche il meraviglioso velluto strumentale che accompagnava il quartetto del primo atto, il canto tenero e commosso del coro dei prigionieri, e in genere la flessibilitá e il respiro perfetto degli accompagnamenti nelle arie. Abbado rifiuta il Fidelio monumentale e prewagneriano alla Furtwängler ma non per questo sceglie la via del Singspiel in stile mozartiano, scegliendo invece una linea di scabra e intensa  drammaticitá portata avanti attraverso una scrupolosa gradazione di tempi e dinamiche. Interpretazione di grande maturitá, da parte di un artista che ha meditato a lungo e profondamente la partitura, applicando ad essa i criteri maturati nelle sue numerose memorabili esecuzioni del sinfonismo beethoveniano. A completare il ciclo delle interpretazioni abbadiane di Beethoven manca solo la Missa Solemnis. Spero che prima o poi il direttore milanese ci pensi…

La palma del migliore in campo tra i cantanti va senz’ altro ad Albert Dohmen, un Pizarro perfetto, autentica incarnazione del tiranno implacabile nella sua malvagitá. Anja Kampe é stata una Leonore piú che convincente, nonostante qualche si naturale non perfettamente a fuoco, ma molto umana nella sua femminilitá. Efficacissima la Marzelline di Julia Kleiter, dalla voce bellissima e perfettamente impostata. Ottimo,nella sua calda umanitá, anche il Rocco di Giorgio Surjan, e molto buoni anche Jorg Schneider come Jaquino e Diogenes Randes nei panni di Don Fernando. L´unico elemento un po’  al di sotto del livello del cast era Clifton Forbis, un tenore drammatico di notevoli mezzi, purtroppo non governati bene tecnicamente. L’ atmosfera angosciosa e le aperture liriche di Abbado nella scena del carcere avrebbero richiesto un Florestan in grado di replicare alla pari sul piano delle sfumature. Di questa capacitá al contrario non difetta l’ Arnold Schönberg Chor, qui integrato dal Coro de la Comunidad de Madrid, la cui prestazione é stata pari al livello dell’ orchestra.

Per quanto riguarda la regia di Chris Kraus, a cui alcuni critici hanno fatto le pulci, devo dire che io al contrario l’ ho trovata molto efficace. Prima di tutto, il regista tedesco si é preoccupato di costruire qualcosa di diverso dal solito Fidelio coi soldati vestiti da SS, che da trent’ anni a questa parte pareva diventato un obbligo. Poi gli va riconosciuta una capacitá notevole di lavorare sulla recitazione dei cantanti, cosa che io mi ostino a credere essere il principale compito di un regista operistico. Lo spettacolo ha una sua logica e un suo stile e io non l’ ho trovato affatto in contrasto con le indicazioni di Beethoven, anche per merito delle ottime scene di Maurizio Baló. Se poi a qualcuno non é andato giú il fatto che il finale evidenzi non il trionfo della libertá, ma solo la sostituzione di un potere con un altro, questa é comunque una chiave di lettura possibile.

Grande spettacolo comunque, di quelli che resteranno a lungo nella memoria.