Per il 150° anniversario della nascita di Enrico Caruso

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Enrico Caruso come Canio nei Pagliacci, circa 1910. Foto Getty Images

Il 25 febbraio 1873 nasceva a Napoli da una famiglia originaria di Piedimonte Matese, in una casa situata al numero 7 di via Santi Giovanni e Paolo (detta “San Giovanniello”), Errico Caruso (questa è la grafia del nome come fu registrato all’ anagrafe) il tenore destinato a rivoluzionare radicalmente la vocalità, il primo artista italiano a raggiungere una popolarità pressochè universale e anche il cantante decisivo per lo sviluppo della musica incisa con le sue circa duecento facciate di 78 giri pubblicate dal 1902 al 1920. in questo post commemorativo cercheremo di ripercorrere la sua parabola artistica attraverso la proposta di alcuni tra i suoi dischi più celebri.

Le prime incisioni di Caruso furono effettuate l’ 11 aprile 1902 su proposta di Fred Gaisberg, direttore artistico della Gramophone Company  (chiamata Victor Talking Machine Company negli Stati Uniti), che lo aveva appena ascoltato alla Scala in una sosta a Milano mentre era in viaggio per Roma dove voleva registrare la voce di papa Leone XIII. Il tenore incise dieci facciate in una stanza del Grand Hotel et de Milan, per un compenso di cento sterline che Gaisberg anticipò personalmente perché la casa discografica riteneva la richiesta troppo esosa. Ecco una di quelle registrazioni, l’ aria “Celeste Aida”.

Dopo il suo debutto negli Stati Uniti, la sera del 23 novembre 1903 al Metropolitan come Duca nel Rigoletto, il tenore napoletano registrò esclusivamente per questa etichetta, con un successo commerciale assolutamente straordinario che accrebbe smisuratamente l’ interesse del pubblico per il nuovo mezzo di riproduzione, Stilisticamente parlando, le incisioni del 1902 mostrano un Caruso che ancora segue i modelli dei grandi esponenti della corda tenorile a cavallo tra i due secoli, come Fernando De Lucia. In questo disco pubblicato nel 1909, l’ aria “E lucean le stelle” dalla Tosca, l’ interpretazione ha assunto tutto il fascino che rese Caruso il cantante più amato della sua epoca. La spontaneità dell’ emissione, il timbro prezioso e il legato che ricorda quello di un violoncello reso possibile da un’ impostazione tecnica basata su una respirazione assolutamente esemplare, il calore e la personalità del fraseggio sono davvero quelli del cantante di classe superiore.

I rapporti tra Caruso e Puccini iniziarono nel 1897 quando il tenore si fece ascoltare dal maestro nella sua villa di Torre del Lago in previsione di recite della Bohème a Livorno insieme al soprano Ada Giachetti, destinata a diventare la sua compagna e madre dei suoi due figli. Anche se per la prima assoluta della Tosca il ruolo di Cavaradossi fu affidato a Emilio De Marchi, l’ interpretazione di Caruso divenne in brevissimo tempo quella di riferimento. Tra i dischi pucciniani registrati da lui, assolutamente fantastica è questa esecuzione, incisa il 24 febbraio 1907, del finale del primo atto di Bohème con il celebre soprano australiano Nellie Melba (1861-1931)

Il canto di Caruso ha un tono delicatamente seducente, il suo timbro si armonizza perfettamente con quello dello strumento a grana morbida di Melba mentre incarnano l’ innocenza del primo amore di due giovani. “Curioso!” in risposta a “E al ritorno?” di Caruso è pronunciato dalla Melba in un tono da ragazzina che è assolutamente delizioso. In quella sola parola il soprano coglie tutti gli aspetti del carattere di Mimì. Caruso rinuncia al tradizionale Do acuto interpolato alla fine all’ unisono col soprano e la realizzazione dell’ effetto di perdendosi prescritto in partitura dall’ autore, con la voce maschile che resta sul Mi in quarto spazio, appone un sigillo definitivo di perfezione su questo storico disco.

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Foto proveniente dalla Everett Collection

Tra le interpretazioni verdiane consegnate da Caruso al disco, una che io trovo di livello assolutamente straordinario è quella del Trio finale”Qual voluttà trascorrere” del terzo atto dei Lombardi alla prima Crociata. In questa registrazione a Caruso si uniscono il soprano Frances Alda (1879-1952) e il leggendario basso Marcel Journet (1867-1933). Sebbene ci siano molte belle registrazioni di questo brano, mi è difficile pensare a una che eguagli questa performance del 25 gennaio 1912. Frances Alda, una tra le partners preferite del tenore, è in un vero e proprio stato di grazia  e Journet è magnifico come sempre, cantando con grande forza e autorità. Caruso è, puramente e semplicemente, una meraviglia. Il suo fraseggio è ampio, intensissimo, quanto di più verdiano si possa immaginare. Il La bemolle teso e il crescendo sulla frase “Bagnami col tuo pianto” sono travolgenti così come lo sono i Si naturali interpolati mentre il tenore si unisce al soprano sulla frase “In ciel t’ attendo”. Senza dubbio, uno dei più grandi dischi mai realizzati.

Naturalmente, in un post dedicato a Caruso non si può tralasciare il suo disco più celebre, l’ arioso di Canio “Vesti la giubba” dai Pagliacci, che nella versione registrata il 17 marzo 1907 fu il primo disco in assoluto a raggiungere il milione di copie vendute. Caruso mise in repertorio l’ opera nel 1897 a Salerno, subentrando nel secondo atto a un collega indisposto e ne fece rapidamente uno dei suoi cavalli di battaglia. Solo al Metropolitan ne cantò 116 recite, dal 1903 al 1920 e con l’ opera di Leocavallo si congedò dal pubblico italiano eseguendola nel 1915 al Teatro Dal Verme di Milano in due recite dirette da Toscanini. Anche per le sue vicende personali, Caruso si identificava profondamente col personaggio del marito tradito e la sua interpretazione era sempre straordinaria nell’ evidenziare i sentimenti cha animano il personaggio. Non c’ è molto altro da dire: qui c’ è il meglio del meglio di Caruso cantante e interprete. Nessuno, che io sappia, è mai arrivato a tanto.

Parliamo adesso del Caruso interprete di canzoni napoletane. Furono 21 quelle incise dal cantante, a partire dal 1909 con “Mamma mia che vvo’ sapè”, parole di Ferdinando Russo e musica di Emanuele Nutile. Per la perfezione dello stile, l’ idiomaticità perfetta dell’ accento e la passionalità dell’ interpretazione, i dischi di musica napoletana incisi dal tenore costituiscono ancora oggi un modello insuperato. Caruso portò al successo il brano di Nutile inserendolo sempre nei suoi concerti e anni dopo, tornando a Napoli per una vacanza, andò in cerca dell’ autore che viveva povero e dimenticato in una casa di Spaccanapoli, bussò alla sua porta, lo abbracciò e gli mise in mano un fascio di banconote dicendo: “Maestro, la vostra canzone trionfa in America!”

La salute di Caruso cominciò rapidamente a declinare nell’ autunno del 1920. La sua ultima recita, al Metropolitan il 24 dicembre, come Eleazar nella Juive di Halevy, la fece con il busto fasciato come a una mummia. Da tempo sputava sangue e riuscì a finire solo grazie all’ aiuto del soprano Florence Easton che lo abbracciò di continuo, tenendo le mani ferme sulle ultime due costole, affinché potesse usare il diaframma e i polmoni. Al termine piangeva: per le conoscenze di inizio secolo la sua salute era ormai compromessa. Il 28 maggio 1921, scortato da due dozzine di poliziotti e sfinito da una serie di operazioni ai polmoni, Caruso si imbarcava sul piroscafo “Presidente Wilson” per tornare in Italia sperando che il clima più mite della Campania lo aiutasse a guarire. Alle undici di mattina del 23 luglio 1921 all’ Albergo Vittoria di Sorrento, dove il tenore alloggiava, si presentò Umberto Sequino, un giovane tenore di Scafati, che chiese un’ audizione e iniziò a cantare la romanza di Lionello dalla Martha di Flotow. Dopo poche battute, Caruso lo fermò e cantò il pezzo fino alla fine. Furono le ultime note da lui emesse in vita. Possiamo ricostruire almeno parzialmente l’ emozione di quel momento ascoltando la registrazione del 15 aprile 1917, che ci consente di apprezzare in pieno tutti i particolari sino al Mi-Fa conclusivo dove Caruso sfoggia tutta la bellezza del suo velluto vocale guarnito d’ acciaio.

Undici giorni dopo, il 2 agosto, Caruso moriva in una stanza dell’ Hotel Vesuvio di Napoli. Più di centomila persone si riversarono in strada ai funerali, il cui ufficio religioso si tenne nella chiesa di San Francesco di Paola in Piazza Plebiscito. Sul giornale “Il Mattino” il titolo del servizio di cronaca fu Sulle braccia di tutto un popolo il Divino Cantore compie l’ estremo viaggio verso il Silenzio. A centocinquant’ anni dalla sua nascita, l’ arte vocale sublime di Enrico Caruso è ancora il modello perfetto dell’ idea stessa del canto.

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