Oper Frankfurt – Die Meistersinger

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Foto ©Monika Rittershaus

L’ Oper Frankfurt ha ottenuto per la sesta volta il titolo di Theater des Jahres attribuito annualmente dalla rivista Opernwelt, considerato come il più significativo tra i riconoscimenti critici attribuiti nel mondo teatrale tedesco dalla stampa specializzata. Un premio sicuramente meritatissimo per un teatro che da anni si segnala come una tra le istituzioni culturali di punta in Germania, per la qualità e l’ originalità dei suoi programmi oltre che per il livello artistico sempre elevato delle esecuzioni costantemente mantenuto in questi ultimi anni dall’ Intendant Bernd Loebe e da Sebastian Weigle, che da quattordici anni ne è il Generalmusikdirektor e a fine stagione lascerà il posto al giovane Thomas Guggeis, uno tra i massimi talenti emergenti nella nuova generazione di bacchette. Il primo spettacolo importante del cartellone 2022/23 era il nuovo allestimento dei Meistersinger von Nürnberg e io, che amo profondamente questo vertice assoluto della produzione musicale di Richard Wagner, ho deciso di mettermi in viaggio per fare una visita al teatro della città assiana, un bell’ edificio moderno costruito ai primi degli anni Sessanta, con una sala comoda e acusticamente molto buona situata dietro un foyer chiuso al primo piano da una parete a vetri che costituisce la facciata.

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Foto ©Monika Rittershaus

L’ ultima nuova produzione dei Meistersinger a Frankfurt era quella firmata da Christof Nel, andata in scena nel 1993 e poi nel 2002 in versione riveduta. Era un allestimento scuro e molto sinistro, basato principalmente sulla brutale discriminazione razziale subita dall’ ebreo Beckmesser. Il quarantasettenne Johannes Erath, nativo di Rottweil e regista assai considerato sia nell’ ambiente tedesco che a livello internazionale, che lavora regolarmente con l’ Oper Frankfurt ed è stato anche violinista nell’ orchestra del teatro, ha invece puntato nella sua interpretazione scenica sulle analogie del capolavoro wagneriano con la celebre commedia shakespeariana A Midsummer Night’s Dream la cui vicenda si svolge anch’ essa durante la notte di San Giovanni Battista. La scenografia ideata da Kaspar Glaner è costituita da elementi mobili che suggeriscono atmosfere indefinite e la recitazione dei personaggi è finalizzata a costruire una sorta di sogno irreale. Non banale ho trovato l’ idea di presentare la gilda dei maestri installata su sedie di altezza progressivamente discendente: elevata al primo atto, per sottolineare la forza di un giudizio proveniente dall’ alto, più bassa al secondo e infine mutata in una serie di poltrone a rotelle nella festa del terzo atto, a caratterizzare la progressiva perdita di importanza del loro ruolo. Idea senza dubbio intelligente anche se di non immediata comprensione come diverse altre in questo allestimento. Nel complesso si trattava, a mio avviso, di una regia godibile e tecnicamente molto ben realizzata che però tralasciava diversi aspetti del messaggio poetico e filosofico che sta alla base del lavoro. Erath ha omesso di approfondire, almeno da quello che ho capito io, quale fosse la sua posizione e la sua scelta di lettura di fronte alle concezioni esposte da Wagner in quest’ opera, che riguardano principalmente il ruolo dell’ arte nella società e la sua vicenda personale di artista alle prese con le convenzioni e i limiti alla libertà creativa impostigli dalle regole codificate tramite la tradizione. Di tutto questo, nella messinscena del regista tedesco, si coglievano ben poche tracce e sotto questo punto di vista lo spettacolo a me lasciava diversi interrogativi rimasti senza risposta. Probabilmente il finale, con Sachs che legge la sua perorazione a difesa dell’ arte tedesca al proscenio insieme a Beckmesser, col quale alla fine scambia una stretta di mano, voleva esprimere una riconciliazione fra conservatorismo e avanguardia, ma di più in questo senso Erath non ha voluto o saputo dirci.

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Foto ©Monika Rittershaus

Di qualità assolutamente elevata era senza alcun dubbio la parte musicale. Il sessantunenne Sebastian Weigle è considerato qui da noi uno dei direttori wagneriani più esperti e interpretativamente interessanti e a Frankfurt ha realizzato esecuzioni di riferimento come il Ring del 2013 con la regia di Vera Nemirova. La sua interpretazione dei Meistersinger, equilibrata e ricca di finezze, era stata apprezzata anche a Bayreuth nella produzione firmata da Katharina Wagner. La narrazione orchestrale scorre fluida sotto la bacchetta del maestro berlinese, che ha ottenuto sonorità trasparenti, colori strumentali di grande attrattiva e ricchezza di sfumature dinamiche dalla splendida Frankfurt Opern- und Museumsorchester, complesso dalla tradizione illustre che prima di Weigle è stata guidata da direttori di prestigio come Georg Solti, Lovro von Matačić, Christoph von Dohnànyi, Gary Bertini, Michael Gielen e Sylvain Cambreling. Molto bella è apparsa la realizzazione del Preludio e dell’ introduzione al terzo atto, resa con tinte scure e sconsolate, perfetta la definizione delle scene di massa in cui il coro preparato da Tilman Michael ha messo in mostra tutta la sua compattezza e omogeneità.

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Foto ©Monika Rittershaus

Sul palcoscenico una compagnia di canto formata da giovani artisti membri stabili dell’ ensemble, quasi tutti al debutto nei rispettivi ruoli, ha fornito una prestazione complessivamente più che buona. Il trentatreenne basso-baritono statunitense Nicholas Brownlee ha impersonato un Sachs ricco di umanità, adeguatamente carismatico nelle scene di massa e paternamente affettuoso con Eva, rendendo i monologhi, in particolare il celebre Wahn! Wahn! Überall Wahn del terzo atto con un fraseggio molto personale e belle sfumature dinamiche. Di grande rilievo anche la prova di Michael Nagy, cantante che a Stuttgart conosciamo assai bene come ospite frequente delle nostre stagioni concertistiche, autore di un ritratto di Beckmesser perfetto nel rendere la pedanteria e l’ acidità del personaggio oltre che di gusto esemplare in un fraseggio assolutamente privo di accenti plateali. Nelle due coppie di innamorati si facevano particolarmente apprezzare il solido professionismo di Claudia Mahnke, una Magdalene ricca di bonomia e senso pratico, il David arguto e impeccabilmente fraseggiato di Michael Porter, trentatreenne tenore nativo dell’ Indiana e la Eva del soprano bavarese Magdalena Hinterdobler, dal bel colore vocale luminoso e ben timbrato in tutti i registri, interpretativamente assai efficace nel delineare un personaggio dal carattere dolce ma anche volitivo ed energico. Leggermente inferiore è apparsa la prestazione del tenore americano AJ Glueckert, un Walther di voce gradevole e ben controllata ma piuttosto scolastico e generico nel fraseggio. Di giusta imponenza e autorità il Pogner di Andreas Bauer Kanabas, nativo di Jena e cantante di carriera internazionale, la cui voce di basso è apparsa omogenea e di adeguata risonanza. Perfetta anche la prestazione di tutto il gruppo dei maestri oltre a quella di Franz Mayer, voce storica dell’ ensemble di Frankfurt dal 1977, come Nachtwächter al secondo atto. Successo trionfale per tutti alla conclusione, e anche per me lo spettacolo valeva decisamente il viaggio.

 

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Pubblicato da

mozart2006

Teacher, freelance musical journalist and blogger

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