Antonio Juvarra – Gli esercizi vocali a bocca chiusa

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Nel suo contributo del mese di novembre, Antonio Juvarra affronta questa volta la questione degli esercizi vocali a bocca chiusa.

GLI ESERCIZI VOCALI A BOCCA CHIUSA E LA SACRA SILLABA ‘OM’

C’ è chi per nobilitare la pratica vocale dei moderni esercizi vocali a bocca chiusa, noti anche come ‘muti’ (‘humming’ per gli italiani), non solo tira fuori dal cassetto la storia fantascientifica del magico effetto acustico, che verrebbe generato dai “semi-occluded vocal tract exercises” (i famigerati quanto ridicoli SOVTE), ma arriva anche a scomodare il misticismo della sacra sillaba ‘OM’ (‘AUM’) dell’ induismo e del buddismo. Degli esercizi a bocca chiusa in realtà non esiste traccia nei trattati del belcanto, il fondamento dell’ educazione vocale essendo rappresentato dai VOCALIZZI e dai solfeggi, il che implica la necessità della presenza di una o più vocali per sviluppare la voce cantata. Infatti, togliendo la vocale su cui la consonante si appoggia, e usando solo la ‘m’ come esercizio vocale, si può, ad libitum, mugolare o muggire, ma non cantare. La misura del degrado e dello sconvolgimento, introdotti nella didattica vocale dalla moderna ideologia foniatrica del canto, è ben rappresentata non solo dalla pratica dei SOVTE in sostituzione dei vocalizzi, ma anche dalla teoria secondo cui le vocali dei vocalizzi dovrebbero essere precedute da una consonante iniziale che funga da ‘stampella’, in mancanza della quale, come farneticò il foniatra ottocentesco Holbrook Curtis, fautore della “risonanza nasale”, la voce rischierebbe di rovinarsi. (?)

Già nel IV secolo a. C. Aristotele aveva capito la differenza tra vocali e consonanti, chiamando le prime “sonanti” (“phonéenta”) e le seconde “consonanti” (“symphonéenta”) e spiegando che le vocali sono fonemi che possono essere pronunciati separatamente con un’ unica emissione di suono, mentre le consonanti, in quanto ‘ponti’, devono appoggiarsi a una qualche vocale (esistono ponti a un’arcata e o a più arcate, ma non esistono ponti a mezza arcata). Il che significa che nel linguaggio umano non esistono suoni semantici basati sul prolungamento di consonanti, motivo per cui si può dire che suoni consonantici prolungati come ‘mmmmmm’ ‘fffffff’, ‘rrrrrrr’, lllllll’, ‘nnnnnnn’, ‘zzzzzz’ sono propri più degli animali che degli esseri umani.

Considerando che gli animali appunto producono dei suoni che non sono linguistici, perché inarticolati, cioè o continuativi o ripetitivi in maniera meccanica, si può dire che i ‘foniatri artistici’ (ossimoro), detti anche ‘vocologi’, con i loro ‘esercizi di riscaldamento vocale’ (eufemisimo) sono riusciti nel colpo di genio di far regredire l’ essere umano o allo stadio animale o a quel momento in cui gli uomini hanno inventato il linguaggio, in tal modo bloccando lo sviluppo dell’ espressione umana alla fase della frammentazione sillabica e impedendo così la fase successiva della ricomposizione nella sintesi della frase (e nel canto del legato). Se questa fase superiore dello sviluppo fonatorio umano, caratterizzata dalla ricomposizione della primordiale frammentazione sillabica e dal superamento di singoli suoni prolungati, è quella che ha dato origine all’ espressione “parlare FLUENTEMENTE”, la fase a cui coi suoi esercizi la ‘foniatria artistica’ conduce il cantante, è quella del BALBETTARE, già individuato da Aristotele come una forma di regressione allo stadio primordiale del linguaggio umano, o, peggio ancora, quella del verso animalesco.

Da dove saltano fuori allora i ‘muti’, divenuti nel gergo del canto foniatrico uno dei (famigerati) SOVTE (l’uso degli acronimi essendo ovviamente la condizione necessaria per apparire ‘scientifici’). Rodolfo Celletti, autorevole storico del belcanto nonché apprendista stregone (non altrettanto autorevole) della tecnica vocale, per giustificare le ore di mugolii/muggiti a bocca chiusa, che infliggeva ai suoi allievi di canto, amava raccontare la fiaba di tal Mustafà, un castrato dell’ Ottocento che, facendo ore e ore di esercizi a bocca chiusa, un bel giorno avrebbe scoperto, a detta sua, niente meno che l’ Eldorado vocale. La questione è stata ripresa recentemente nel suo ponderoso volume, intitolato ‘Indagine sul belcanto’, da Luigi Gennaro, che scrive in proposito:

“L’unica attestazione autorevole dell’ uso di esercizi vocali a bocca chiusa nella tradizione italiana risale sostanzialmente al Mustafà e peraltro indirettamente, attraverso le sconnesse e scorrette memorie di Emma Calvé, riferite a fine Ottocento”,

affermazione questa che sembrerebbe ispirata a un sensato scetticismo, se non fosse che subito inaspettatamente si conclude con un grottesco quanto incredibile colpo di scena ‘scientista’, che è il seguente. È vero che non esistono prove dell’ uso di esercizi a bocca chiusa nelle scuole del belcanto, ma fortuna ha voluto, pensa Gennaro, che un bel giorno siano state rinvenute “le vertebre cervicali di Pacchierotti”, dalle quali si è scoperto che erano state “rese cedevoli dall’osteoporosi”, e (udite, udite!) da che cosa sarebbe stata causata questa osteoporosi? “Dall’abuso degli esercizi a bocca chiusa” (sic), come proverebbero “con una chiarezza che non lascia adito a dubbi” (??) “i segni fortissimi della contrazione degli apparati muscolari, lasciati dall’emissione a bocca chiusa.” (??!)

In sostanza, la “chiarezza che non lascia adito a dubbi” ovvero la ‘prova regina’ che secondo Gennaro dimostrerebbe l’ esistenza della pratica degli esercizi a bocca chiusa nel periodo del belcanto, sarebbe rappresentata da una ridicola congettura comico-fantascientifica: quella secondo cui la presunta erosione delle vertebre cervicali, riscontrata nello scheletro di Pacchierotti, sarebbe stata causata dall’ uso dagli esercizi a bocca chiusa. A questo punto il buon senso (in Inghilterra chiamato ‘senso comune’) insorge obiettando:

1 – in base a quali prove questi ‘scienziati’ hanno potuto escludere che la presunta erosione delle vertebre cervicali di Pacchierotti non sia stata causata, più verosimilmente, o da un difetto congenito o dalla vecchiaia, essendo Pacchierotti morto ultraottantenne?

2 – tenuto conto dei principi di naturalezza, facilità e benessere psico-fisico, seguiti dai belcantisti, che razza di esercizio belcantistico è un esercizio che causa danni fisici al cantante?

3 – questi ‘scienziati’ conoscono la differenza tra lo studio di uno strumento musicale meccanico come il violino (che in quanto tale può causare a lungo andare inconvenienti fisici in chi lo suona) e uno strumento musicale NATURALE come la voce cantata che, se rispettato in quanto tale, è perfettamente armonizzato con la fisiologia umana e per ciò stesso, lungi dal creare danni, genera benessere fisico e psichico in chi canta?

Di fronte a una ‘scienza’ che sforna teorie da strapazzo come questa, il primo commento che viene in mente, è: che il moderno idolo della Scienza facesse ogni giorno miracoli già si sapeva, ma che esistessero anche i nuovi oracoli, nella veste dei succitati ‘scienziati’, in grado di gettare luce sui misteri della storia e della tecnica del belcanto, non osavamo né immaginarlo né tanto meno sperarlo. Credere che esercitandosi a mugolare con la bocca chiusa, si impari a cantare (attività che si svolge aprendo la bocca e non tenendola chiusa) è tanto logico quanto credere che strisciando le ginocchia per terra per qualche mese, poi si impari a camminare, o che facendo il crawl sulla spiaggia, poi si impari a nuotare in acqua, ma, tant’è, ogni epoca ha i suoi miti e le sue superstizioni.

Facendo la tara di questi ultimi, ciò che alla fine si salva è probabilmente qualcosa di molto più prosaico, che è questo: poiché la bocca chiusa funge in realtà da sordina del suono (da cui l’ assurdità della tesi secondo cui dal ‘mutismo’, che è il termine onomatopeico per indicare chi non parla né canta ma fa ‘mmm’, possa scaturire il canto), se ne deduce che il canto a bocca chiusa sarà stato semplicemente l’ espediente pratico per riscaldare la voce in situazioni, ore e luoghi in cui non era possibile farla sentire in tutta la sua potenza, quale è generata appunto solo se si apre la bocca. Per altro, è vero che in casi di grave appesantimento e intubamento del suono, il suono a bocca chiusa può avere come effetto benefico l’ alleggerimento del suono e un’ emissione più morbida (ma solo se alternato con delle vocali), e questo semplicemente perché viene eluso (ma NON risolto) il problema, la cui causa è rappresentata dall’ errato movimento articolatorio, a sua volta causato dal fatto di aver preimpostato in maniera statica la forma dello spazio di risonanza. Sicché esercitarsi per delle mezzore a emettere solo suoni a bocca chiusa è come, per chi avesse la tendenza a inciampare o a perdere l’ equilibrio camminando, ‘esercitarsi’ a non cadere, stando fermi in piedi per un’ ora al giorno.

Per di più i cultori del ‘mutismo sonoro’, che sono notoriamente ‘multidisciplinari’ e ‘multiculturali’, non si accontentano della fantascienza occidentale dei SOVTE per avvalorare i loro giochini sonori. Spesso (Gisela Rohmert docet) ci aggiungono anche le suggestioni arcaiche e orientali, tirando in ballo in questo caso la sacra sillaba ‘OM’, il che ovviamente rende il tutto più esotico. (Perché accontentarsi infatti del solo scientismo, quando ci si può beare anche dell’ esotismo culturale?). Nell’ accingersi però a questa operazione ‘interculturale’, non si accorgono di darsi la zappa sui piedi: infatti la sacra sillaba OM, è costituita da UNA VOCALE e da una consonante che la segue (non la precede). Anzi, se vogliamo essere filologicamente più precisi, scopriamo che, come succede in tutte le lingue, la ‘O’ della sacra sillaba è il risultato della fusione di DUE vocali, la A e la U, per cui anticamente essa non era recitata/cantata come ‘OM’, ma come ‘AUM’. Indagare se questi tre fonemi (a cui misteriosamente ne segue un quarto, silenzioso) indichino, rispettivamente, lo stato di veglia, lo stato di sogno e lo stato di sonno, e/o le divinità Brahman, Visnù e Shiva, richiede una competenza che non è serio fingere di avere, se si è occidentali.
Tuttavia, anche mantenendo una prospettiva occidentale, la sacra sillaba ‘OM’ (rectius ‘AUM’) si rivela ben presto un perfetto mezzo di confutazione della moderna idolatria pseudo-scientifica dei muggiti a bocca chiusa, prestandosi a una chiave di lettura simbolica anche di tipo profano.

Innanzitutto il suo suono iniziale è una vocale e non una consonante e questa vocale è la vocale più orizzontale e originaria che esista tra i fonemi umani: la ‘A’ del vagito (termine anche questo onomatopeico, dato che la sillaba iniziale ‘VA’ della parola ‘vagire’ era pronunciata dagli antichi romani ‘UA’), ma questa ‘A’ è anche la ‘A’ della risata, del sospiro di sollievo e delle interiezioni affettive. Il passaggio dalla vocale A alla successiva U è un salto ‘quantico’: dalla dimensione orizzontale si passa alla dimensione verticale, dalla luce all’ ombra, dal palpabile all’ impalpabile, dalla sonorità all’ evanescenza. Non solo. Lo sfumare impercettibile e nello stesso tempo istantaneo di una vocale nell’ altra è reso possibile solo da un movimento che è perfetto in quanto naturale ed è il movimento essenziale, fluido e sciolto dell’ articolazione UMANA, inesistente nei versi animaleschi. È questo micro-movimento ‘autogeno’ che, se lasciato avvenire nella sua purezza anche nel canto, consente alla voce di autosintonizzarsi in maniera perfetta, motivo per cui è INSENSATO abolirlo coi SOVTE, fissandosi (in tutti i sensi) sulla staticità di un suono unico, per di più a bocca chiusa, operazione che ha come risultato l’ INGESSATURA della voce.

E veniamo finalmente al terzo fonema: la famosa ‘M’ degli esercizi a bocca chiusa. Ancora una volta, a consentire il collegamento perfetto (perfetto in quanto fluido e nel contempo ad alta precisione) tra la vocale ‘U’ e la consonante ‘M’ è il normalissimo movimento articolatorio del parlato, che, appunto perché normale, viene solitamente snobbato dai cultori dell’ alta tecnologia foniatrico-vocale, basata sugli stampini e le ‘figure obbligatorie’. Quando si trasforma in ‘M’, il suono, essendo sorto dall’ abisso della ‘U’, beneficia di tutta la spaziosità senza confini di questa vocale e non rischia quindi di schiacciarsi, come succederebbe iniziando direttamente con la ‘M’. Grazie a questa spaziosità, la ‘M’ non nascerà quindi come ‘muggito proiettato’ (secondo la moda foniatrica attuale) ma come placido sorvolare dall’ alto il paesaggio sonoro: quello che in Italia ha preso il nome di ‘canto sul fiato’.
In questo modo Oriente e Occidente si fondono, uniti dalla stessa aspirazione alla Trascendenza: una trascendenza spirituale nel caso della sacra sillaba ‘OM’; una trascendenza estetica nel caso dei vocalizzi del belcanto.

Antonio Juvarra

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Pubblicato da

mozart2006

Teacher, freelance musical journalist and blogger

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