Bayerische Staatsoper – Das schlaue Füchslein

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Foto ©Wilfried Hösl

In una München traboccante di turisti e gente allegra si sta svolgendo il consueto Opernfestspiele, la rassegna che tradizionalmente conclude la stagione della Bayerische Staatsoper nel cui programma in genere una nuova produzione viene affiancata da alcune riprese scelte fra gli spettacoli di maggiori successo. Da parecchi anni io cerco sempre di fare almeno una o due visite a questa rassegna, anche perché la capitale bavarese in questo periodo dell’ anno consente di gustare tutte le sue bellezze in una situazione meteorologica splendida e quest’ anno finalmente in un’ atmosfera di nuovo festosa come prima dei tragici avvenimenti degli ultimi due anni. La sera della recita di Das schlaue Füchslein a cui io ho assistito era anche quella dell’ Oper für alle, la diretta su grande schermo che il teatro offre ogni anno al pubblico monacense, quest’ anno svoltasi nuovamente senza limitazioni di pubblico dopo due anni. Più di diecimila persone affollavano la Max-Joseph-Platz per assistere alla trasmissione, in un clima di festa assicurato anche dalla precisione organizzativa curata nei minimi particolari, per cui i tedeschi vanno giustamente famosi.

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Foto ©Wilfried Hösl

La produzione operistica di Leoš Janáček ha ottenuto in questi ultimi decenni il posto che le compete nei cartelloni dei grandi teatri. A buon diritto, devo dire, perché al giorno d’ oggi, se si vuole fare un discorso serio sul teatro lirico del Novecento, non si può assolutamente ignorare la produzione operistica  dello straordinario compositore moravo, assurto alla fama solo all’ età di 62 anni, dopo la rappresentazione di Jenufa al Teatro Nazionale di Praga. Sulla spinta di questo successo Janáček, dopo la Prima Guerra Mondiale, scrisse nel giro di pochi anni quattro partiture da annoverare assolutamente tra i grandi capolavori della storia del melodramma: Kat’a Kabanová, La piccola volpe astuta, L’ affare Makropoulos e Da una casa di morti. Opere di squisita fattura musicale e teatrale, dalla scrittura raffinata e modernissima come già il compositore moravo aveva dimostrato nel 1904 con Jenufa, una partitura che già delinea in pieno il senso del teatro e la potenza della caratterizzazione drammatica che Leoš Janáček era in grado di esprimere e che va annoverata a buon diritto tra i massimi capolavori del teatro musicale novecentesco. In Germania, la grandezza di Janáček fu riconosciuta forse in anticipo rispetto ad altri paesi e le sue opere vennero regolarmente eseguite nei teatri tedeschi a partire dagli anni Venti, quando Otto Klemperer diresse la prima esecuzione fuori dai confini cecoslovacchi di Kat’a Kabanová a Köln nel dicembre 1922, a un anno dalla prima assoluta e pochi giorni dopo il trionfale successo della prima rappresentazione a Praga.

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Foto ©Wilfried Hösl

Das schlaue Füchslein (titolo originale Příhody lišky Bystroušky, in italiano generalmente tradotto La piccola volpe astuta), opera in tre atti e nove scene, fu composta fra il 1922 e il 1924, subito dopo Kat’a Kabanová e prima di Věc Makropulos. Il libretto fu scritto personalmente dal compositore moravo e si basa su una storia a fumetti apparsa sul quotidiano Lidové noviny disegnato da Stanislav Lolek, a sua volta ispirato da un racconto di Rudolf Těsnohlídek. L’ idea di utilizzare questo argomento fu suggerita, pare, a Janáček dalla sua domestica Maria Stejskalova che era un’ assidua lettrice del quotidiano. La prima rappresentazione si tenne al Teatro Nazionale di Brno il 6 novembre 1924 sotto la direzione di František Neumann, grande amico di Janáček e primo interprete di altri suoi tre lavori oltre a questo. L’ opera riscosse subito grande successo in patria e poco dopo in Germania, dove fu eseguita per la prima volta a Mainz nel 1927 nella traduzione tedesca di Max Brod, scrittore e saggista conosciuto soprattutto per essere stato amico e primo biografo di Franz Kafka. La musica è davvero affascinante per l’ originalità dell’ ispirazione e ricca di intuizioni e soluzioni armoniche evidenzianti in pieno la cifra stilistica, tutta novecentesca, dell’ esperienza creativa di Janáček, che si traduce nella definizione di una variante personalissima di un processo di disintegrazione e superamento della tonalità.

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Foto ©Wilfried Hösl

Alla prima rappresentazione, il 30 gennaio 2022, questo allestimento ha riscosso un grande successo di pubblico ma la parte visiva ha lasciato perplessi alcuni recensori. Barrie Kosky, cinquantacinquenne regista nato in Australia da una famiglia di profughi ebrei e da quattro anni naturalizzato tedesco, attuale Intendant della Komische Oper Berlin, e il suo scenografo Michael Levine hanno ambientato l’ azione in una foresta composta di luccicanti orpelli e fili di perle, una sorta di Wunderland invernale con una tana di volpe scarlatta e un pollaio di colore giallo brillante. La contrapposizione tra uomini e animali era evidenziata dal nero cupo delle scene affidate agli umani contrapposto alle tinte sgargianti del mondo animale. Dal punto di vista tecnico, la messinscena era ben montata e molto curata nei dettagli, come tutti gli allestimenti di Barrie Kosky. Visivamente, l’ atmosfera ricordava un po’ quelle tipiche dei musical anni Trenta, ricca di orpelli e luccichii e tutto sommato anche attraente in immagini come quelle del firmamento notturno pieno di stelle scintillanti, ma l’ idea di illustrare dal principio alla fine la favola degli animali come un dramma umano era forse una cosa non del tutto convincente. Lo stesso Janáček parlava di un “idillio forestale”, solo delle citazioni appena accennate dovrebbero emergere a evidenziare i possibili parallelismi tra esistenza umana e animale. Invece lo spettacolo di Kosky sottolineava forse in maniera troppo esagerata questi aspetti. Nel complesso, una buona regia ma forse non all’ altezza dei veri e propri capolavori compiuti dal regista nei Meistersinger di Bayreuth e nello stupendo recente Rosenkavalier alla Bayerische Staatsoper.

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Foto ©Wilfried Hösl

Pieni consensi ha invece riscosso la parte musicale della produzione. Robert Jindra, quarantacinquenne direttore ceco che dalla prossima stagione assumerà l’ incarico di direttore musicale del Nationaltheater di Praga, ha sostituito egregiamente la giovane Mirga Gražinytė-Tyla che era sul podio per la prima serie di recite. Perfettamente assecondato dalla Bayerische Staatsorchester, come sempre a un livello qualitativo che ne fa uno tra i migliori complessi europei, il musicista praghese ha dimostrato grande affinità stilistica con questa musica, perfetta conoscenza della partitura e notevole calore interpretativo. La compagnia di canto è apparsa omogenea in tutti i ruoli oltre che perfettamente affiatata. Di notevole livello sono state le prestazioni delle due interpreti dei ruoli principali, il soprano Elena Tsallagova come Bystrouška e il mezzosoprano Angela Brewer nella parte di Lišák. Molto bravo anche Wolfgang Koch, cinquantaseienne basso-baritono bavarese, uno tra i beniamini del pubblico monacense, che non mi ha mai entusiasmato nelle parti wagneriane come Sachs e Wotan di cui viene ritenuto uno specialista, ma che in un ruolo come quello del cacciatore (Revírník) ha fatto valere l’ efficacia di un declamato incisivo e un certo brado vigore di fraseggio. Tra gli altri interpreti, pregevole il tenore Milan Siljanov nella parte di Harašta. Eccellente anche il comportamento di tutti gli altri elementi del cast impegnati nei ruoli minori. Successo vivissimo sia in teatro, sia all’ esterno quando i protagonisti della serata, secondo una tradizione della Oper für alle, si sono presentati sulla scalinata del Nationaltheater per salutare il pubblico che aveva seguito la diretta. Facendo un bilancio, direi che lo spettacolo valeva senz’ altro il viaggio.

Pubblicato da

mozart2006

Teacher, freelance musical journalist and blogger

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