Antonio Juvarra – Gli utopisti della voce “extra-orale”

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A causa di alcuni inconvenienti tecnici la pubblicazione del consueto articolo mensile di Antonio Juvarra è slittata di una quindicina di giorni. Ecco finalmente il post di giugno e buona lettura a tutti gli interessati.

GLI UTOPISTI DELLA VOCE ‘EXTRA-ORALE’

Nella commedia dell’ arte esistevano delle scene convenzionali, basate sull’ effetto surreale di moltiplicazione di immagini del gioco degli specchi. Un esempio è il seguente: Arlecchino spia di nascosto Pulcinella che sta maneggiando una collana di perle, lo deruba, ma è a sua volta spiato da Brighella che lo deruba, ma è a sua volta spiato da ecc. ecc. Si può vivere in prima persona lo stesso effetto surreale quando, leggendo il commento, fatto dal maestro di canto Fabio Poggi, di un passo del famoso trattato di canto di Lilli Lehmann, non si riesce a resistere all’ impulso a commentare il commento del commentatore. Il passo della Lehmann, oggetto del commento di Poggi, recita: “Magari gli allievi di canto e i cantanti professionisti si rendessero conto che il suono cantato va cercato all’ interno della risonanza del proprio corpo e non all’ esterno, dove i cantanti spingono il fiato pensando di ottenere così voci potenti e suoni forti!”

La Lehmann qui critica duramente la mania di quel tempo (che non è solo di quel tempo purtroppo) del suono “fuori” e “proiettato”, il cui risultato concreto poi non è altro, al netto dell’ eufemismo della “proiezione”, che il banalissimo ‘suono spinto’. Anche Fabio Poggi critica il suono spinto, ma si dà il caso che sia però anche un convinto assertore della teoria (bislacca), dei suoni non spinti fuori, ma GIÀ FUORI. Questo in base a una sua surreale teoria secondaria secondo cui nel canto la pronuncia delle vocali non dovrebbe avvenire dentro, ma (non si sa come) fuori (?!).
Il commento di Poggi al succitato passo della Lehmann suona così: “Come si fa a pensare che la voce vada cercata internamente? È una tale assurdità che mi lascia basito che una cantante oltretutto d’ altri tempi possa averlo scritto! Eppure è così, e ovviamente ha fatto storia e su questo falso fondamento si sono costruite scuole e altri trattati.”

Nel leggere questo commento, il minimo che si possa fare, è fare il verso a Poggi in questo modo: “Ma come si fa a pensare che la voce vada cercata ESTERNAMENTE? E’ una tale assurdità che mi lascia basito che un maestro di canto possa averlo scritto! Eppure è così, e ovviamente c’è chi pretende che questa assurdità, che va contro ogni evidenza sensibile, venga presa seriamente in considerazione”. In effetti la teoria di Poggi della ‘pronuncia extra-orale’ e delle ‘vocali esterne’ non solo va contro tutti i principi dell’ acustica e della fisiologia, ma si candida anche a diventare oggetto di serie indagini psico-analitiche, soprattutto per l’ insistenza e la convinzione con cui Poggi ripropone periodicamente questa sua idea ‘borderline’. In altre parole, sapevamo dell’ esistenza della comunicazione ‘orale’ e delle ‘orazioni’, ma ignoravamo l’ esistenza della comunicazione ‘extra-orale’ e delle ‘orazioni esterne’.

A lasciare basiti è anche la motivazione da lui posta a giustificazione della sua ‘teoria’: “La voce deve correre ed espandersi in uno spazio acustico. Se la voce resta internamente a un organismo, come è il nostro, come può compiere quel miracolo?”
La prima obiezione a un’ uscita del genere è: ma chi ha detto che la voce “deve rimanere internamente a un organismo”? La Lehmann forse? E quando mai? E che argomentazione sarebbe questa? Secondo la logica di Poggi, quindi, se qualcosa nasce all’ interno e poi fuoriesce, si deve far finta che in realtà fosse GIÀ all’ esterno e non sia mai fuoriuscita. ‘Ragionando’ nello stesso modo, si deduce anche che un feto non si forma all’ interno della pancia della madre e poi nascendo ne esce, come avevamo sempre pensato, ma nasce già fuori, magari portato in volo da un’ altra entità doverosamente esterna: la cicogna. Analogamente non è vero che un fiume sgorga dalla montagna per poi scendere a valle e sfociare nel mare. No, fin dalla sua origine, alla sorgente, il fiume è già mare.

Nel caso della voce le obiezioni che sorgono spontanee, sono altrettante. Ad esempio, se le vocali sono “esterne”, perché allora esiste un organo chiamato lingua (che fino a prova contraria è INTERNO), che si muove INTERNAMENTE per formarle? E come mai la fonetica contempla l’ esistenza di vocali anteriori, centrali e posteriori, ma non di “vocali esterne”? O per caso esistono (ma non mi risulta) organi-fantasma esterni (invisibili a tutti tranne che a Poggi), che sono quelli che creano le ‘vocali esterne’? E il bambino che impara a parlare, come procederà? Considererà tabù tutte le sensazioni ‘tattili’ interne (che sono quelle grazie alle quali impara a parlare) e, nel fare le sue lallazioni, si preoccuperà che siano tutte prodotte esternamente (ammesso che abbia già chiara la coscienza di ciò che è interno e ciò che è esterno)?
È tale l’ ‘endofobia’ di Poggi che lui non ammette neppure che, cantando, si possa avere coscienza delle vocali anteriori e delle vocali posteriori. Se questo avviene, secondo lui significa che si sta cantando meccanicamente, come se, per il semplice fatto di avere coscienza dei propri piedi e delle proprie gambe, uno dovesse per forza camminare come una marionetta.

Poggi ama far sfociare il canto nella spiritualità, propensione apprezzabile, purché la spiritualità non degeneri nell’intellettualismo astratto o, peggio ancora, nella rimozione fobica della realtà, com’è appunto quella di chi non riconosce che i suoni della voce umana sono creati internamente, anche se poi si espandono fuori. D’ altra parte, se è vero che la mela non cade lontano dal melo, di queste idee di Poggi non c’ è da stupirsi se analizziamo le teorie del suo maestro Antonietti, sedicente belcantista, e le confrontiamo con quelle dei veri belcantisti. Ad esempio, là dove Giambattista Mancini, il più grande trattatista del belcanto, scrive che “l’ arte vocale consiste nel conoscere dove la natura ci porti e a che ci abbia destinati” e che “una volta conosciuti i doni della natura e facilmente coltivandoli, l’ uomo si perfeziona”, lo pseudobelcantista Antonietti, feroce nemico della natura, scrive invece: “Solo chi ha superato l’ istinto, può conoscere la sublimazione dell’ arte. La respirazione fisiologica è carente, bisogna conseguire la respirazione artistica.” (?!) Là dove Mancini scrive che “il maggior effetto della letizia e vivacità del cantore è di rendergli più facile l’ esecuzione, avendo allegra volontà di cantare”, Antonietti scrive torvamente: “L’ istinto va aggredito con astuzia, intelligenza e feroce disciplina.” (?!)

Ora si dà il caso che sia proprio dalla spiritualità (quella vera) che provengono due affermazioni, che smentiscono le teorie surreali di Poggi, anzi potrebbero aiutarlo a guarire dalla sua endofobia: una è di S. Agostino e l’ altra del matematico e astronomo Keplero. La prima dice che “la verità abita all’ INTERNO dell’uomo.” La seconda dice che l’ immagine più perfetta, quella che rappresenta il modo di essere proprio di Dio, è la sfera tridimensionale, e che il moto (o emanazione) che procede dal centro, cioè dall’ INTERNO, verso l’ esterno, è il simbolo stesso della creazione! C’è poi anche chi, più banalmente, ha osservato che l’ uovo che si apre dall’ interno, rotto dal pulcino, è il segno della vita, mentre l’ uovo che si apre dall’ esterno, rotto da chi vuole mangiarlo, è il segno della morte (del futuro pulcino). Ove queste affermazioni non bastassero, si potrebbe aggiungere in fine, come ciliegina sulla torta, anche questa, altrettanto famosa, di Jung, che dice: “chi cerca fuori, sogna; chi cerca dentro, si sveglia.”

Purtroppo la conferma che lo spiritualismo di Poggi è una forma di cerebralismo ovvero di rimozione di alcuni aspetti fondamentali della realtà, e che quindi, stando alla formula di Jung, Poggi sta beatamente sognando, ci è data dal suo commento a un’altra affermazione (sacrosanta!) della Lehmann, che è la seguente:
“Il mio intento è quello di descrivere in modo semplice e comprensibile, e da un punto di vista pratico, le sensazioni fonatorie.” La reazione (quasi isterica) del sognatore Poggi a questa semplice constatazione della realtà, fatta dalla Lehmann, è di sdegno: “Sensazioni?? Altra disgraziata sciocchezza! Sappiamo bene che le sensazioni sono aspetti SOGGETTIVI, e come tali sono diversi da persona a persona, dunque NON TRASMISSIBILI. In poche righe abbiamo già compreso non solo l’ inutilità del libro della Lehmann, ma la sua dannosità.” (?!) “Il solo fatto di voler trasmettere sensazioni è già di per sé la negazione di una base oggettiva.”

Lascia esterrefatti la disinvoltura con cui Poggi sentenzia, sulla base di sole due righe, ispirate al più saggio buon senso, che il libro della Lehmann è non solo inutile, ma anche dannoso. Inoltre, avendo negato in maniera così tranchant il ruolo delle sensazioni nel canto, non si capisce da che cosa Poggi allora faccia scaturire e in che cosa consista quella “base oggettiva” di cui parla, e neppure si capisce perché qualche riga prima si fosse premurato di proclamare: “Io invece dico esattamente l’opposto.” (della Lehmann, nda) “Dico che NON dobbiamo assimilare la voce ad alcun congegno meccanico, perché il nostro è un ORGANISMO biologico, elastico e modificabile in quanto soggetto alle esigenze spirituali.”

Il sospetto è che questo sia un pretesto per attaccare ancora una volta la povera Lehmann, accusata di tutto e del contrario di tutto, ossia di “soggettivismo” aleatorio e di “meccanicismo scientifico”. A questo punto verrebbe voglia di chiedergli: se il nostro è un organismo biologico e quindi non un macchinario, perché le sensazioni dovrebbero essere bandite dallo studio del canto, quando sono proprio le sensazioni che distinguono gli esseri umani dalle macchine e quando la dimensione ‘estetica’ (a cui appartiene il canto) deve etimologicamente il suo nome proprio a quella sensibilità-sensorialità di cui le macchine sono prive? Nel sentire bestialità del genere (quelle di Poggi ovviamente) ci si sente in dovere di difendere la figura di quella grande cantante e studiosa della vocalità che è stata la Lehmann, del cui importante contributo alla comprensione della voce cantata ho estesamente parlato (detto en passant) nel mio libro “I segreti del belcanto. (Storia delle tecniche e dei metodi vocali dal Settecento a oggi)”, che qui cito nell’ eventualità che un giorno Poggi decida di svegliarsi dal suo sogno e si degni di rivedere il suo drastico giudizio sul trattato della Lehmann, da lui considerato addirittura una delle cause dell’ “inizio del declino dell’ arte vocale”. (?!)

I cortocircuiti logici, prodotti da Poggi nel suo articolo, sono cortocircuiti a catena. Per un verso infatti accusa la Lehmann di meccanicismo per essersi permessa di accostare METAFORICAMENTE il processo vocale a un orologio, e per un altro verso la accusa di soggettivismo per aver posto al centro dell’ educazione vocale le sensazioni. Da parte sua però Poggi, evidentemente considerandosi al di sopra di ogni sospetto di meccanicismo, non si fa alcun problema nello stabilire un’ analogia tra l’attacco del suono nel canto e il meccanismo dei tasti, dei martelletti e dello scappamento nel pianoforte. Chiaramente anche in questo caso (come in quello della Lehmann, da lui criticato) si tratta di un accostamento da intendere in senso simbolico e non letterale, ma, dando questo per scontato, l’ obiezione è: perché mai per il canto Poggi ha bisogno di teorizzare fantomatici processi di formazione del suono ESTERNI (pur essendo i meccanismi fonatori e articolatori tutti INTERNI) e non teorizza la stessa cosa anche per la creazione dei suoni del pianoforte? In altre parole, perché, in base alla stessa logica, Poggi non si mette a fantasticare di suoni pianistici “esterni”, cioè non ‘contaminati’ da martelletti e scappamenti interni? Forse che i suoni prodotti dalla voce umana, contrariamente a quelli prodotti dal pianoforte, sono magicamente sottratti alle leggi universali della fisica acustica?

Per quanto riguarda poi la sua critica delle sensazioni, è ironico che Poggi, nemico giurato del meccanicismo scientifico nel canto, si ritrovi paradossalmente a condividere la svalutazione del ruolo delle sensazioni (in quanto appunto “soggettive” e “nebulose”) che è stata portata avanti proprio dall’ideologia scientifica. E’ il caso di ricordare allora anche a Poggi che le sensazioni non sono affatto un “aspetto soggettivo” nel senso che “sarebbero diverse da persona a persona e quindi non trasmissibili”. Questa teoria è solo la mistificazione elaborata dal sapere scientifico-foniatrico (deprecato a parole da Poggi) per imporre la sua prospettiva esterna, fatta di muscoli da azionare, del canto. In realtà le sensazioni sono degli UNIVERSALI SOGGETTIVI, il che significa che sono sì soggettive, ma solo nel senso che si realizzano nell’ interiorità del soggetto, avendo però lo stesso grado di universalità e realtà di ciò che, invece di essere soggettivo, è oggettivo. Sono proprio le sensazioni a distinguere la scienza del canto dalla scienza misuratrice, di per sé ‘anestetica’. In altre parole, qualsiasi sensazione (olfattiva, uditiva o tattile) è comune a tutti i soggetti. Proprio in virtù di questa universalità delle sensazioni, ciò che è ruvido non sarà mai percepito come liscio, ciò che è liquido non sarà mai percepito come solido, ciò che è dolce non sarà mai percepito come salato ecc. ecc. e viceversa. Appunto su questa universalità delle sensazioni si basa la possibilità di insegnare ad altri “soggetti” il canto.

In effetti, quando un insegnante invita l’ allievo ad attaccare il suono in modo ‘morbido’ e non ‘duro’, a cantare ‘leggero’ e non ‘pesante’, a non ‘scurire’ la voce ecc. ecc., che cos’ altro fa se non riferirsi a SENSAZIONI, che, una volta rievocate dall’ allievo, fanno sì che esse agiscano come causa di determinate coordinazioni muscolari non controllabili direttamente (non essendo l’ essere umano una macchina), e che sono le stesse in tutti i soggetti? O per caso Poggi, nel suggerire a un allievo di attaccare morbidamente un suono, teme che, a causa della ‘soggettività’ delle sensazioni, il suo concetto di morbidezza non sia lo stesso di quello dell’ allievo, e che quindi magari venga da lui interpretato come invito ad attaccare il suono con durezza? Se così fosse, ecco sorgere un’altra curiosità: di quali strumenti comunicativi si serve allora Poggi come maestro di canto, se non può utilizzare concetti attinti dalla dimensione sensoriale come “suono brillante”, “suono opaco”, “suono sfuocato”, “suono pesante”, “suono leggero”, “suono metallico”, “suono schiacciato” ecc. ecc., tutti variabili da soggetto a soggetto in quanto riconducibili a sensazioni?

La verità è che Poggi non accetta la realtà per come è, ma vorrebbe ‘perfezionarla’ e ‘nobilitarla’. Questo è anche l’ atteggiamento con cui si pone di fronte a un altro fenomeno: quello del parlato, che secondo il belcanto, è la scaturigine del canto. Affermando (a parole) di rispettare e valorizzare al massimo il parlato come genesi del suono puro del belcanto, Poggi in realtà ripropone il suo rifiuto fobico dell’ autentica e genuina essenza del parlato naturale, tanto da ritenere necessario “correggerlo” e “perfezionarlo”. Così, ignorando che il ruolo dell’ articolazione nel canto è quella di sintonizzatore automatico e non di motore del suono, Poggi scrive: “Qual è la differenza tra il parlato e il canto? Il primo è sostanzialmente statico, essendo per lo più formato da una serie rapida di fonemi piuttosto slegati tra di loro. Ora, cosa succede quando si vuol cantare, cioè emettere suoni legati alle parole? Che si tende a staticizzarle, come nel parlato comune”, affermazioni queste paragonabili a quelle di chi dicesse che l’ idrogeno necessario per fare l’ acqua non può rimanere idrogeno, ma deve essere preventivamente perfezionato rendendolo ‘acquoso’ o che il seme di un albero deve essere modificato imprimendogli la sagoma del futuro albero.

In tal modo Poggi si comporta come quelle persone che dicono “ti amo, ma devi cambiare”, oppure come quei naturisti schizzinosi che svengono entrando in una stalla, perché la vorrebbero splendente come uno specchio, totalmente ‘igienizzata’ e anche profumata. Questo perché essenzialmente essi appartengono alla categoria dei cerebrali, che odiano il mondo nella sua vita concreta e vorrebbero cambiarlo per sostituirlo con i concetti e con le proprie astruse costruzioni mentali, cioè, in sostanza, con il loro io che si autogratifica. Essi sono allergici a tutto ciò che è naturale, perché il naturale è vivo e quindi concreto e non coartabile nei concetti; invece essi vorrebbero vedere solo gli schemi, le formule, i concetti (e non la vita) e ovviamente questi devono essere soltanto i loro, a costo di stravolgere la realtà e magari affermare (seriamente!) che “le vocali nascono fuori del corpo” e che il parlato naturale va “corretto”, “perfezionato” e “nobilitato”.

A questo punto, un programma di ‘rientro nella realtà’ di Poggi dovrebbe contenere almeno due punti: chiedere scusa alla Lehmann per averla diffamata, e ripetere cinque volte al dì, prima di coricarsi, questa frase illuminante di Luciano Pavarotti:
“Più vado avanti e più mi rendo conto che il canto è una SENSAZIONE, una GRANDE SENSAZIONE”. Già: una grande sensazione. Altro che “superamento dell’ istinto”, “sublimazione dell’ arte”, “perfezionamento del parlato” e “respirazione non naturale, ma artistica”!

Antonio Juvarra

Pubblicato da

mozart2006

Teacher, freelance musical journalist and blogger

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