Antonio Juvarra – La ‘Cancel Culture’ nel canto

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Iniziamo il 2022 con il consueto articolo mensile mandatomi da Antonio Juvarra, che in questa puntata ritorna sulle conseguenze del cosiddetto Voicecraft. Buona lettura e auguri a tutti per un nuovo anno sereno, in cui si possa finalmente ritornare alla normalità.

LA ‘CANCEL CULTURE’ NEL CANTO

Anche nel canto la sottocultura della cancellazione, basata sul postulato idiota che le verità scoperte e valorizzate dalle culture passate siano o forme di mistificazione e sopraffazione o, come nel caso del canto, delle ingenuità nate dall’ ignoranza della scienza e quindi sorpassate e inutilizzabili, si impone e si diffonde sempre di più. Nella didattica vocale le tecniche vocali ispirate al meccanicismo muscolare della cosiddetta foniatria artistica ha ormai occupato stabilmente tutto il settore del canto moderno e incomincia a invadere anche quello del canto classico (o lirico), che invece si è sempre basato sulla concezione del canto come risultato dell’ accordo tra processi naturali globali e dei vocalizzi come fattori di sviluppo della voce.

La ‘reductio ad comicum’ operata dalla ‘cancel & bullshit culture’ del meccanicismo foniatrico ha avuto la sua massima espressione in Jo Estill, autrice di un metodo demenziale, denominato ‘voicecraft’, grottesco kamasutra onanistico-scientifico dell’ anticanto, da me già analizzato in un articolo pubblicato dieci anni fa su questo sito. Da allora la metastasi cognitiva, prodotta ed espressa da questo ‘metodo’ si è espansa ulteriormente, riuscendo a far passare come ‘normali’ certi espedienti comico-surreali come la sostituzione dei vocalizzi con le cosiddette ‘sirene’, la macabra ‘contrazione dello sfintere ariepiglottico’, la pernacchia del cosiddetto ‘twang’ e, last but not least, i S.O.V.T.E, ennesima trovata demenziale contro natura, che consiste nel pensare che bloccando uno dei due spazi di risonanza della voce, la bocca, poi in base a non si sa quale miracolistico teorema fantascientifico il canto ne verrebbe facilitato.

Due di questi espedienti (il ‘twang’ e la contrazione dello sfintere ariepiglottico) sono considerati dalla ‘scienza’ (risum teneatis, amici!) addirittura come la causa di quella qualità del suono che rende udibile la voce in ampi spazi e che in Italia ha preso il nome di squillo. In uno degli ultimi video di un programma televisivo di ‘divulgazione’ di scemenze foniatriche dal significativo titolo ‘Voice Anatomy’ (che più correttamente avrebbe dovuto intitolarsi ‘Voice Autopsy’…) il dott. Fussi (riciclatosi qui, da foniatra di successo, in dilettante di tecnica vocale allo sbaraglio e apprendista stregone…) espone, facendola sua, tale grottesca teoria:

“Per aumentare l’udibilità della voce, rinforzando gli armonici alti dello spettro acustico, occorre, parlando in termini tecnici” (?!) “ridurre lo spazio dello sfintere ariepiglottico e ricorrere a un po’ di nasalizzazione, ciò che aiuta a proiettare la voce e ad aumentare lo squillo, quello che gli americani chiamano ‘twang’, espediente usato dai cantanti americani del ‘country’, che cantano nella fattoria in mezzo alle vacche, per mandare in proiezione la voce. Se a questa penetranza della voce, si vuole aggiungere la portanza, allora bisogna ampliare lo spazio oro-faringeo, e a questo fanno riferimento le metafore didattiche della ‘patata bollente in bocca’, dell’ ‘uovo sodo’ e dello ‘sbadiglio’. Il tutto in sintonia” (?!) “con la contrazione dello sfintere ariepiglottico, il che significa che se mentre contraggo lo sfintere ariepiglottico, penso ad aumentare lo spazio oro-faringeo, otterrò un suono un po’ liricheggiante, che è ricco di armonici, ma nello stesso tempo mantiene la proiezione in distanza.”

La domanda, che sorge spontanea dopo aver sentito questa sequela di assurdità, è molto semplice: ma perché la gente, invece di continuare a fare il proprio mestiere (in questo caso il foniatra), si avventura in un’attività che non conosce, com’è in questo caso quella del maestro di canto? In effetti dire a uno studente di canto o a un oratore che per rendere più udibile la sua voce deve contrarre lo sfintere ariepiglottico è esattamente come dire a uno studente di matematica che per risolvere un dato problema di algebra deve attivare i neuroni collocati a nord ovest dell’emisfero sinistro del cervello. Con questa differenza: che mentre nessuno mette in dubbio che a rendere possibile il funzionamento del cervello siano i neuroni, invece alla teoria della contrazione dello sfintere ariepiglottico come causa dello squillo della voce credono solo i vocologi e comunque, anche se così fosse, la teoria secondaria, quella secondo cui sarebbe possibile contrarre direttamente questa entità chimerica, è tanto verosimile quanto la teoria che un pianista con un braccio amputato possa suonare il pianoforte utilizzando il suo arto fantasma. Ma non c’ è bisogno di scomodare il canto per rendersi conto della totale assurdità di un’ indicazione tecnico-vocale del genere. È sufficiente applicarla alla situazione presa ad esempio da Fussi in questo video: quella di un insegnante che deve rendere udibile la sua voce in una classe numerosa e magari rumorosa. Ora è concepibile l’ idea che, per farsi sentire, questo insegnante debba utilizzare la pernacchia nasale del ‘twang’, trasformandosi così comicamente in Paperino? Che fine farebbe la sua autorevolezza in questo modo? E che figuraccia farebbe un vero cantante lirico (quindi non un cantante ‘liricomico’ come quelli immaginati dalla Estill), se usasse una voce del genere? Purtroppo quando la scienza fisio-anatomica ha la pretesa di farsi scienza didattico-vocale, i risultati sono sempre gli stessi: i mostri dell’ anti-canto, mostri generati dallo stupro della natura umana, intesa in primis come logica elementare del buon senso.

Dare credito al sarchiapone comico-scientifico denominato “sfintere ariepiglottico” (di cui nessun essere umano da Adamo a oggi ha mai avuto la percezione) come mezzo tecnico-vocale per ottenere lo squillo della voce significa aver perso il contatto con la realtà sensibile ed essere entrati in un’ altra dimensione: quella delle mere astrazioni e intellettualizzazioni scientifiche, da cui mai potrà scaturire il canto. L’ assurdità diventa esponenziale quando poi si teorizza che la contrazione di questa entità chimerica possa e debba coesistere e conciliarsi con l’ampliamento dello spazio oro-faringeo, come se il cantante, che non è un robot, potesse contemporaneamente dilatare una parte del corpo e contrarne un’altra, il che è come pensare che l’ acqua contenuta in un recipiente possa per metà ghiacciare e per metà bollire.

Abbiamo già citato il nome della persona che ha elaborato questa teoria comicamente sgangherata, qui fatta propria da Fussi: la famigerata Jo Estill, già responsabile di quell’ altro attentato al canto che sono le cosiddette “figure obbligatorie” e divenuta poi scandalosamente (non nonostante, ma grazie a queste!) idolo dei voco-astrologhi di mezzo mondo. A questo punto decenza intellettuale vuole che si faccia una cosa molto semplice: allargare la visuale per prendere piena coscienza dell’ operazione culturalmente vergognosa, perpetrata ‘trasvalutando’ la pernacchia nasale chiamata ‘twang’, e l’ aspetto vergognoso dell’ operazione consiste nel rinnegare una gloriosa tradizione vocale (che ha sempre pensato il contrario!) per prostrarsi davanti ai feticci meccanicistici di un’ altra cultura.

Per essere più chiari: per ben QUATTRO SECOLI (!) i cantanti italiani hanno insegnato al mondo come si acquisisce e si padroneggia quella qualità del suono che Fussi chiama “proiezione” e “penetranza”. Grazie a tale conoscenza, che (questa sì!) è vera SCIENZA del canto, essi hanno cantato, accompagnati da orchestre poste sul palcoscenico (e non nella buca), riuscendo a farsi sentire (senza microfono) negli spazi di teatri grandissimi senza fare nessuno sforzo. Ora si dà il caso che questi stessi cantanti nei loro trattati abbiano spiegato come si trova e si sviluppa questa qualità del suono, precisando altresì molto chiaramente che essa NON ha nulla a che fare con la nasalizzazione, da loro addirittura posta al bando e bollata come “VIZIO ORRIBILE”, col che stabilendo definitivamente che ‘twang’ e ‘squillo’ NON sono sinonimi, come invece crede Fussi.  Ebbene, incredibilmente, noi oggi dovremmo prendere esempio non da loro, ma dai “cantanti americani ‘country’ che cantano nella fattoria in mezzo alle vacche” e che “usano il twang per mandare in proiezione la voce” (sic).

Mi domando: ma quelli che danno credito a scemenze del genere si rendono conto che, oltre a compiere un inqualificabile atto di sottomissione culturale e di falsificazione storica, dimostrano anche di aver messo fuori uso in questo modo le proprie facoltà logiche?  Com’ è possibile infatti concepire l’ idea che una determinata qualità del suono, la brillantezza, perfettamente conosciuta e padroneggiata in maniera esemplare ai fini artistici nell’ arco di quattro secoli in una determinata area culturale e linguistica, derivi da una caratteristica fonetico-linguistica (la nasalizzazione), che NON ESISTE in questa aerea culturale e linguistica, pur essendo conosciuta ed esplicitamente bandita da quei (veri) sperimentatori vocali che furono i belcantisti?

La desolante conclusione a cui ci porta la ‘cancel culture’, applicata allo studio del canto e rappresentata qui dalle affermazioni, sopra riportate, del foniatra Fussi, è la seguente: il tipo di scienza che si occupa di canto, dimostra ancora una volta di possedere lo stesso grado di sgangherata e risibile attendibilità che avrebbe il teorizzare che l’ Europa è stata scoperta dagli Incas, che Michelangelo si è ispirato alla pop art per dipingere il Giudizio Universale e che Leonardo è un precursore di Andy Warhol.
Evviva la scienza comico-surreale dell’ anticanto!

Antonio Juvarra

Pubblicato da

mozart2006

Teacher, freelance musical journalist and blogger

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