Bayerische Staatsoper – Tristan und Isolde

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Foto ©Wilfried Hösl

L’ ultima replica del Tristan und Isolde al Nationaltheater München, oltre che la conclusione degli Opernfestspiele segnava anche quella del mandato di Nikolaus Bachler come Intendant della Bayerische Staatsoper. Tredici anni di lavoro, 150 nuove produzioni e 7350 recite sono le cifre che documentano l’ attività di un dirigente tra i piú capaci e preparati del mondo musicale odierno, cosa che è apparsa evidentissima anche dal lavoro che Bachler ha svolto durante i lockdown per difendere la dignità del teatro e dei suoi dipendenti, e credo che la città di München gli debba davvero molta riconoscenza anche per questo aspetto. In questa ultima stagione del suo incarico, Nikolaus Bachler ha voluto sostituire due messinscene storiche da anni presenti del repertorio della Staatsoper e, dopo il nuovo Rosenkavalier allestito da Barrie Kosky, purtroppo solo in streaming, ha presentato come spettacolo finale della stagione 2020/21 un nuovo allestimento del Tristan und Isolde, il decimo che la Bayerische Staatsoper ha sino ad oggi prodotto del capolavoro wagneriano che proprio in questo teatro ebbe la sua prima esecuzione assoluta il 10 giugno 1865. Lo spettacolo rappresentava anche l’ ultima produzione diretta da Kirill Petrenko per il teatro bavarese e per tutti questi motivi, oltre che per il debutto di Jonas Kaufmann e Anja Harteros nei ruoli principali, i biglietti per tutte le recite (oltretutto venduti in numero limitato dalle norme di sicurezza anti Covid attualmente in vigore) sono andati letteralmente a ruba in tutta Europa e prima dell’ ultima replica, davanti all’ ingresso del Nationaltheater, decine di persone cercavano di procurarsi un ingresso prima dell’ inizio esponendo i classici cartellini con scritto SUCHE KARTEN. Anche io non ho voluto accontentarmi della diretta streaming e mi sono messo in viaggio alla volta di München per assistere a una produzione di cui tutto il mondo musicale tedesco parla da settimane e che, almeno dal punto di vista musicale, ha senza alcun dubbio mantenuto pienamente le mie aspettative.

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Foto ©Wilfried Hösl

Dal punto di vista visivo, invece, lo spettacolo non ha offerto particolari motivi di interesse e anche i colleghi della stampa tedesca sono stati abbastanza concordi su questo punto. Krzsystof Warlikowski è un regista dalle idee forti e i suoi spettacoli sono sempre di grande impatto, ma anche in questo caso come avvenne per la Salome di due anni fa, la sua concezione visiva dell’ opera è apparsa irrisolta e artisticamente incompleta. Niente di nuovo o di originale si è visto in questa regia, ambientata nel solito salone di stampo ottocentesco evocante la sala d’ attesa di un ministero o l’ aula magna di un Gymnasium dell’ epoca guglielmina. I simboli e i video scelti dal regista come sfondo della vicenda si susseguono in maniera decisamente poco decifrabile e di alcuni, come la tavolata con tredici manichini che fa da sfondo alla prima parte del terzo atto, con Tristan seduto tra loro e poi disteso su un sofà da seduta psicanalitica, non si riesce proprio a capire la funzione e il loro rapportarsi con la musica. Se la messinscena di Simon Stone ad Aix-en-Provence appariva ingombrante e prevaricatrice, questa di Warlikowsky per me soffriva del difetto opposto, evitando per principio di affrontare le problematiche poste da una drammaturgia molto particolare e sfuggente come quella del Tristan und Isolde. Decisamente una prova interlocutoria di un artista che sembra avere perduto l’ originalità trasgressiva tipica dei suoi spettacoli migliori.

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Foto ©Wilfried Hösl

Veniamo adesso a parlare degli esiti, al contrario veramente eccezionali, della parte musicale condotta da Kirill Petrenko, alla sua ultima apparizione sul podio del Nationaltheater davanti a un pubblico che gli ha tributato intensissime manifestazioni d’ affetto ad ogni sua entrata in buca. Il maestro austro-russo affrontava per la seconda volta il Tristan und Isolde dopo le recite del 2011 a Lyon e lo interpreta con una riuscitissima combinazione di passionalità e scrupolo analitico. Una direzione mobile, nervosa, carica di tensione a partire dalla sottolineatura di tutte le dissonanze non risolte presenti nel Preludio, avvincente nel suo tenere sempre al massimo la drammaticità narrativa e che culminava in un terzo atto davvero da manuale per le tinte orchestrali angosciose e livide, risolvendo poi in un finale che era quasi una vera e propria catarsi liberatoria. A tutto questo si deve aggiungere la prodigiosa capacità del direttore nel coordinare il rapporto tra l’ orchestra e un cast composto di voci non strapotenti ma mai sovrastate dal golfo mistico. La mobilità cangiante, quasi mercuriale delle tinte strumentali realizzate da una Bayerische Staatsorchester assolutamente in stato di grazia e che ha dato davvero il massimo per questa ultima serata insieme al suo ex Generalmusikdirektor era il segno distintivo di una direzione della straordinaria partitura di Wagner tra le più mature e complete che io abbia mai ascoltato. Una lettura originalissima, di quelle che ti costringono a riflettere su una musica che pensavi di conoscere in tutti i suoi aspetti e della quale Petrenko riesce a mettere in luce aspetti inediti e nuove prospettive di interpretazione.

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Foto ©Wilfried Hösl

Jonas Kaufmann da tempo desiderava portare il ruolo di Tristan in scena, dopo averne eseguito brani in esecuzioni concertistiche. Non sono mai stato un suo estimatore ma in questo caso devo dire che la voce del tenore bavarese, di colore scuro analogo a quella di interpreti storici della parte come ad esempio Ramon Vinay e Ludwig Suthaus (anche se l’ inspessimento della voce di Kaufmann più che alle caratteristiche naturali è dovuto a un deliberato abbassamento di posizione per scurire il timbro) si addice a un personaggio piagato e introverso. Il modo in cui Wagner scrisse la parte di Tristan, si sa, è spietato verso il tenore e se ne accorse a sue spese il primo interprete, Ludwig Schnorr von Carolsfeld, che ci lasciò la voce e forse anche la vita. Kaufmann esce indenne dalla sfida, supera tutti i momenti scabrosi con una encomiabile resistenza vocale e ci regala anche momenti di buon fraseggio come quelli di trasognata estasi in O sink hernierder e gli accenti di amara, disillusa introversione con cui ha risolto il monologo Muss ich dich so verstehn, du alte ernste Weise nel terzo atto. Un Tristan molto meditato, appassionato e credibile nel suo fraseggio carico di dubbi e incertezze, e in definitiva una prestazione assai onorevole da parte di un cantante che io di solito amo poco.

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Foto ©Wilfried Hösl

Anche Anja Harteros debuttava il ruolo di Isolde e lo ha fatto in maniera convincente. La scrittura wagneriana evita alla cantante greco-tedesca le disuguaglianze timbriche e di emissione evidenti quando affronta il repertorio italiano e le consente di mettere in luce un registro acuto decisamente più sicuro. La sua Isolde è nervosa, perennemente insicura e agitata anche nella recitazione, con una mobilità nevrotica di fraseggio che appare perfettamente in sintonia con l’ interpretazione di Petrenko. Nel Liebestod il canto della Harteros svetta in maniera abbastanza sicura sulla marea orchestrale e anche gli accenti mostrano una bella comprensione del momento scenico. Eccellente anche la Brangäne di Okka von der Damerau, autentica voce wagneriana di grande potenza e impatto, ma capace anche di piegare il suo strumento a mezzevoci timbratissime in Einsam wachend in der Nacht. Il timbro ruvido di Wolgang Koch si adatta molto bene a un personaggio come Kurwenal, rozzo ma buono di cuore, anche se il settore acuto non è irreprensibile. Il basso finlandese Mika Kares impersonava un König Marke dagli accenti di commossa intensità patetica espressi tramite una voce di bel timbro e adeguata imponenza. Buone anche tutte le parti di fianco. Il successo è stato davvero trionfale sia in teatro che nella Marstallplatz dove era stata allestita la consueta diretta su grande schermo intitolata Opera für alle, che la Bayerische Staatsoper tradizionalmente offre alla città durante gli Opernfestspiele. Per quasi un quarto d’ ora il pubblico ha continuato ad applaudire con un’ intensità che faceva dimenticare la presenza contingentata a causa delle regole di sicurezza.

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Foto ©Wilfried Hösl

Alla fine, la Bayerische Staatsorchester ha voluto onorare il congedo di Petrenko da quello che per otto anni è stato il suo teatro con un omaggio musicale a sopresa, eseguendo prima il celebre Lied popolare Muss I denn zum Städtele hinaus con gli strumentisti e una parte del pubblico che agitavano i fazzoletti in segno di addio e poi il Walzer dal terzo atto del Rosenkavalier. Un bellissimo e sincero omaggio a un artista che il pubblico di München ha veramente adorato e che adesso proseguirà definitivamente la sua carriera come Chefdirigent dei Berliner Philharmoniker. Personalmente io spero che Petrenko nella sua attività futura non rinunci a scendere ancora in buca per dirigere opere, visto che lui ama in maniera evidentissima questo modo di far musica pur essendo un grande interprete anche nel repertorio sinfonico. Lo si percepisce dalle sue doti nel far racconto e dall’ attenzione con cui accompagna i cantanti durante le sue recite operistiche. Anche se la scelta di un successore come Wladimir Jurowski è pienamente adeguata al prestigio del teatro, io penso che il pubblico della Bayerische Staatsoper rimpiangerà le interpretazioni di Kirill Petrenko per molto tempo.

Pubblicato da

mozart2006

Teacher, freelance musical journalist and blogger

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