Bayerische Staatsoper – Lear

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Foto ©Wilfried Hösl

Dopo aver ripreso a pieno ritmo la sua attività anche grazie alla discesa dei contagi che permette l’ ingresso di circa settecento spettatori, la Bayerische Staatsoper ha presentato il Lear di Aribert Reimann, terzo nuovo allestimento della stagione, accolto da grande successo alla prima e successivamente trasmesso in streaming. L’ adattamento operistico della celeberrima tragedia di William Shakespeare fu il sogno irrealizzato di Verdi, che ci si dedicò a più riprese lavorando sul testo prima con Salvadore Cammarano e poi con Antonio Somma senza mai arrivare a una realizzazione concreta. Il tema fu ripreso negli anni Settanta da Aribert Reimann su sollecitazione del grande baritono Dietrich Fischer-Dieskau che convinse il compositore a realizzare l’ opera insieme al librettista Claus H. Hennenberg, utilizzando come base del lavoro la traduzione del dramma realizzata da Johann Joachmim Eschenburg, autore tra il 1775 e il 1782 della prima edizione completa in lingua tedesca del teatro di Shakespeare. L’ opera andò in scena al Nationaltheater di München il 9 luglio 1978, con la direzione di Gerd Albrecht e la regia di Jean-Pierre Ponnelle. Fischer-Dieskau impersonava il protagonista affiancato da Júlia Várady, sua moglie, nel ruolo di Cordelia. Da allora l’ opera è stata rappresentata in molte edizioni diventando uno tra i lavori contemporanei di maggior successo.

Aribert Reimann, berlinese, nato nel 1936, è senza dubbio il massimo compositore tedesco vivente insieme a Wolfgang Rihm ed Helmut Lachenmann. Alle prese con la versione operistica di un pezzo teatrale caratterizzato da nero pessimismo e intensa tragicità, il compositore sviluppa una musica di tono cupo e aspro, con largo uso di dissonanze, cluster e microintervalli, che crea un clima di tensione continua solo raramente intervallato da oasi liriche. Come caratterizzazione dei personaggi e resa teatrale, il lavoro è sicuramente di alta qualità, tale da coinvolgere al massimo il pubblico nonostante il linguaggio non proprio di immediata comprensione che costituisce la cifra stilistica della partitura.

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Foto ©Wilfried Hösl

Per questa nuova messinscena dell’ oper la Bayerische Staatsoper si è affidata al regista svizzero Christoph Marthaler, di cui io mi ricordavo per una produzione di Les contes dHoffmann presentata nel 2015 alla Staatsoper Stuttgart e a mio avviso parecchio discutibile. Come in quell’ occasione, Marthaler ambienta la trama in una scena fissa realizzata da Anna Viebrock, qui costituita da un museo di storia naturale dove le figure dei personaggi, conservate in una serie di teche di vetro, prendono vita all’ inizio dell’ opera. Un concetto scenico che potrebbe adattarsi a qualsiasi opera del repertorio, da Monteverdi fino a Henze, e che penalizza secondo me in modo abbastanza grave la comprensione di una vicenda completamente privata dei suoi punti di riferimento come la vecchiaia e debolezza di Lear e la differenza fra gli aristocratici e gli emarginati. Anche il ruolo del Fool, una tra le creazioni shakeapeariane più geniali che Reimann caratterizza con una sorta di Sprechgesang,  risulta parecchio depauperato della sua carica eversiva. In definitiva, uno spettacolo senza dubbio ben confezionato ma decisamente poco coinvolgente.

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Foto ©Wilfried Hösl

Come sempre accade in simili situazioni, le sorti della serata sono state salvate da una parte musicale di altissimo livello soprattutto per quanto riguarda la composizione del cast. Della direzione di Jukka-Pekka Saraste, sessantacinquenne musicista finlandese conosciuto a livello internazionale per i suoi lunghi incarichi alla Scottish Chamber Orchestra, alla Oslo Philharmonic e alla WDR Sinfonieorchester Köln, si può dire innanzi tutto che è stata penalizzata in partenza dalle solite scellerate regole di distanziamento che ci straziano l’ anima dallo scorso anno, in base alle quali la sezione degli ottoni ha dovuto essere collocata in una sala prove. In questa situazione, nonostante il lodevole impegno e la prova assolutamente impeccabile fornita dalla Bayerische Staatsorchester, era difficile ottenere qualcosa di più di una corretta lettura del testo. Ad ogni modo, Saraste è riuscito a conferire un buon livello di carica teatrale alla sua lettura.

Nella compagnia di canto, il dominatore assoluto era senza dubbio Christian Gerhaher, che ha tracciato un ritratto del protagonista assolutamente degno di confrontarsi con quelli di Fischer-Dieskau, il creatore del ruolo, e di Bo Skovhus che ne è stato l’ interprete più accreditato della nostra epoca. Il fraseggio scavato e tormentato, la perfetta resa dei momenti di straziamento e allucinazione, la commozione intensa conferita alla scena finale rendevano l’ interpretazione del baritono monacense assolutamente straordinaria, degna di quello che per me è forse il massimo artista di oggi nella sua corda. Allo stesso livello era il Gloster di Georg Nigl, cantante di grande intelligenza, in grado di utilizzare la voce per ottenere una gamma coloristica ampia e variegata che gli consente, insieme a una grande abilità di scavo della parola, un fraseggio inventivo e sempre personalissimo. Splendida anche la prestazione assolutamente maiuscola di Matthias Klink, un tenore che gode di grande stima nel mondo musicale tedesco per la sua versatilità interpretativa grazie alla quale è stato più volte premiato dalla stampa specializzata: nel 2018 è stato nominato Sänger des Jahres nei riconoscimenti critici assegnati dalla rivista Opernwelt, per la sua fulminante interpretazione del ruolo di Gustav von Aschenbach in Death in Venice di Britten alla Staatsoper Stuttgart. Il cinquantaduenne cantante originario di Fellbach, piccola città situata nell’ immediata periferia di Stuttgart, ha tratteggiato un ritratto di Edmund assolutamente perfetto nel sottolineare la doppiezza e l’ ipocrisia del personaggio. Molto bravo anche il controtenore inglese Andrew Watts nel ruolo di Edgar e di ottimo livello anche il Fool dell’ attore Graham Valentine. Tra le parti femminili, Hanna-Elisabeth Müller ha delineato un intenso e toccante ritratto di Cordelia, grazie alla voce luminosa e ben proiettata che mi ha sempre fatto apprezzare al massimo le sue interpretazioni, sempre caratterizzate da un canto di alta scuola e da un fraseggio di autentica classe. Alla stessa altezza era la Goneril di Angela Denoke, efficacissima anche scenicamente nel mettere in evidenza il carattere aspro e duro di una donna arida e guidata solo da una folle ambizione. Il soprano lituano Ausrine Stundyte ha mezzi tecnici senz’ atro in grado di far fronte a una scrittura vocale con molti passaggi di coloratura come quella di Regan, ideata in origine per una mozartiana a fine carriera come Colette Lorand. Impeccabili anche tutti gli altri componenti di un cast davvero di livello superiore. Successo vivissimo per una produzione che conferma la qualità molto elevata degli spettacoli proposti dalla Bayerische Staatsoper.

Pubblicato da

mozart2006

Teacher, freelance musical journalist and blogger

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