Bayerische Staatsoper – Der Rosenkavalier

Foto ©Wilfried Hösl

Nel 1972, anno in cui la città di München ospitò i Giochi Olimpici, la Bayerische Staatsoper mise in scena il leggendario allestimento di Der Rosenkavalier firmato da Otto Schenk e Jürgen Rose, una splendida esaltazione del lusso rococò che è rimasta nel repertorio del teatro bavarese per quasi mezzo secolo ed è stata anche documentata da un DVD prodotto dalla Deutsche Grammophon, che ci consente di ammirare un fantastico cast vocale esaltato dalla superlativa direzione di Carlos Kleiber, il quale proprio a questa produzione dovette gran parte della sua fama internazionale. A pochi mesi di distanza dalla conclusione del suo mandato di Intendant, Nikolaus Bachler ha mandato in scena, purtroppo solo in streaming a causa della chiusura dei teatri tedeschi che non si sa quando avrà termine, una nuova produzione del capolavoro di Richard Strauss affidata a Barrie Kosky, cinquantaquattrenne regista nato in Australia da una famiglia di profughi ebrei e da quattro anni naturalizzato tedesco, attuale Intendant della Komische Oper Berlin, che ha dichiarato nelle consuete interviste preliminari di essere partito dall’ idea di vedere i tre atti del Rosenkavalier come unità separate, che la regia mostra dalla prospettiva di una figura diversa per ogni atto. La fantasia opulenta di Strauss e Hoffmannsthal viene trasformata dalla concezione drammaturgica di Kosky in una sorta di viaggio surreale attraverso il senso del tempo espresso dai punti di vista della Marschallin, di Sophie e di Oktavian, che nella scena finale si uniscono e ricompongono. Come elemento unificatore di questa esperienza visiva vengono usati un orologio a pendolo e una figura di vecchio angelo cadente, impersonato da un novantaquattrenne ex macchinista della Staatsoper, che funge da servo di scena e spettatore muto di tutta la vicenda.

Foto ©Wilfried Hösl

L’ impostazione generale, il Konzept in tedesco, della lettura scenica è sicuramente interessante come in tutte le produzioni di Barrie Kosky che è un regista creativo e intelligente, autore di spettacoli esemplari come gli splendidi Meistersinger prodotti per il Bayreuther Festspiele. La sua impostazione scenica funziona molto bene nel sottolineare efficacemente sia il carattere di Wienerische Maskarad’ della vicenda che il complesso intreccio di sentimenti proposti dal testo di Hoffmannsthal, spazianti dalla malinconia nostalgica del passato che si allontana allo smarrimento di una classe nobiliare di fronte all’ affermarsi dei nuovi ricchi. Qualche idea scenica non era comunque originalissima: per esempio, la sessualità gioviale e debordante di Ochs evidenziata dalla caratterizzazione visiva del suo seguito composto da satiri raffigurati come il dio Pan si era già vista nella messinscena dell’ opera che Stefan Herheim aveva presentato nel 2009 alla Staatsoper Stuttgart e che riscosse a suo tempo grandi apprezzamenti da parte del pubblico e della critica, tanto da essere premiata come Inszenierung des Jahres dalla rivista Opernwelt. In ogni caso lo spettacolo, non trasmesso in diretta ma registrato in precedenza come si capiva dalla durata brevissima degli intervalli, si lascia guardare con piacere, grazie anche a una recitazione molto pulita e priva di tutti quei bozzettismi manierati che troppo spesso infestano le produzioni dell’ opera straussiana, e l’ idea di togliere alla vicenda tutta l’ ambientazione settecentesca è coerente con il carattere della musica oltre che portata avanti in modo intelligente. Del resto, se esiste un’ opera il cui il profumo di Jugendstil è percepibile al massimo, questa è proprio Der Rosenkavalier, tanto più se si riflette sul fatto che il valzer, su cui tante pagine della partitura sono costruite, all’ epoca di Maria Teresa non esisteva.

Foto ©Wilfried Hösl

La parte musicale dell’ allestimento era affidata a Wladimir Jurowski, quarantanovenne direttore nato in Russia e tedesco d’ adozione che con questa serata faceva il suo esordio nelle vesti di Designiert Generalmusikdirektor della Bayerische Staatsoper. Purtroppo, la sua interpretazione è stata pesantemente compromessa in partenza dalle stramaledette regole di sicurezza con cui i teatri devono fare i conti in questo periodo. L’ orchestra ridotta di organico e col pianoforte a rinforzare la strumentazione in diversi punti, secondo una rielaborazione della partitura preparata da Eberhard Kloke che ha ridotto la formazione orchestrale alle dimensioni di quella utilizzata da Strauss nell’ Ariadne auf Naxos, annullava completamente la maggior parte degli effetti coloristici geniali di cui la partitura del Rosenkavalier è ricca. A questo handicap di base va aggiunto quello posto dalla diretta streaming, che per sua natura privilegia le voci rispetto alla parte strumentale. Di conseguenza, pur apprezzando la tenuta e il buon ritmo narrativo della direzione, oltre che la bellezza sonora della Bayerische Staatsorchester nel Trio finale, non mi sento in grado di esprimere un giudizio complessivo sulla visione interpretativa di Jurowski, che per me potrà essere valutata compiutamente solo in una recita pubblica e con la Besetzung orchestrale completa.

Foto ©Wilfried Hösl

Di buon livello complessivo anche la compagnia di canto, pur con qualche lieve limite imposto dalla mentalità odierna secondo la quale il casting per una produzione operistica si fa con gli occhi e non con le orecchie. Mi riferisco soprattutto alla Marschallin di Marlis Petersen, che ha mostrato, grazie alla camicia da notte semitrasparente indossata nel primo atto, un aspetto fisico invidiabile per una donna che ha passato la cinquantina ma anche, come nel caso della sua Salome sempre qui a München, una vocalità non all’ altezza di soddisfare tutte le esigenze del ruolo. La cantante di Sindelfingen è una fraseggiatrice di gran classe ma molte delle sue eccellenti intenzioni interpretative erano realizzate solo parzialmente da una voce che diventava malferma appena la scrittura la metteva sotto sforzo. Splendido invece è apparso l’ Oktavian del giovane mezzosoprano statunitense Samantha Hankey, dalla voce ben impostata e timbricamente pregevole, interprete perfetta sia come innamorato passionale che nei travestimenti da Mariandel dove ha messo in mostra anche un’ invidiabile padronanza del dialetto viennese. La trentatreenne Katharina Konradi, originaria del Kirgisistan ma cresciuta ad Hamburg e formatasi a Berlino, per poi perfezionarsi a München sotto la guida di Christiane Iven, è stata una Sophie vocalmente luminosa e magnificamente caratterizzata anche dal punto di vista interpretativo nel rendere tutto il candore adolescenziale della ragazzina che scopre improvvisamente l’ amore. Decisamente, una giovane cantante da seguire con attenzione. Molto bravo anche il basso Christof Fischesser, nativo di Wiesbaden, che ha presentato un Ochs estroverso e gioviale ma non alter Trottel (vecchio rimbambito) oltre che notevole nel canto sia per la consistenza del mezzo vocale che per un registro grave ampio e  sonoro, tale da metterlo in grado di raggiungere senza problemi i RE sotto il rigo richiesti nel finale del secondo atto. Ottima anche la coppia dei due intriganti Valzacchi e Annina, impersonati in maniera ficcante e incisiva da Wolfgang Ablinger-Sperrhacke, accreditato interprete di ruoli da tenore caratterista come Mime e l’ Hauptmann del Wozzeck, e da Ursula Hesse von den Steinen. Eccellente anche il Faninal di Johannes Martin Kränzle, famoso per essere uno tra i migliori Beckmesser della nostra epoca. Sicuro nel registro acuto e buono anche nella pronuncia italiana è apparso il tenore Galeano Salas nell’ aria del Sänger. Di qualità più che buona era anche la prova di tutti gli altri interpreti dei ruoli minori. Complessivamente, e tenendo conto di tutti gli ostacoli posti alla preparazione dello spettacolo dall’ attuale situazione di lockdown, si può esprimere un giudizio molto positivo su una produzione ricca di belle idee e di pregi, che si potranno apprezzare anche maggiormente in una futura visione dal vivo senza l’ intermediazione dello schermo e con l’ orchestra al completo. Complimenti ancora una volta a Nikolaus Bachler, che ha realizzato la migliore gestione artistica di un teatro tedesco nei tempi della pandemia.

Pubblicato da

mozart2006

Teacher, freelance musical journalist and blogger

2 pensieri su “Bayerische Staatsoper – Der Rosenkavalier”

  1. anche se non condivido le Sue impressioni sullo spettacolo di Kosky che non riesce sempre a contenere la sua fantasia, apprezzo davvero la Sua analisi del lato musicale della rappresentazione, anche perche‘ non avevo ben capito cosa fosse successo all’orchestra!!!!!

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