Antonio Juvarra – “Entità metafisiche: il Diaframma”

 

Ricevo e pubblico l’ ultimo contributo mensile di Antonio Juvarra, che come sempre ci propone le sue interessanti riflessioni sulla foniatrica applicata alla tecnica vocale. Come sempre grazie ad Antonio e buona lettura a tutti, sperando che il mese di aprile ci porti fuori dall’ attuale, assurda situazione.

ENTITÀ METAFISICHE: IL DIAFRAMMA

Tra i vari feticci, posti sull’ altare dalla moderna didattica vocale, c’ è anche il feticcio denominato Diaframma. Si tratta di un’ entità metafisica o, se si preferisce, di un’ Araba Fenice, di cui si può dire, parafrasandolo, ciò che ne disse Da Ponte: “cosa sia ciascun lo dice, che ci faccia niun lo sa”. In effetti la domanda più appropriata che dobbiamo porci in proposito, è proprio questa: che ci fa il diaframma nello studio del canto e chi ve l’ ha intrufolato? È noto lo sconcerto della mitica Adelina Patti (l’unica cantante per cui il severissimo Verdi si sprecò, definendola “meravigliosa”) quando, assistendo un giorno alle lezioni di canto di Jean De Reszke al conservatorio di Parigi e sentendolo riempirsi continuamente la bocca con la misteriosa parola “diaframma”, a un certo punto sbottò, esclamando candidamente: “Ma che cos’è questo ‘diaframma’”?, domanda ‘naive’ a cui sicuramente De Reszke avrà replicato (ma è solo un’ipotesi) con un sussiegoso “Parbleu, mais c’est la science du chant, ma chère!” Nel loro ingenuo pionierismo gli scopritori del Diaframma non si sono mai lasciati sfiorare da questo semplice dubbio: se la conoscenza del Diaframma e della sua fisiologia è un elemento fondamentale della tecnica vocale, come avranno fatto mai a cantare, prima di questa scoperta, i grandi cantanti storici come Farinelli, Pacchierotti e gli stessi Rubini e Donzelli, che l’hanno sempre beatamente (è proprio il caso di dirlo) ignorato? In effetti, se il Diaframma fosse quello che i foniatri hanno voluto farci credere, allora l’ equivalente in ambito violinistico della Patti dell’aneddoto sopra citato sarebbe un Paganini che, invitato ad assistere a una lezione di ‘nuova tecnica violinistica’, nel sentire l’ insegnante soffermarsi a parlare dell’ archetto, esclamasse spazientito: “Ma che cos’è questo ‘archetto’?..”, il che ci dà la misura dell’ insensatezza della teoria del diaframma come (fantomatico) strumento tecnico-vocale.

Ogni sguardo del canto dalla prospettiva dei muscoli è uno sguardo esterno e il Diaframma è il muscolo per eccellenza del canto foniatrico, anche se anatomicamente si tratta del muscolo più ‘interno’. Anzi proprio il Diaframma sembra evocare col significato etimologico del suo nome, che è ‘separazione’, e con l’ ironia connessa a ogni ‘nomen omen’, il peccato originale della didattica vocale foniatrica: separare per sempre il cantante dallo sguardo interiore, dato dalle sensazioni e dalle propriocezioni, per catapultarlo nel labirinto esterno e senza uscita dei ‘muscoli’ e dell’anatomia-autopsia della voce. Il Diaframma, fin dalla sua nascita, ha dato origine a un fenomeno singolare: lo stravolgimento della respirazione al fine di adattarla ai movimenti di un muscolo che nessun essere umano ha mai percepito e di cui nessuno mai aveva neppure sospettato l’ esistenza, prima che esso entrasse ufficialmente in scena nella didattica vocale nella seconda metà dell’ Ottocento. Da quel preciso momento in poi esso non farà che realizzare in modo sempre più vistoso la profezia contenuta nel suo nome: ‘Diaframma’, appunto, ovvero ‘separazione’, che è l’ esatto opposto di quel movimento fluido dell’ energia, che supera tutte le frontiere anatomiche e che i cantanti hanno sempre riconosciuto dentro di sé come l’ essenza stessa del respiro e del canto (endiadi). Ancor più singolare e direi stupefacente risulta un altro fatto: che a determinare questa rivoluzione respiratoria (nel senso di ribaltamento) sia stato, per ‘decreto scientifico’, una persona determinata, con tanto di nome e cognome, che per giunta non era un cantante ma un foniatra: tale Louis Mandl, che arrivò a pontificare (lui!) che la respirazione usata per secoli dai cantanti fino ad allora (1850) era sbagliata (!), anzi deleteria (!!), introducendo nel canto il modello della respirazione diaframmatico-addominale, con relativo tabù dell’ innalzamento del torace in fase inspiratoria, che ancora oggi domina pressoché incontrastato in maniera nefasta in quasi tutte le scuole di canto, col risultato di tarpare tragicamente le ali del respiro a tutti quei cantanti che cercano di entrare nella dimensione del vero canto, ossia del canto come ‘altezza’ e come ‘volo’.

A nulla valsero le obiezioni di chi timidamente faceva osservare che il corpo che crea il canto aveva sempre funzionato tranquillamente (anzi meglio!) anche ignorando l’ esistenza del Diaframma. No, la rivoluzione ‘scientifica’ del canto così aveva decretato ed è così che da più di un secolo e mezzo in tutte le scuole di canto vige l’ obbligo che chi canta debba immaginarsi la figurina del Diaframma che scende mentre inspira e che sale mentre canta. Il che teoricamente non sarebbe un disastro, se a renderlo tale effettivamente non fosse un piccolo particolare, incredibilmente trascurato da tutti: l’ idea del Diaframma che inspirando scende ed espirando sale, è esattamente il ROVESCIO di ciò che suggerisce al cantante il suo VISSUTO SENSORIALE, quel vissuto sensoriale che è la sostanza del canto e che, non a caso, si è impresso sia nell’ idea del gesto musicale del ‘levare’ (l’inspirazione) e del ‘battere’ (l’ attacco del suono), sia nell’idea di un canto che SI APPOGGIA sul fiato e NON di un fiato che SOSTIENE (?) il canto. Che un’astrazione scientifica mai percepita da nessun essere umano (il Diaframma che scende in fase inspiratoria) abbia avuto la meglio su una REALTA’ sensibile (l’ inspirazione come onda ascendente) ci dà la misura del moderno scollamento del canto dalla realtà e del processo di intellettualizzazione e rigida schematizzazione cui è sottoposta oggi la tecnica vocale. In sostanza, inducendo a pensare al Diaframma che in fase inspiratoria si abbassa, è come se la foniatria artistica avesse inventato le anti-onde (ovvero onde surreali che invece di salire, scendono..) o come se avesse posto il cartello ‘spingere’ su una porta che si apre tirando. L’ ottusa presunzione dei cosiddetti “foniatri artistici”, infatti, ancora ignora questo principio fondamentale della SCIENZA DEL CANTO (disciplina di esclusiva competenza dei cantanti, che rimane totalmente distinta dalla SCIENZA DELLA VOCE dei foniatri) e il principio è:

L’ INSPIRAZIONE DEL CANTO E’ UN MOMENTO DI DISTENSIONE-ESPANSIONE-ELEVAZIONE E NON DI ABBASSAMENTO.

Lo stravolgimento, perpetrato dai foniatri, della respirazione naturale globale ha comportato delle conseguenze deleterie anche su quello che è la sua naturale emanazione, l’ appoggio, il cui vero senso sfugge completamente ai seguaci della didattica vocale foniatrica. Il seguente video rappresenta un esempio, pescato a caso tra altri mille, di come la logica distorta e contorta della moderna concezione vocale foniatrica porti irrimediabilmente a distruggere sul nascere il vero canto, producendo uno dei tanti surrogati vocali a risonanza forzata, spacciati per canto, che sono attualmente in circolazione.

Ecco come la signora del video, perfetto pappagallo del moderno catechismo foniatrico-vocale, provvede a trasformare un GESTO NATURALE GLOBALE qual è l’appoggio respiratorio (di per sé NON segmentabile e NON immobilizzabile) in una ridicola caricatura meccanica ANTI-FUNZIONALE, quasi una sorta di demenziale Lego muscolare.

Recita in proposito il suo libretto di istruzioni foniatrico:

“La discesa del Diaframma durante l’ inspirazione rappresenta la FASE ATTIVA (?) della respirazione, a cui segue la fase passiva di rimbalzo (?) del Diaframma. L’ appoggio non è altro che il DIFFICILE CONTROLLO (?) che il cantante deve esercitare sul Diaframma per evitare che questo muscolo, come nella vita di tutti i giorni rimbalzi velocemente. (??) Quindi il cantante, prima dell’ attacco, deve MANTENERE QUESTO MUSCOLO IN POSIZIONE BASSA E ALLARGATA. (??), il che avviene coi muscoli intercostali, tenendo le costole larghe. (??) All’ appoggio SEGUE (??) l’ attacco, cioè l’ emissione del suono con l’ espirazione. Sul finire dell’ espirazione il cantante HA BISOGNO DI SOSTENERE (?), cioè di accompagnare la graduale risalita del Diaframma mediante il controllo della muscolatura addominale. Appoggio e sostegno sono pertanto delle FASI (?) della respirazione. Per fare un esempio, se io mi voglio sedere (paragonando il Diaframma ad uno sgabello) e quindi voglio appoggiarmi a questo sgabello, io mi appoggerò con più fiducia, se sento che questo sgabello mi sostiene. Quindi già nella componente dell’ appoggio c’ è una componente di sostegno. In conclusione prima c’ è l’ appoggio, che consiste nel mantenimento del Diaframma in posizione abbassata e larga, POI (??) c’ è l’ attacco e durante la vocalizzazione c’ è il controllo della risalita del Diaframma tramite il sostegno, che è il controllo dei muscoli addominali.”

Che cosa si può dire a commento di queste affermazioni? Innanzitutto che la signora del video (e con lei tutti i pifferai della foniatria artistica) non ha capito che le espressioni dell’antica didattica vocale, da cui è nato anche il concetto di ‘appoggio’, sono metafore vive, che restituiscono la percezione sensibile del fenomeno, VISSUTO COME NATURALEZZA, e non hanno nulla a che fare con la loro traduzione in schemi meccanico-muscolari, schemi che sono solo astrazioni intellettualistiche e forme morte, che non fanno altro che distaccarci dall’esperienza reale del fenomeno. Ora il primo modo con cui la foniatria ha distorto e stravolto il fenomeno della respirazione e dell’appoggio (sua emanazione naturale) con la sua ottica anatomica o, per meglio dire, ‘autoptica’, è proprio averlo fatto ruotare intorno all’ ossessione del DIAFRAMMA e di quello che fa il diaframma durante il canto. Il fatto che l’ essere umano sia sempre stato in grado di realizzare un respiro perfetto, anche ai fini del canto, senza sapere nulla dell’ esistenza di questo organo del corpo, non fa sorgere alcun dubbio ai foniatrici del canto sull’ utilità del loro ‘diaframmocentrismo’. Avendo in partenza azzoppato la respirazione con l’ idea, totalmente contro natura, di “abbassare il Diaframma nell’inspirazione e di mantenerlo in posizione bassa e allargata”, l’ espirazione cantata non potrà realizzarsi che come forma di compensazione di questo squilibrio di partenza ossia come modo per attivare artificialmente la risalita del Diaframma mediante il rientro volontario dei muscoli addominali, il che comporta ipso facto LA PERDITA DEL SENSO DELL’ APPOGGIO, esattamente come succede se, invece di stare semplicemente in piedi, decidiamo di stare IN PUNTA DI PIEDI. Contrariamente a queste cervellotiche teorizzazioni, il gesto naturale globale dell’ appoggio respiratorio, in quanto emanazione della natura profonda (e non della fantascienza foniatrica), è e deve rimanere perfettamente aderente alla realtà e a quella sua espressione logica elementare, che si chiama ‘buon senso’. Ogni espediente tecnico-vocale deve perciò essere in grado di superare il test di logica della realtà e di naturalezza (endiadi).

Proviamo allora ad applicare questo test alla concezione dell’ appoggio-sostegno foniatrico, esposto dalla signora del video, prendendo lo spunto dalla sua similitudine finale: l’ appoggio respiratorio, visto come un sedersi su uno sgabello. Questa similitudine rappresenta in effetti l’ analogia che storicamente ha dato origine al concetto tecnico-vocale di ‘appoggio’ respiratorio, solo che il modo con cui la signora del video lo interpreta dimostra la sua incomprensione del suo vero significato e la sua totale confusione di idee in proposito. Occorre premettere che questa analogia ha un senso (che è precisamente quello che gli ha attribuito chi per primo l’ ha elaborata), solo se si assegnano nel modo giusto i vari ruoli ovvero se si capisce chi è che si appoggia e chi è che sostiene, e la risposta ovviamente sarà: chi si siede è il seduto (e non lo sgabello) e chi sostiene è lo sgabello (e non il seduto). Analogamente chi si appoggia è il cantante, mentre CHI SOSTIENE NON È IL CANTANTE, MA IL SERVOMECCANISMO NATURALE, INSITO NEL SISTEMA RESPIRATORIO. Questo perché quella dell’appoggio (su uno sgabello o sulla respirazione) NON è una forma di sforzo muscolare, ma di RIPOSO ovvero di EQUILIBRIO CHE SI AUTOSOSTIENE.
Ad affermarlo per la prima volta fu Francesco Lamperti, il grande maestro di canto italiano, coetaneo di Verdi, che elaborò per primo il concetto tecnico-vocale di ‘appoggio’ e che nella sua Guida al canto scrisse significativamente in proposito:

“La voce non sarà mai ben appoggiata finché l’ allievo non dimostri di non fare nessuna fatica nella sua emissione, e la di lui fisionomia non sia calma e naturale.”

Il ‘lavoro’ del cantante consiste quindi nel cercare lo ‘sgabello’ naturale e immateriale dell’ appoggio e poi ‘sedercisi’ sopra: a sostenere ci pensa lo sgabello. Analogamente, per galleggiare, una nave si appoggia semplicemente sull’ acqua e non ha bisogno di alcuna elica sotto la chiglia che, ruotando, la ‘sostenga’. Ebbene, questa surreale elica rappresenta l’ esatto equivalente del ‘sostegno’ foniatrico ed è del tutto superflua per il semplice fatto che il canto, essendo espirazione, non potrà non determinare IN AUTOMATICO la graduale risalita dei muscoli addominali, senza alcun bisogno di “accompagnarla”. Applicate al processo naturale dinamico del sedersi su uno sgabello, le prescrizioni tecnico-vocali della signora del video sfoceranno quindi logicamente in questo risultato grottesco:
1° fase
“PRIMA DELL’ ATTACCO OCCORRE ABBASSARE E ALLARGARE IL DIAFRAMMA” ossia: prima di prendere lo sgabello, mi abbasso, piegando le ginocchia, come per sedermi.
2° fase
“All’ appoggio segue l’ attacco del suono, cioè l’ emissione del suono” ossia: stando piegato nell’ atto di sedermi, prendo lo sgabello e mi siedo.
3° fase
“Sul finire dell ‘espirazione, il cantante ha bisogno di sostenere, cioè di accompagnare la graduale risalita del Diaframma mediante il controllo dei muscoli addominali” ossia: dopo che mi sono seduto, aiuto lo sgabello a sostenermi mediante l’uso delle braccia.
In conclusione, la logica dell’ appoggio-sostegno respiratorio, elaborato dalla foniatria artistica, produrrebbe, se applicata al normalissimo atto di sedersi su uno sgabello, questo risultato insieme grottesco e surreale: sedersi su uno sgabello, tirandolo su con le braccia, mentre si è seduti, allo scopo di favorire la sua funzione di sostegno di chi si è seduto sopra., trasformandosi da seduto in sgabello.

Talvolta però per fortuna (e ironia della sorte) succede anche che la realtà, buttata fuori ‘scientificamente’ dalla porta, rientri inaspettatamente dalla finestra.
È quello che accadde nell’Ottocento col grande baritono Enrico Delle Sedie, famoso devoto della nuova religione scientifica del canto e dell’ annesso culto del Diaframma. Nel suo trattato di canto Delle Sedie, da bravo scolaretto della foniatria, rende omaggio alla ‘scienza del canto’ invitando addirittura Louis Mandl in persona a scrivergli la prefazione del libro, solo che nel corso della trattazione a un certo punto Delle Sedie si confonde e, dimentico delle idee di Louis Mandl in proposito, si mette a disquisire di un diaframma che (colpo di scena!) nell’ inspirazione, invece di scendere, SALE: esattamente il contrario, quindi, di quello che ci suggeriscono l’ anatomia e la fisiologia. Come si spiega questo clamoroso lapsus? In questo modo: la percezione sensoriale naturale del canto inconsciamente aveva suggerito a Delle Sedie che, come ogni onda, anche l’ onda del respiro (qualunque cosa faccia il diaframma!) prima SALE e poi scende, e questa verità aveva avuto per un attimo la meglio sulle astrazioni intellettuali, quelle astrazioni che, per bocca dei foniatri, avevano imposto l’ idea surreale di un’onda respiratoria che, in obbedienza a ciò che fa la membrana divisoria denominata Diaframma, prima SCENDE e poi, altrettanto surrealmente, sale. E fu così che la verità (attinta da Delle Sedie dalla sua esperienza di cantante) di un’ onda del respiro che prima sale e poi scende, riuscì a fuggire dalla ferrea gabbia della ‘scienza del canto’, rappresentata dal foniatra Mandl, arrivare libera fino a noi e agire come il lampo che per un attimo illumina il paesaggio del canto, immerso nel buio della notte foniatrica.

Antonio Juvarra

2 pensieri su “Antonio Juvarra – “Entità metafisiche: il Diaframma”

  1. Ringrazio il maestro Juvarra per il suo bellissimo contributo mensile: il grande pericolo nella didattica vocale è proprio il voler iperdeterminare a discapito della naturalezza e sinergia armonica del gesto globale; la mappa non è il territorio!

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