Internationale Bachakademie Stuttgart – Mozarts Herzenswerke

Foto ©Forumtheater/FB

Per il quarto appuntamento con gli Akademiekonzerte, presentato anche al Forum am Schlosspark di Ludwigsburg per il nuovo ciclo in abbonamento, la Bachakademie Stuttgart ha proposto un programma formato da due fra le più celebri composizioni di Mozart. La nuova stagione di concerti a Ludwigsburg, organizzata a partire da quest’ anno in collaborazione con il Forum Schlosstheater, sta ottenendo un notevole successo di pubblico e anche in questa occasione il teatro era pressochè pieno in ogni ordine di posti. Nella prima parte, Hans-Christoph Rademann ha presentato la Grande Messa in do minore K. 427, scritta da Mozart nel 1783 come voto augurale per il fidanzamento con Konstanze Weber. Nelle intenzioni del compositore, questo doveva essere il suo lavoro religioso di respiro più ampio, come risulta evidente dalla ricchezza dell’ orchestrazione e dal virtuosismo tecnico della scrittura, che si richiama esplicitamente alle atmosfere ampie e solenni della musica sacra di Bach e Händel e che in molti punti che si ispira in maniera abbastanza esplicita alle atmosfere espressive luminose e splendenti del barocco austriaco, con un trattamento contrappuntistico che rievoca in più punti quello di autori come Johann Joseph Fux. È sicuramente affascinante notare come Mozart riesca, in questo tipo di composizioni, a infondere nel testo sacro le caratteristiche di brillantezza vocale dello stile operistico, pur mantenendo la proprietà dell’ atmosfera religiosa. . Come accadde anche per il  celebre Requiem K. 626, la Messa in do minore non fu mai portata a termine da Mozart. Come sappiamo, i motivi furono diversi e non occore ricordarli in questa sede. In tutti i modi, la qualità elevatissima dell’ ispirazione musicale, la ricchezza delle linee melodiche e la straordinaria sapienza della scrittura polifonica ci fanno annoverare a buon diritto la Messa in do minore tra i capolavori assoluti di tutta la produzione mozartiana. Il solo Kyrie potrebbe valere tutta la messa: un lungo movimento dal carattere meditativo, in cui il doppio coro, quasi spinto al massimo della dinamica, si alterna con la voce limpida del soprano che suggerisce proprio l’ idea della supplica tesa alla purificazione interiore. Il luminoso solo del Christe fu un affettuoso omaggio alla moglie Konstanze, che cantò questa parte nella prima esecuzione della Messa. Un altro brano che colpisce per la qualità musicale davvero straordinaria è il lungo Qui tollis peccata mundi. Qui la tonalità di do minore trova il suo impiego migliore, contribuendo a rappresentare perfettamente l’ implorazione della pietà. Ma il vertice assoluto del lavoro è sicuramente l’ Et incarnatus est, ultima parte composta del Credo incompiuto. Un’ aria per soprano e orchestra che raggiunge esiti sommi di perfezione formale e di bellezza melodica assoluta. Si tratta di una pagina basata su un cullante ritmo di siciliana, raccolta, tenera, delicata, che trasfigura il virtuosismo vocale in un’ atmosfera di lirismo estatico, culminante nel lunghissimo vocalizzo della cadenza che unisce al soprano tre strumenti obbligati (flauto, oboe e fagotto). Il carattere di frammento del lavoro pone naturalmente problemi di scelte per quanto riguarda il testo da adottare. Hans-Cristoph Rademann ha scelto la versione di Richard Maunder, che non aggiunge alcuna nota al testo originale e si limita a completare la strumentazione in alcuni punti, seguendo le indicazioni presenti nell’ autografo e nei manoscritti dell’ epoca.

L’ esecuzione di Hans-Christoph Rademann, che aveva già diretto il lavoro nella sua prima stagione da direttore della Bachakademie e che in questa occasione lo ha completamente ripensato secondo i criteri dell’ esecuzione storicamente informata, ha offerto momenti davvero molto pregevoli, soprattutto per quanto riguarda la morbidezza di impasti corali e la chiarezza di articolazione della Gaechinger Cantorey, che si conferma sempre di più come uno dei migliori complessi corali tedeschi del momento nel repertorio sacro. Un’ interpretazione ricca di espressività, oltre che di chiarezza nella definizione delle strutture contrappuntistiche, basata su tempi vivaci e scelte dinamiche molto accurate. Tra i solisti, la migliore prova è stata offerta dal soprano anglo-tedesco Sarah Wegener, che ha messo in mostra una voce di bel timbro e buona consistenza, oltre a una notevole sicurezza nei passi di coloratura quasi acrobatica ideati da Mozart e a una bella intensità di fraseggio nell’ Et incarnatus. Il giovane mezzosoprano Ulrike Mayer, subentrata all’ ultimo momento per sostituire una collega indisposta, si è disimpegnata molto bene nelle colorature del Domine Deus e del Benedictus. Positiva anche la prestazione delle due voci maschili, molto meno impegnate in questo lavoro, che erano il tenore lipsiense Patrick Grahl e il trentaseienne basso croato Krešimir Stražanac, una tra le voci più interessanti uscite in questi ultimi anni dalla Hochschule für Musik und darstellende Kunst di Stuttgart, che collabora assiduamente con la Bachakademie. Nella seconda parte, il programma del concerto era completato da una vivace e intensa esecuzione della celeberrima Sinfonia K.551 Jupiter. Oltre alla freschezza di fraseggio, ricercatezza di tinte strumentali e coerenza di concezione il Mozart di Rademann si caratterizza anche per le sonorità orchestrali morbide, sfumate e di grande trasparenza. Perfetta la resa dei passaggi contrappuntistici, che la condotta di fraseggio impostata dal musicista sassone sottolineava splendidamente in tutti i particolari, grazie alla prova assolutamente eccellente degli strumentisti della Gaechinger Cantorey. Una bellissima serata, che il pubblico di Ludwigsburg ha dimostrato di apprezzare.

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