Bayerische Staatsoper – Die tote Stadt

Foto ©Wilfried Hösl

La Bayerische Staatsoper ha aperto ufficialmente la stagione con un nuovo allestimento di Die tote Stadt, l’ opera di Erich Wolfgang Korngold che in questi ultimi anni sta godendo di una rinnovata attenzione da parte del pubblico ed è stata ripresa in diversi teatri importanti. Questa produzione costituisce anche una sorta di omaggio tardivo al compositore austro-statunitense da parte di una città che fu tra le prime a riconoscerne il talento, quando il Klavietrio op. 1 dell’ allora tredicenne musicista venne eseguito per la prima volta nella Museensaal, il 10 novembre 1910. Sei anni dopo, il 28 marzo 1916, la Hofoper München ospitò la trionfale prima esecuzione dei due atti unici Der Ring des Polykrates e Violanta, sotto la direzione di Bruno Walter. Dopo le due contemporanee premieres allo Stadttheater Hamburg, con Egon Pollak sul podio, e allo Statdttheater Köln con Otto Klemperer come direttore, Die tote Stadt arrivò alla Bayerische Staatsoper la sera del 9 dicembre 1922, con un grande successo di pubblico. La recita fu però disturbata da manifestazioni ostili di gruppi nazisti contro la presenza in cartellone dell’ opera di un compositore ebreo. Il movimento hitleriano aveva in München una delle sedi principali e la manifestazione antisemitica influenzò negativamente anche il destino dell’ opera, che fu tolta dal cartellone dopo appena cinque repliche. Negli anni successivi gli eventi precipitarono e Korngold nel 1934 si rifugiò negli Stati Uniti insieme a Max Reinhardt, che lo aiutò a inserirsi nell’ ambiente di Hollywood dove il compositore si conquistò la fama internazionale come autore di sedici colonne sonore per il cinema, due delle quali vennero premiate con l’ Academy Award. Nel 1955 Korngold ritornò a München per assistere alla prima ripresa di Die tote Stadt nel dopoguerra, con la direzione di Robert Heger e la regia di Rudolf Hartmann. Karl Schumann, uno tra i più importanti critici tedeschi dell’ epoca, ebbe con lui diversi colloqui e nei suoi articoli ha lasciato interessanti ricordi del compositore ormai cinquantottenne e già mortalmente malato, che nonostante i ventidue anni trascorsi negli USA parlava ancora perfettamente il dialetto viennese e rievocava nostalgicamente in modo nitidissimo l’ atmosfera della Felix Austria.

Foto ©Wilfried Hösl

Il libretto di Die tote Stadt, pubblicato sotto il nome di Paul Schott, è in realtà opera di Julius Korngold, padre del compositore e critico della Neue Freie Presse, che aveva studiato musica con Anton Bruckner ed era considerato una tra le personalità più influenti dell’ ambiente musicale viennese. La vicenda è tratta dal romanzo simbolista Bruges-la-Morte dello scrittore belga Georges Roderbach e narra la storia di un giovane vedovo che a Bruges ha trasformato la sua casa in un reliquiario della moglie defunta, fin quando si imbatte in una danzatrice che somiglia in maniera quasi perfetta alla consorte, con la quale intreccia una tempestosa relazione che termina con l’ assassinio della ragazza. Nella rielaborazione del libretto, la vicenda tragica alla fine si rivela essere un sogno del protagonista, che decide di abbandonare la casa e la città della morte, dove non è possibile alcuna resurrezione. Questa trama, che mescola elementi antichi come il mito di Euridice a tracce di morbosità psicologica mista ad ossessione visionaria, fornisce al compositore lo spunto per una partitura ricchissima di effetti strumentali raffinati in un linguaggio che rivela influenze mutuate sia dalla musica di Richard Strauss che da quella di Zemlinsky, del quale Korngold era stato allievo, insieme a spunti derivati dallo Schönberg tonale di Verklärte Nacht e dei Gurrelieder ma anche da Giacomo Puccini, che pubblicamente si espresse in maniera molto favorevole sul talento di Korngold fino ad additarlo come uno dei suoi possibili eredi artistici. Alcune idee melodiche come quella del Lied Glück, das mir verblieb intonato nel primo atto da Marietta e poi ripreso insieme a Paul, sono di un fascino irresistibile all’ ascolto e tutta la partitura colpisce per la raffinatezza della tecnica compositiva, l’ originalità dello stile e la padronanza degli effetti ricavati da un organico strumentale estremamente nutrito che non è mai utilizzato come massa sonora, ma piuttosto allo scopo di moltiplicare le possibilità coloristiche delle atmosfere orchestrali.

Foto ©Wilfried Hösl

Per quanto riguarda la produzione monacense, la prima e più grande lode va attribuita alla direzione di Kirill Petrenko, che con questa musica ripete gli splendidi esiti delle sue interpretazioni di Die Frau ohne Schatten e Salome. Il direttore russo-austriaco padroneggia la  complessa scrittura orchestrale di Korngold con una sicurezza tecnica assolutamente sbalorditiva, il suo gesto ampio e incisivo scatena veri e propri arcobaleni di sonorità affascinanti realizzate in maniera superba da una Bayerische Staatsorchester che segue con assoluta perfezione le idee interpretative del suo Generalmusikdirektor. Un’ interpretazione assolutamente completa, trascinante e ricca di quel senso straordinario del racconto teatrale che rende avvincenti le esecuzioni operistiche di Petrenko, soprattutto in un repertorio come questo dove il nuovo Chefdirigent dei Berliner Philharmoniker può sfogare fino in fondo il suo straordinario talento nella creazione di effetti sonori.

Abbastanza ben riuscita mi è sembrata anche la messinscena di Simon Stone, regista nativo di Basel e formatosi prima in Inghilterra e poi in Australia, che ha ottenuto una reputazione internazionale con le sue produzioni della Médée di Cherubini e del Lear di Aribert Reimann realizzate per il Salzburger Festspiele. Questa produzione di Die tote Stadt era stata originariamente concepita per il Theater Basel ed è basata su una scena unica girevole che raffigura le varie stanze di una casa arredata in stile moderno. Simon Stone ha voluto deliberatamente rinunciare alla raffigurazione dell’ atmosfera malata e decadente di Bruges per concentrare la lettura scenica della vicenda sulle ossessioni malate del protagonista, rinchiuso fin dall’ inizio in una sorta di incubo interiore che gli impedisce di rapportarsi con l’ ambiente esterno. L’ idea nell’ insieme funziona e l’ allestimento si rivela funzionale e con una sua logica, anche se alcuni dettagli della recitazione di insieme potevano essere messi a punto in maniera migliore se Simon Stone avesse potuto curare personalmente la ripresa, che per mancanza di tempo ha dovuto delegare a un’ assistente.

Foto ©Wilfried Hösl

Naturalmente, i biglietti per tutte le repliche dello spettacolo sono andati esauriti con diverse settimane di anticipo grazie soprattutto alla presenza di Jonas Kaufmann, che da anni è il cantante prediletto dal pubblico monacense, nel ruolo di Paul. I miei lettori sanno da tempo come io la penso a proposito del tenore bavarese, la cui voce ultimamente ha perso parecchio in termini timbrici tanto che anche i suoi più affezionati ammiratori tedeschi arrivano ad ammettere che è diventata kantig, spigolosa. In un ruolo abbastanza duro e faticoso come questo, Kaufmann regge con sufficiente sicurezza una scrittura vocale molto impegnativa soprattutto per i continui sbalzi di registro oltre che per la necessità di dominare un sottofondo orchestrale denso e nutrito. Resta comunque il senso di sforzo che il canto di Kaufmann comunica da sempre a causa di una tecnica vocale che rende il suono sempre basso di posizione e ingolato, ma il talento scenico innegabile unito ad un senso del fraseggio che in questo tipo di ruoli può esprimersi al meglio rendono il Paul di Jonas Kaufmann nel complesso efficace, probabilmente la cosa più interessante che io abbia ascoltato da lui in questi ultimi anni. Pregevole anche la prestazione di Marlis Petersen, che nella parte di Marietta aveva la possibilità di mettere in mostra un fisico davvero invidiabile per una donna che ha passato la cinquantina, e in particolare due splendide gambe. Dal punto di vista vocale, la cantante di Sindelfingen si fa apprezzare soprattutto per il fraseggio vario ed incisivo, culminato in una esecuzione davvero notevole dell’ aria Und der Erste, der Lieb mir gelehrt nel terzo atto. Una prova di notevole rilievo in una parte non facile ma che consente alla Petersen di evidenziare tutto il suo temperamento scenico da vera cantante-attrice. Ben riuscite anche le interpretazioni del baritono Andrzej Filończyk nel ruolo di Frank, l’ amico del protagonista e del mezzosoprano Jennifer Johnston come Brigitta, la governante di Paul. Buona anche la prova delle parti di fianco. Successo trionfale in un Nationaltheater pieno in ogni ordine di posti, con parecchi minuti di applausi intensissimi per Kaufmann, la Petersen e Petrenko. Nel complesso, valeva la pena di fare il viaggio per assistere a una produzione decisamente buona di un’ opera davvero molto interessante.

4 pensieri su “Bayerische Staatsoper – Die tote Stadt

  1. Incollo sottoscrivendo „Alcune idee melodiche come quella del Lied Glück, das mir verblieb intonato nel primo atto da Marietta e poi ripreso insieme a Paul, sono di un fascino irresistibile all’ ascolto ..“
    Sostantivo e relativo aggettivo azzeccati come non mai. Ogni volta che ascolto quel brano mi sembra di rimanere sospeso nell’etereo. Questa aria sta, a mio avviso, fra l’empireo musicale di tutta la composizione operistica.
    Grazie per ricevere questi contributi così preziosi.

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