Internationale Bachakademie Stuttgart – Mozart, Janáček & Berlioz

Foto ©Holger Schneider

Circa 280 fra orchestrali e coristi sotto la direzione di Hans-Christoph Rademann erano presenti sul palcoscenico della Liederhalle per il secondo Abonnementkonzert della Internationale Bachakademie Stuttgart, dedicato a un interessante e raffinato programma composto da brani di raro ascolto. Una formazione  così ampia era necesaria per l’ esecuzione del Te Deum op. 22 di Hector Berlioz, partitura di dimensioni imponenti e concezione monumentale che occupava la seconda parte della serata. Insieme alla Grande messe des Morts op.5 il Te Deum, la cui composizione fu iniziata dal musicista nativo dell’ Auvergne nel 1849, segna probabilmente il punto massimo nella ricerca degli effetti sonori di ampio respiro e proporzioni smisurate che costuisce un tratto tipico della sua produzione orchestrale e vocale. Ideata pensando probabilmente a un impiego durante le cerimonie per l’ incoronazione di Napoleone III, la partitura venne eseguita per la prima volta nella Église Saint-Eustache il 30 aprile 1855, sotto la direzione del compositore.

Il Te Deum è un pezzo che affascina e sconcerta al tempo stesso l’ ascoltatore, per la sua struttura kolossal che sfiora pericolosamente l’ esagerazione retorica ma che ad un’ analisi approfondita rivela una sapienza di scrittura assolutamente straordinaria e una ricchezza di effetti che probabilmente sfugge ad una prima audizione. Una partitura di dimensioni monumentali per lunghezza e ampiezza di organico strumentale e corale, nella quale Berlioz impiega tutte le risorse di un linguaggio straordinariamente moderno e di una tecnica orchestrale che costituisce uno dei punti fermi nella storia della musica sinfonica. Soprattutto la sezione centrale del pezzo, dalla terza parte fino alla quinta, colpisce per il tono di profonda e ispirata espressività che caratterizza l’ invenzione melodica. Ma anche la spettacolarità della prima parte e della conclusione dimostrano una volta di più la maestria incredibile del compositore nel creare effetti strumentali di profonda complessità e modernità, in un virtuosismo sinfonico e contrappuntistico che ha pochi paragoni tra gli autori della sua epoca.

Come tutte le composizioni sinfoniche di Berlioz, anche questa è una partitura problematica da affrontare per un direttore dal punto di vista della concezione esecutiva, in quanto presenta il fortissimo rischio di cadere nel bombastico e nell’ esagerazione della spettacolarità effettistica. La miglior lode che io possa fare all’ interpretazione che ne ha dato in questa serata Hans-Christoph Rademann è proprio quella di aver evitato tutto questo con un tono interpretativo molto misurato, di giusta e intensa drammaticità senza mai cadere in toni troppo plateali. Il direttore sassone ha messo in rilievo con grande lucidità espositiva tutte le soluzioni di scrittura che Berlioz aveva ricavato dallo studio di Bach e degli altri grandi compositori di musica sacra, in un tono complessivo molto equilibrato e con tutti i raffinati effetti polifonici della partitura evidenziati in maniera molto efficace. Dal punto di vista tecnico, la prova degli Stuttgarter Philharmoniker, rinforzati nell’ organico da musicisti ospiti, e delle tre formazioni corali che oltre alla Gaechinger Cantorey comprendevano la Singakademie Stuttgart e la Mädchen Kantorei della Domkirche St. Eberhard, oltre all’ organista Peter Kranefoed, è stata di livello notevole per compattezza e precisione, soprattutto in rapporto alle esigenze richieste da una musica così complessa. Molto buona anche la prova del tenore austriaco Bernhard Berchtold che ha cantato con grande partecipazione espressiva e buona tecnica di emissione il Te ergo quaesumus della quinta parte.

Il programma del concerto era completato da altri due brani corali che formavano la prima parte della serata. Il Kyrie in re minore K. 341 di Mozart, per lungo tempo datato da Ludwig von Köchel nel 1780 ma in realtà composto nel 1791 come introduzione a una Messa che non fu mai terminata, è una vera e propria perla sconosciuta nella produzione del compositore salisburghese per la dolcezza straniante di una melodia che conquista al primo ascolto e il tono complessivo di prezioso, intenso lirismo. Seguiva poi Otče náš, composizione per coro, tenore solista, arpa e organo scritta nel 1906 da Leoš Janáček sul testo del Pater Noster tradotto in lingua ceca. Il pezzo appartiene a quella fase creativa in cui il musicista moravo prende le distanze dall’ influenza tardoromantica, per cercare nuove soluzioni di linguaggio. Intuizioni e soluzioni armoniche destinate a confluire nell’ evoluzione successiva, tutta novecentesca, della sua esperienza creativa, fino alla definizione di una variante personalissima di un processo variegato, a più voci, di disintegrazione e superamento della tonalità. Assolutamente eccellente in entrambi i brani l’ esecuzione della Gaechinger Cantorey guidata in maniera precisa e ricca di respiro da Hans-Christoph Rademann. Successo assai vivo per un concerto senza dubbio molto interessante.

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