Festspielhaus Baden-Baden – Andrea Marcon e la Venice Baroque Orchestra

Foto ©Festspielhaus Baden-Baden

La stagione autunnale del Festspielhaus Baden-Baden presenta quest’ anno nel cartellone diversi richiami al mito di Orfeo. Alla splendida esecuzione del capolavoro di Gluck nella nuova produzione firmata da John Neumeier, seguiva un concerto della Venice Baroque Orchestra diretta da Andrea Marcon, il musicista originario di Treviso che l’ ha fondata nel 1997, con un programma che nella prima parte presentava brani da opere di compositori italiani del Sei-Settecento dedicate all leggenda del cantore tracio. Andrea Marcon è uno di quei musicisti dei quali ho avuto modo di seguire fin dagli inizi la carriera. Ci conosciamo da quando eravamo studenti, e anche a quell’ epoca il talento che dimostrava di possedere mi rendeva sicuro del fatto che sarebbe arrivato alle posizioni di vertice del concertismo internazionale. Erano gli anni in cui la diffusione delle incisioni di Nikolaus Harnoncourt, Gustav Leonhardt, Frans Brüggen, Anner Bylsma aveva portato, per quelli della nostra generazione, alla riscoperta del repertorio rinascimentale e barocco, e i concerti di questi e altri artisti richiamavano regolarmente folle di ascoltatori in gran parte giovani ed entusiasti nell’ accostarsi a un mondo che, grazie ai nuovi criteri esecutivi, appariva di colpo sotto una luce inedita. Essendosi vivamente appassionato a questo tipo di interpretazione e non trovando in Italia una scuola dove apprendere la prassi esecutiva storicamente informata, Andrea Marcon decise di andare a studiare alla Schola Cantorum di Basel, una delle più prestigiose scuole musicali europee, dove fu allievo di Jean Claude Zehnder. Tornato in Italia dopo aver conseguito il primo premio in due dei massimi concorsi organistici europei, quello di Bruges e il “Paul Hofhaimer” di Innsbruck, il musicista trevigiano ha iniziato una carriera che col passare del tempo lo ha portato ad essere uno degli interpreti di riferimento della musica italiana del Seicento e del Settecento, come organista, cembalista e direttore di complessi specializzati. Spicca in particolare il suo lavoro con la Venice Baroque Orchestra, da lui costituita riunendo alcuni fra i migliori strumentisti provenienti dalle scuole musicali venete, documentato da più di 50 incisioni molte delle quali hanno ottenuto i massimi riconoscimenti della stampa specializzata internazionale come ad esempio il Diapason d’ Or, il Gramophone Classical Music Award, il premio Choc de l’ année della rivista Le Monde de la Musique, il “Premio Internazionale del Disco Vivaldi per la Musica Antica Italiana” della Fondazione Cini di Venezia, il Premio Edison e per cinque volte il Preis der deutschen Schallplattenkritik.

Foto ©Festspielhaus Baden-Baden

Negli ultimi quindici anni Andrea Marcon si è dedicato seriamente anche alla direzione d’ orchestra e io dal mio punto di vista sapevo che questo sarebbe stato un passo assolutamente logico, per un musicista tra i più dotati e preparati che io abbia mai avuto la possibilità di conoscere. Anche in questo campo, recentemente sono arrivati inviti e riconoscimenti sempre più importanti coronati dal debutto sul podio dei Berliner Philharmoniker, oltre che di parecchie altre fra le migliori formazioni sinfoniche europee. Anche in nome della nostra antica amicizia, io cerco sempre di non perdere i concerti di Marcon quando si esibisce da queste parti e in questa occasione ero molto attirato anche dal programma, che nella prima parte proponeva una serie di affascinanti pagine vocali fra cui due brani dell’ Orfeo di Antonio Sartorio, opera scritta nel 1672 in cui il mito del cantore è narrato mescolando elementi di carattere comico al nucleo tragico della vicenda sull’ esempio degli autori veneziani posteriori a Monteverdi. Rispetto a quello di Francesco Cavalli, lo stile di Sartorio sviluppa la struttura dei brani vocali in forma di arioso come nelle due arie in forma di lamento che abbiamo ascoltato. Molto interessante anche “Lasciate Averno” da L’ Orfeo di Luigi Rossi, opera del 1647 commissionata dal cardinale Mazarino per essere rappresentata alla Corte di Francia e il cui ruolo principale fu composto per l’ evirato pistoiese Atto Melani, che alla professione di cantante alternava con successo quella di diplomatico a quella di spia al servizio del Regno di Francia e poi del cardinale Giulio Rospigliosi. Affascinante nella sua semplicità di linee melodiche anche la Cantata “Nel chiuso centro” scritta probabilmente da Giovanni Battista Pergolesi nel 1731 ma talvolta attribuita anche a Benedetto Marcello

L’ esecuzione è stata decisamente di alto livello, sia da parte dell’ ensemble che della cantante solista, la quarantottenne Dorothee Mields, originaria di Gelsenkirchen, allieva di Julia Hamari e stimatissima dal pubblico internazionale per la sua stretta collaborazione con specialisti del barocco quali Philippe Herreweghe, Ton Koopman, Masaaki Suzuki e Gustav Leonhardt, documentata da diverse registrazioni delle quali una tra le più recenti, La Descente d’Orphée aux Enfers di Marc-Antoine Charpentier, realizzata con il Boston Early Music Festival Chamber Ensemble, ha ottenuto il Grammy Award 2015 come migliore incisione operistica dell’ anno. Conosco diversi dischi di questa cantante e l’ ho ascoltata molte volte a Suttgart durante le stagioni della Bachakademie, con cui la Mields collabora assiduamente. Anche in questo concerto al Festspielhaus, il soprano di Gelsenkirchen ha confermato le impressioni positive delle precendenti serate in cui l’ avevo ascoltata. Dorothee Mields ha una voce di bel timbro, luminosa e pulita nell’ emissione, unita a un fraseggio intenso e concentrato e a una notevole tecnica nell’ esecuzione dei passi virtuosistici. L’ interprete è misurata, elegante, stilisticamente molto preparata e attenta a sottolineare le sfumature del testo. In sintesi, una cantante di classe davvero molto notevole, sicuramente tra le migliori che si possano ascoltare oggi in questo repertorio.

Nella seconda parte, Andrea Marcon e la Venice Baroque Orchestra hanno eseguito alcune composizioni del repertorio strumentale settecentesco italiano che li ha resi famosi a livello internazionale. Nei brani di Veracini e Vivaldi il complesso italiano sotto la direzione di Marcon offre interpretazioni davvero di riferimento per i pregi timbrici di un suono luminoso, accurato nelle dinamiche, vivace e pungente in un fraseggio stilisticamente impeccabile e caratterizzato da uno scrupoloso rispetto delle accentazioni ritmiche, con le sincopi e i ritmi puntati in perfetta evidenza. Una bella dimostrazione pratica del fatto che lo stile storicamente informato non equivale automaticamente ad archi che grattano e sonorità acide ma che si può ottenere un bel suono anche nel rispetto delle antiche prassi esecutive. Una vorticosa esecuzione del Concerto Grosso in re minore La Follia di Francesco Geminiani, arrangiamento della celebre Sonata di Arcangelo Corelli sul celebre basso numerato rinascimentale, ha concluso un concerto molto interessante, calorosamente applaudito da un pubblico non numerosissimo ma molto attento e partecipe.

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