Antonio Juvarra – “Operazioni vocali misteriose”

Ricevo e pubblico il consueto articolo mensile di Antonio Juvarra, questa volta dedicato alle espressioni gergali facenti parte della didattica, utilizzate dagli insegnanti di canto e spesso anche dai critici. Buona lettura a tutti.

 

OPERAZIONI VOCALI MISTERIOSE: ‘RACCOGLIERE’, ‘COPRIRE’ E ‘GIRARE’

Com’ è noto, una caratteristica della didattica del canto è quella di fare ricorso ad espressioni ‘specialistiche’ che, paradossalmente, invece di fare chiarezza aggiungono solo confusione alla confusione di partenza. Un classico esempio è rappresentato dalla trinità ‘raccogliere’, ‘coprire’ e ‘girare’ il suono, dove la confusione è aumentata dal fatto che la prima espressione è utilizzata anche come sinonimo della seconda, e la seconda è utilizzata anche come sinonimo della terza.

Ma incominciamo ad analizzare la prima di queste espressioni: ‘RACCOGLIERE’. A differenza delle altre due, ‘coprire’ e ‘girare’ che, quando non siano usate come sinonimo di ‘passaggio di registro’, fanno riferimento allo spazio di risonanza, ‘raccogliere’ invece fa riferimento al fenomeno della sintonizzazione del suono. Essa va intesa nel senso di ‘concentrare’ e ‘condensare’, mentre il suo contrario sarà rappresentato da verbi come ‘disperdere’ e ‘allargare’. Tuttavia anche ricorrendo a questo chiarimento terminologico, l’ operazione tecnico-vocale a cui fa riferimento questo termine, continuerà a essere avvolta nel mistero, se non passiamo dall’ astratto al concreto. Infatti come si fa a ‘raccogliere’ un suono e perché si dovrebbe ‘raccoglierlo’? Prima di rispondere a questa domanda, facciamo un passo indietro. Il cantante, prima di essere un cantante, è un parlante, nel senso che noi prima di imparare a cantare, già sappiamo parlare. Ora il paradosso è che il suono parlato è già naturalmente ‘raccolto’. In che senso? Esattamente nel senso cui si fa riferimento quando si dice che il suono cantato deve essere ‘raccolto’, e cioè nel senso che i movimenti articolatori che creano il suono cantato devono rimanere quelli semplici, essenziali, naturalmente ‘piccoli’ con cui parliamo e che sono quelli che generano appunto il fenomeno della ‘concentrazione’ del suono. Questi movimenti articolatori essenziali (alias ‘raccolti’) possono (e devono) essere mantenuti nel canto, anche se il suono cantato esige, soprattutto nella zona acuta, uno spazio di risonanza più ampio, che è ciò che si intende quando si parla di ‘gola aperta’.

In sostanza nel canto di alto livello (noto come ‘belcanto’) coesistono due dimensioni spaziali opposte: quella ampia della gola aperta e quella piccola dei movimenti articolatori, che creano il nucleo del suono, ossia che fanno da sintonizzatore automatico della voce. A questa dimensione allude la famosa formula di Tito Schipa “parole piccole, mai grandi”. All’ opposto, le ‘parole grandi’ (in senso negativo) sono quei suoni cantati, in cui il nucleo sia stato erroneamente ingrandito per trovare lo spazio di risonanza della rotondità nel posto sbagliato, cioè nella bocca, generando così un suono ‘largo’, senza focus, sguaiato, da alcuni chiamato anche ‘suono aperto’ (in senso negativo), da cui gli inviti (insensati) dell’ insegnante a ‘raccogliere’ appunto il suono. Perché inviti insensati? Perché avendo a disposizione uno strumento concreto di correzione automatica di questo errore (strumento rappresentato dal PROCESSO DINAMICO NATURALE dell’ articolazione parlata) è folle staccarsi dal tangibile concreto per evadere nella dimensione dell’ astrattezza intellettuale, quella appunto da cui è scaturito il concetto tecnico-vocale di “raccogliere il suono”. In altre parole, se già abbiamo sotto mano (anzi, più precisamente, ‘sotto naso’) il dispositivo automatico di concentrazione naturale dei suoni, che è rappresentato dal mantenimento dei movimenti sciolti ed essenziali dell’ articolazione parlata e che è appunto quello che usiamo naturalmente parlando, che bisogno c’ è di elaborare concetti come quello di ‘raccogliere’ il suono, che è solo un prodotto della fumisteria pseudo-tecnica?

Passiamo adesso alla seconda espressione criptico-oracolare della didattica del canto: ‘COPRIRE’ il suono. E’ quasi certo che questa espressione è nata nella prima metà dell’ Ottocento in Francia ad opera di quella ‘corrente foniatrica’ del canto, a cui apparteneva Manuel Garcia jr., Louis Mandl e altri foniatri francesi, e a cui si deve l’interpretazione (farlocca) della tecnica vocale italiana di quel tempo come oscuramento intenzionale del suono (la “voix sombrée”), abbassamento diretto della laringe e innalzamento diretto del palato molle. “Coprire” il suono diventa ben presto sinonimo sia di scurire il suono, sia di effettuare il passaggio di registro e questo perché il passaggio al registro acuto delle voci maschili ha come EFFETTO un’ inclinazione-abbassamento della laringe, una modificazione-ampliamento dello spazio di risonanza e un leggero oscuramento INDIRETTO del suono. Ora, per quanto riguarda la dimensione acustica, occorre far presente che l’ essenza del fenomeno del passaggio di registro consiste nella CHIUSURA FONETICA della vocale, NON nella sua conversione in vocale mista e neppure neppure nel suo oscuramento diretto, come invece erroneamente teorizzò Garcia. È nel momento in cui questi effetti verranno scambiati e utilizzati dalla didattica foniatrica francese come CAUSE, che si avrà la transizione (avvenuta appunto in questo periodo storico) dalla tecnica vocale OLISTICA e a risonanza libera del belcanto italiano alla tecnica vocale FONIATRICO-MECCANICISTICA e a risonanza forzata, che è quella che ancora domina incontrastata ai nostri giorni.

Se passiamo ora ad analizzare il secondo significato, di tipo spaziale, del termine ‘coprire’, la prima operazione da effettuare per ripristinare il senso originario da cui esso è scaturito, è quella di depurarlo del suo significato derivato (e spurio) di ‘scurire’, ciò che porta immediatamente all’ intubamento del suono. Consultando il dizionario, troviamo che uno dei significati del temine ‘coprire’ è, testualmente, “essere disteso o collocato SOPRA qualcosa, specialmente per proteggerlo o nasconderlo”. Si tratta quindi di un’operazione che avviene ‘sopra’, così come un ‘coperchio’ è appunto qualcosa che sta sopra e non sotto la pentola. A che cosa corrisponde anatomicamente questo ‘sopra’? NON, come ha pensato erroneamente la foniatria, all’ innalzamento del palato molle e neppure alle cavità di risonanza immaginarie della ‘maschera’, bensì alla parte alta della gola, quella che è chiamata ‘rinofaringe’, che sta appunto dietro il naso. Questo però non deve indurci a pensare in termini di localizzazione anatomica, altrimenti non usciremo da quell’angusta prospettiva, da cui derivano i moderni mostri tecnico-vocali: l’ innalzamento del palato molle, l’ abbassamento della laringe, l’ innalzamento dell’ arcata zigomatica, la contrazione dello sfintere ariepliglottico ecc. ecc.

La prospettiva insomma deve essere rovesciata perché torni a essere ‘diritta’, cioè quella olistica e senso-motoria della scuola di canto italiana storica ovvero: grazie al respiro naturale globale la creazione-percezione dello spazio di risonanza diventa quella ampia dello spazio di risonanza globale, che suscita appunto il senso di dominare da un piano alto lo spazio di risonanza sottostante. L’ apertura totale della gola, ottenuta grazie alla distensione della respirazione naturale globale, è quindi l’elemento che nella prima metà dell’ Ottocento distingueva nettamente la tecnica vocale italiana dalla tecnica vocale francese, caratterizzata invece da uno spazio di risonanza ridotto, modellato su quello del parlato, e dall’ INNALZAMENTO progressivo della laringe salendo alle note acute (così come prescritto dal trattato di canto del tenore francese Bérard). È probabile quindi che quella del coprire-dominare dall’alto la voce sia stata la sensazione suscitata da questo ‘nuovo spazio’ in quei cantanti francesi dell’Ottocento, che per la prima volta sperimentarono questa tecnica italiana. (Non dimentichiamo che anche il presunto scopritore del Do di petto, Gilbert Duprez, aveva perfezionato la sua tecnica vocale in Italia).

Passiamo ora la terzo termine oscuro della didattica del canto: GIRARE il suono. Abbiamo visto che esso viene comunemente usato sia nel significato di effettuazione del passaggio al registro acuto (nel qual caso è sinonimo di UNO dei significati del termine ‘coprire’), sia nel significato di predisposizione del giusto spazio di risonanza della voce in corrispondenza della zona medio-acuta e acuta della voce. In questo secondo significato esso include tutte le grottesche manovre meccanicistiche che sono state elaborate dalla foniatria a partire dagli anni Trenta dell’Ottocento: l’ innalzamento del palato molle, la creazione della ‘cupola’ del suono, la direzione immaginaria del suono ‘verso la ‘maschera’, da cui la necessità di farlo ‘girare’ in avanti, una volta arrivato all’ altezza del palato molle. Non c’ è bisogno di far presente come questo secondo significato del termine ‘girare’ (che è il più diffuso) si inscriva in una didattica vocale e in una fisica acustica, che potremmo definire ingenue o, più sarcasticamente, ‘comico-fantascientifiche’. Il suono infatti non è una pallina da ping-pong che si possa mandare in direzioni prestabilite usando il palato molle come racchetta. Nel momento in cui un suono nasce, non si deve immaginare che esso parta dalla laringe, percorra il ‘terreno minato’ della gola e poi, grazie alla giusta inclinazione data ad organi vari, arrivi finalmente alla meta, rappresentata o dal palato duro o dalla ‘maschera’ o dalla dimensione ‘fuori’. Niente di tutto questo avviene nella realtà, che in questo caso è una realtà acustica. Essendo il suono un’ espansione concentrica di onde, esso deve essere concepito come qualcosa che è contemporaneamente ovunque, anche se i suoi RIFLESSI sensoriali possono corrispondere a localizzazioni di diverso tipo. Questo è il motivo per cui gli antichi non parlavano della voce cantata come di qualcosa che si ‘proietta’ (che è il moderno eufemismo per indicare il suono spinto), ma ne parlavano come di qualcosa che, appunto, si ‘espande’ e questa espansione non porterà a un suono ‘sguaiato’ e ‘aperto’ (in senso negativo), se si sarà garantita la creazione automatica del suo ‘centro’ grazie al mantenimento dei movimenti articolatori essenziali del parlato (il suono ‘raccolto’).

Occorre convincersi insomma che non si tratta di spostarsi o di mandare il suono da qualche parte, ma di rimanere tranquillamente dove si è, sapendo che è il giusto accordo dinamico tra movimenti articolatori e spazio della gola aperta che metterà la voce nelle condizioni di auto-sintonizzarsi perfettamente, proprio come succede con una autoradio. Se si crede invece all’ illusione del suono da ‘girare’, ciò che in realtà si otterrà non è la creazione della giusta forma dello spazio di risonanza o la magica ‘proiezione’ del suono, ma, molto più miseramente, la perdita del contatto con la base respiratoria, cioè lo sradicamento del suono, e l’ allontanamento verso la periferia del fenomeno, cioè la perdita del suo centro.

Antonio Juvarra

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