Bayerische Staatsoper – Traviata

Foto ©Mozart2006

Era da tempo che aspettavo di ascoltare dal vivo Venera Gimadieva come Violetta, il ruolo con cui la giovane cantante russa si è imposta all’ attenzione internazionale cinque anni fa, tramite la stupenda prova offerta nella produzione di Traviata a Glyndebourne, poi anche pubblicata in DVD. L’ occasione si è finalmente presentata alla Bayerische Staatsoper, che fra le consuete riprese di inizio stagione ha inserito alcune recite del collaudato allestimento ideato da Günter Kramer, in repertorio ormai da più di venticinque anni. Una produzione ambientata nei primi decenni del secolo scorso, dal tono complessivo tutto sommato lineare, abbastanza elegante e privo di invenzioni gratuite, se facciamo eccezione per la presenza in scena della sorella di Alfredo, evocata da Germont padre, durante il secondo atto. A parte questo dettaglio che si poteva anche evitare visto che non aggiunge nulla alla comprensione della vicenda scenica, lo spettacolo scorre senza problemi e si lascia guardare complessivamente con piacere soprattutto per un tono complessivo di recitazione ricco di buon gusto e senza platealità. Sono gli stessi termini con cui posso definire anche la direzione di Jader Bignamini, quarantatreenne musicista nativo di Crema e arrivato al podio dopo una lunga esperienza come primo clarinetto dell’ Orchestra Sinfonica LaVerdi di Milano, che avevo ascoltato per la prima volta alla radio in una bella interpretazione del Ciro in Babilonia al Rossini Opera Festival e che in questa Traviata monacense ha pienamente confermato le impressioni positive da me riportate in quella circostanza. Nella prima occasione in cui lo sentivo di persona, Jader Bignamini ha confermato di essere un direttore dotato di fantasia, senso del teatro e del racconto, dal braccio leggero e attentissimo a tutti i dettagli della concertazione. Sono questi i requisiti necessari a un vero direttore d’ opera e Bignamini ha dimostrato anche in questa circostanza di essere un musicista a cui si può prevedere un grande futuro. L’ eleganza del fraseggio orchestrale, la varietà dei colori e le belle sonorità ottenute dai complessi della Bayerische Staatsoper, che sono di splendida qualità ma non sempre perfettamente a loro agio con il fraseggio e le sonorità orchestrali dell’ opera italiana, erano le caratteristiche principali di una prova davvero da interprete verdiano di classe superiore. I momenti migliori della direzione di Bignamini si trovavano, secondo me, nella delicata trasparenza sonora dei Preludi, nella sconsolata pateticità della scena fra Violetta e Germont padre e nel terzo atto, risolto con un tono di affettuosa pateticità nel sostegno al canto di Violetta. Riassumendo, una direzione di ottimo livello sia nella cura dei timbri strumentali che nel sostegno alle voci dei solisti.

Per quanto riguarda il cast vocale io, come ripeto, avevo fatto il viaggio fino a München appositamente per sentire Venera Gimadieva e il trentaquattrenne soprano nativo di Kazan non ha tradito le mie aspettative: anche in questa occasione ha confermato tutta la classe vocale e scenica, tratteggiando uno splendido ritratto della protagonista grazie a una voce di timbro rotondo e luminoso, sorretta da una preparazione tecnica di livello ragguardevole che le permette un perfetto controllo delle dinamiche. Le mezzevoci e i pianissimi sono perfettamente timbrati e mai disuguali nella qualità del suono rispetto al forte e gli acuti suonano sempre ottimamente proiettati. Ma quello che rende così notevole il talento di questa giovane artista è il carisma e la personalità di fraseggio, basata su una pronuncia italiana impeccabile e una dizione netta e definita a un livello che pochissime volte è dato di riscontrare in una cantante non di lingua madre italiana. Come avevo scritto in occasione della recita di Glyndebourne che mi aveva fatto scoprire il suo talento, quello che anche in questa occasione mi ha impressionato di più nell’ interpretazione di Venera Gimadieva è la personalità interpretativa che la cantante mette in mostra nella sua caratterizzazione del ruolo. Una Violetta che non era la solita prostituta di alto rango ma piuttosto una giovane ragazza piena di vita e di speranze che gradatamente vede soccombere i suoi sogni di fronte a un destino immodificabile. Un ritratto affascinante e modernissimo, reso con una recitazione davvero da grande attrice, in grado di sfruttare al meglio le possibilità offerte da una figura piacevole ed elegante e da un talento drammatico di primissimo livello. Dopo un primo atto in cui le condizioni di salute non perfette si notavano solo in una leggera velatura della voce e in un paio di note acute schiacciate, l’ intensità struggente della scena con Germont padre, la voce esangue e sublimata nel finale del secondo atto e infine l’ esecuzione di “Addio del passato” hanno messo completamente in evidenza, con la carica espressiva commossa e lancinante che la cantante russa ha esibito nel fraseggio, il valore assoluto di una caratterizzazione che io non esito a definire una delle più complete tra tutte quelle delle cantanti che in questi ultimi anni hanno affrontato la parte.

Per quanto riguarda gli altri ruoli principali, complessivamente ben delineato mi è parso l’ Alfredo di Charles Castronovo, quarantaquattrenne tenore newyorkese di cui ricordavo una buona prova ne La Damnation de Faust di Berlioz a Baden-Baden con Simon Rattle e i Berliner Philharmoniker, cinque anni e mezzo fa. La voce è di bel colore scuro nel settore medio e il cantante la usa con una certa perizia di emissione, anche se il registro acuto non è luminosissimo perché al di sopra del FA il suono non “gira”, come si dice nel gergo degli appassionati e quindi le note alte suonano forzate. In tutti i modi, il tenore statunitense ha messo in mostra un fraseggio abbastanza incisivo e personale, che gli ha consentito di conferire il giusto grado di eleganza e purezza di linea al personaggio. Simon Keenlyside, sessantenne baritono britannico, è un artista che io ho sempre apprezzato per la sua intelligenza interpretativa e il suo Don Giovanni del 1997 a Ferrara con Claudio Abbado resta nella mia memoria come uno fra i due o tre migliori da me mai ascoltati in teatro. Dopo una carriera lunga e logorante, la voce adesso suona indurita e piuttosto pesante ma Keenlyside sfrutta questo stato vocale in maniera molto accorta per delineare un Germont padre il cui tono costantemente burbero e ruvido ha una certa credibilità e non stona nello svolgersi complessivo della vicenda. Teatro esaurito, con molte spettatrici vestite in dirndl, il tipico costume bavarese, spesso indossato dalle signore alla Bayerische Staatsoper durante la Oktoberfest, e successo intenso per tutti i protagonisti.

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