Berliner Philharmoniker – Antrittskonzert Kirill Petrenko

Foto ©www.digitalconcerthall.com

Endlich ist es soweit, finalmente è arrivato il momento. Così in questi giorni il sito dei Berliner Philharmoniker annunciava l’ esordio ufficiale di Kirill Petrenko nel ruolo di settimo Chefdirigent dell’ orchestra, successore di Herbert von Karajan, Claudio Abbado e Simon Rattle. A Berlino l’ appuntamento era attesissimo, soprattutto dopo gli eccellenti concerti tenuti dal maestro russo-austriaco in questi quattro anni dopo la sua elezione a successore di Sir Simon Rattle. Con la fulminante Settima di Beethoven dello scorso anno e la spettacolare, grandiosa Quinta di Tschaikowsky eseguita a Berlino in primavera e poi replicata a Baden-Baden, Petrenko aveva definitivamente conquistato il pubblico della Philharmonie che alla fine del suo primo concerto come direttore stabile dei Berliner gli ha tributato un successo davvero trionfale, assolutamente meritato vista la qualità altissima della serata, da me ascoltata in diretta streaming e gustata in tutti i suoi magnifici particolari grazie alla splendida qualità sonora e visiva fornita dalla Digital Concert Hall.

Ricapitoliamo brevemente la biografia del nuovo Chefdirigent. Nato nel 1972 a Omsk, in Siberia, da una famiglia di musicisti, Kirill Petrenko è emgrato in Austria con i genitori all’ età di diciotto anni e ha iniziato i suoi studi a Voralberg, dove il padre aveva trovato lavoro come violinista nella locale orchestra sinfonica, proseguendoli poi alla Universität für Musik und darstellende Kunst Wien e lavorando poi come assistente con direttori celebri come Myung-Whun Chung, Edward Downes, Péter Eötvös e Semyon Bychkov. Il suo debutto sul podio avvenne nel 1995 a Voralberg. Nel 2001 ebbe uno dei suoi primi successi a livello internazionale dirigendo Der Rosenkavalier alla RAI di Torino in sostituzione di Giuseppe Sinopoli, scomparso da poche settimane. Petrenko non ha mai dimenticato le orchestre che gli hanno offerto possibilità di lavoro quando era solo un giovane sconosciuto di belle speranze e torna regolarmente a dirigere concerti a Voralberg, dove in questi ultimi anni ha avviato un ciclo integrale delle Sinfonie di Mahler, e alla RAI di Torino. Dal 1999 al 2002 il giovane maestro divenne Generalmusikdirektor al Südthüringisches Staatstheater di Meiningen dove diresse la sua prima produzione del Ring wagneriano rappresentata in quattro sere consecutive, come l’ autore voleva. Subito dopo Petrenko assunse il medesimo incarico alla Komische Oper di Berlino alla cui guida rimase fino al 2007, imponendosi gradualmente come una delle giovani bacchette più promettenti del momento. Fu proprio in quel teatro che io lo ascoltai per la prima volta nel Das Land des Lächelns di Lehár con la regia di Peter Konwitschny che fu la sua ultima produzione alla Komische Oper. L’ impressione che ne avevo ricavato era stata molto positiva e avevo memorizzato il nome come quello di una sicura promessa del podio. Dopo aver esordito sul podio di molte grandi formazioni sinfoniche internazionali, nel 2010 il musicista di Omsk venne designato come successore di Kent Nagano alla guida della Bayerische Staatsoper, incarico da lui assunto a partire dal 2013. Il suo lavoro nella capitale bavarese ha finora ricevuto moltissimi apprezzamenti da parte del pubblico e della critica e lo ha imposto definitivamente come una delle bacchette più accreditate a livello internazionale, anche per il suo atteggiamento nei confronti della professione. Kirill Petrenko infatti non è un personaggio molto mediatico: non possiede un sito web personale, non ha un contratto con una multinazionale discografica, raramente concede interviste. In un mondo musicale dove le carriere ormai si costruiscono spesso badando all’ aspetto e alla forma più che alla sostanza, la sua personalità di musicista che bada al sodo e lavora intensamente senza preoccuparsi del look come fanno molti odierni puponi della bacchetta rappresenta una piacevole eccezione. È sicuramente un aspetto positivo che avrà avuto il suo peso nella decisione dei Berliner Philharmoniker, oltre al fatto che si tratta di un direttore ancora in giovane età e quindi capace di sviluppare la sua personalità di musicista in sintonia con un’ orchestra che ama plasmare le sue caratteristiche e costruire il suono insieme al direttore.

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Anche la scelta del programma che Kirill Petrenko ha deciso di presentare per il suo Antrittskonzert era caratterizzata da grande intelligenza: l’ accostamento dei Symphonische Stücke aus der Oper “Lulu” di Alban Berg con la Nona Sinfonia di Beethoven, che dopo gli avvenimenti seguiti al Mauerfall del novembre 1989 è divenuta una sorta di inno semiufficiale della Germania riunificata, costituiva chiaramente una sorta di omaggio alle diverse fasi della grande tradizione musicale viennese. Naturalmente, la presenza nel programma dell’ ultimo capolavoro sinfonico beethoveniano costituiva anche una sorta di prologo alle celebrazioni per il duecentocinquantesimo anniversario della nascita del compositore, che cadrà il prossimo anno. Probabilmente, oltre alle ragioni strettamente artistiche, Petrenko ha deciso di iniziare con il brano di Berg la sua avventura da Chefdirigent dei Berliner anche per un motivo personale: la produzione della Lulu da lui diretta con la regia di Tcherniakov è stata infatti uno tra i maggiori successi del suo lavoro alla Bayerische Staatsoper. Anche nella Suite, impaginata dal musicista prima di aver concluso la composizione dell’ opera (il cui testo Berg ricavò dalla fusione delle due tragedie Erdgeist e Die Büchse der Pandora, di Frank Wedekind) e la cui prima esecuzione diretta nel 1934 a Berlino da Erich Kleiber fu l’ unica occasione in cui il compositore austriaco potè ascoltare in concerto la musica del suo secondo lavoro teatrale, Petrenko ha confermato la sua profonda penetrazione espressiva del mondo sonoro immaginato da Alban Berg. Tinte orchestrali lucide e taglienti, decisa sottolineatura delle lacerazioni armoniche squassanti che punteggiano il tessuto compositivo e una ritmica curata con grande attenzione ai dettagli erano le caratteristiche di una lettura che ha toccato punti di tensione espressiva letteralmente incandescente, anche per merito della prova superlativa di un’ orchestra letteralmente in stato di grazia. Marlis Petersen conosce il ruolo di Lulu come poche altre artiste della nostra epoca e ne ha fatto una delle sue interpretazioni più famose. Nel Koloraturlied, che costituisce il terzo tempo della Suite, la cinquantunenne cantante di Sindelfingen ha sottolineato con una splendida, avvincente intensità di fraseggio tutte le sfumature del testo. Il tono disperato, lacerante trovato dalla Petersen nella frase “So hast in der Welt für etwas anderes scheinen wollen Als wofür man mich genommen hat: und man hat mich nie Du meine ganze Jugend dafür gehabt. Als was ich bin” era davvero uno di quei dettagli interpretativi che si ricorderanno a lungo.

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Dopo la pausa, Kirill Petrenko e i Berliner Philharmoniker hanno dato un’ ulteriore dimostrazione della loro intesa già notevolissima in una lettura della Nona Sinfonia di Beethoven che si può senza alcun dubbio inserire fra le massime degli ultimi anni. I dettagli della trasmissione in video permettevano di studiare a fondo la mimica di Petrenko che dirige con tutto il corpo, non controlla l’ orchestra in modo ossessivo ma spesso si limita a marcare i tempi forti delle battute e in qualche caso smette addirittura di dirigere per un attimo, quasi lasciandosi trasportare dalla musica. La sua concezione dell’ ultimo capolavoro sinfonico di Beethoven è quella di un musicista che, accanto alla tradizione classica, ha studiato a fondo la lezione di Nikolaus Harnoncourt e di altri direttori dell’ epoca più recente come David Zinman e Claudio Abbado, fautori di una concezione del suono beethoveniano più trasparente, asciutta e affilata. Partendo da queste basi, Petrenko imposta una lettura di tensione drammatica a tratti assolutamente straordinaria. Il primo tempo suonava incredibilmente intenso nella sua lacerante, potentissima tragicità espressa tramite un’ agogica piuttosto stretta e un fraseggio vibrante di tensione. Nello Scherzo, la lettura di Petrenko spaziava dai toni aspri e taglienti, quasi di danza macabra punteggiata dai colpi secchi del timpano fino alla tenera fluidità della linea melodica esposta dai violoncelli nel Trio. Con l’ Adagio, il suono orchestrale dei Berliner si caricava progressivamente di luminosità quasi a esprimere una vera e propria ansia di purificazione, splendidamente sottolineata dalla accuratissima gestione delle linee melodiche operata da Petrenko, che calcolava in maniera millimetrica la progressione con una mimica direttoriale fatta di sfumature infinitesimali, senza mai risultare artificioso.

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Il Finale ha rappresentato il momento culminante di questa superba interpretazione. A partire dal recitativo dei contrabbassi, esposto con severa e commossa intensità, Petrenko caricava progressivamente la luminosità del suono a partire dalla prima esposizione del tema dell’ Inno alla Gioia fino a far esplodere una vera e propria festa di colori nell’ episodio orchestrale che segue l’ assolo del basso e il passaggio affidato al coro insieme ai quattro solisti. La delicatezza con cui veniva esposto il tema della Marcia, la finezza delle tinte strumentali sotto l’ assolo del tenore, il tono incredibilmente aereo, rarefatto del coro nella Fuga e l’ irresistibile progressione del Prestissimo conclusivo erano i particolari salienti di un’ interpretazione assolutamente straordinaria per profondità di analisi e carica espressiva avvincente, in cui Petrenko ha messo in mostra tutte le sue doti di vero grande narratore dotato, oltre che di superbe qualità direttoriali, di grande eloquenza e respiro drammatico. Oltre alla prova maiuscola dei Berliner Philharmoniker, che hanno messo in mostra tutte le qualità che ne fanno un complesso orchestrale tra i migliori del mondo, da sottolineare la splendida resa del Rundfunkchor Berlin diretto da Gijs Leenaars e dei quattro solisti che, oltre alla Petersen, erano il mezzosoprano Elisabeth Kulman, il tenore Benjamin Bruns e il basso Kwangchul Youn. Dopo l’ ultimo accordo orchestrale, il pubblico della Philharmonie ha scatenato una vera e propria tempesta di applausi durata per parecchi minuti e conclusa da un’ ovazione dedicata a Kirill Petrenko quando il nuovo Chefdirigent è dovuto uscire da solo a ringraziare il pubblico sul palcoscenico vuoto dopo che i musicisti avevano lasciato la sala. Dopo gli altissimi esiti artistici di un simile debutto, possiamo davvero aspettarci grandi cose da Kirill Petrenko e dai suoi nuovi, splendidi compagni di musica.

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