Impressioni da Bayreuth – Die Meistersinger

Foto ©Enrico Nawrath

Anche quest’ anno la mia inesauribile passione wagneriana mi ha spinto fino a Bayreuth per la consueta visita al festival fondato da Richard Wagner, un viaggio che per i melomani tedeschi costituisce quasi una sorta di pellegrinaggio obbligatorio. Anche per chi, come me, è già stato molte volte in questa bella città storica situata nell’ incantevole regione della Franken, la salita alla Grüne Hügel vedendo la sagoma del Festspielhaus, che si svela poco a poco in mezzo a un parco splendido e curato con una precisione davvero perfetta, procura sensazioni intense che immancabilmente si rinnovano ogni volta che si arriva da queste parti e insieme alle fanfare con cui dalla terrazza viene annunciato l’ inizio di ogni atto della recita, predispongono in maniera davvero unica all’ entrata nel teatro ideato da Wagner come sede ideale per la rappresentazione delle sue opere. Quest’ anno il mio viaggio era dedicato a due spettacoli, entrambi caratterizzati da regie di grande originalità e che ero molto curioso di giudicare dal vivo in teatro dopo aver visto la diretta streaming di entrambe.

Nella mia prima giornata al Bayreuther Festspielhaus ho assistito alla prima recita di Die Meistersinger von Nürnberg nella produzione di Barrie Kosky, andata in scena per la prima volta nel 2017. In tutte le produzioni dell’ opera allestite a Bayreuth a partire dal 1951, quando Wieland e Wolfgang Wagner presero in mano la direzione del Festspiele dando inizio a quella che venne chiamata la Neue Bayreuth, il problema principale affrontato dai registi è sempre stato quello di smontare tutto l’ apparato nazionalistico che il regime nazista aveva costruito su quella che era l’ opera prescelta dagli hitleriani per glorificare il mito della superiorità culturale tedesca. Barrie Kosky, cinquantaduenne regista nato in Australia da una famiglia di profughi ebrei e da due anni naturalizzato tedesco, attuale Intendant della Komische Oper Berlin, ha dichiarato in diverse interviste di essere partito dall’ idea di una Nürnberg che nell’ immaginario culturale tedesco si trasforma da utopia della città ideale fino a diventare una distopia. Nella sua lettura scenica, l’ identificazione che Wagner fà di se stesso con Sachs che è il Meistersinger ma anche il poeta, lo scrittore celebrato che non potendo ottenere l’ amore aspira alla glorificazione della sua città, l’ artista che sacrifica la propria felicità personale per un ideale più grande, ossia l’ Arte, viene raccontata nel primo atto da una scena, che si svolge durante il Preludio, nella quale il compositore riceve ad Haus Wahnfried la visita di Liszt e del direttore Hermann Levi per fare ascoltare loro la sua opera e poi assegnare le parti ai cantanti. Il secondo atto si svolge in un ambiente che gradatamente si rivela essere la sala in cui vennero celebrati i Nürnberger Prozesse e la baruffa finale assume le caratteristiche di un pogrom grazie a un pallone gonfiabile che raffigura una testa di ebreo con addosso la kippah. Nel terzo atto, la sala è addobbata come era durante il processo ai gerarchi nazisti, con le bandiere delle quattro potenze alleate sullo sfondo.

Foto ©Enrico Nawrath

Lo spettacolo è scorrevole e si guarda con piacere, grazie anche a una recitazione molto pulita e priva di tutti quei bozzettismi manierati che troppo spesso infestano le produzioni dei Meistersinger soprattutto nella raffigurazione di Beckmesser, personaggio nel quale Barrie Koski vede la personificazione di un ebreo integrato, come lo erano Mendelssohn e Meyerbeer, che a poco a poco scopre con angoscia di essere diventato un nemico nella sua patria. Una regia fluida, di impeccabile eleganza narrativa, tecnicamente molto ben realizzata in tutti i particolari, sicuramente interessante per l’ impostazione di base ma con alcuni aspetti, a tirare le somme, che mi sono apparsi complessivamente abbastanza irrisolti. Barrie Koski ha costruito tutto il suo Konzept registico sul problema dell’ antisemitismo di Wagner, espresso dal compositore più in certi suoi scritti che nella musica, senza approfondire, almeno da quello che ho capito io, quale fosse la sua posizione e la sua scelta di lettura di fronte alle concezioni esposte da Wagner in quest’ opera, che riguardano principalmente il ruolo dell’ arte nella società e la sua vicenda personale di artista alle prese con le convenzioni e i limiti alla libertà creativa impostigli dalle regole codificate tramite la tradizione. Di tutto questo, nella messinscena del regista australiano, si coglievano ben poche tracce e sotto questo punto di vista lo spettacolo a me lasciava diversi interrogativi rimasti senza risposta. In tutti i modi, la regia si guardava comunque con indubbio piacere anche grazie alla bellezza dei costumi disegnati da Klaus Bruns e delle scene, ideate da Rebecca Ringst.

Foto ©Enrico Nawrath

Dal punto di vista musicale, la produzione è arrivata al terzo anno di repliche con una compagnia di canto immutata in quasi tutti i ruoli principali e questo garantiva una precisione e coesione d’ insieme davvero perfette. Philippe jordan, quarantaquattrenne direttore svizzero attualmente Chefdirigent dei Wiener Symphoniker e direttore musicale dell’ Opéra de Paris, è un musicista da cui in passato ho avuto modo di ascoltare pregevoli interpretazioni di Un ballo in maschera, Salome e Der Rosenkavalier a Berlino quando era Kapellmeister alla Staatsoper Unten den Linden.  La sua interpretazione mi è apparsa anche questa volta davvero ammirevole per scorrevolezza di narrazione, precisione tecnica nelle scene complicate come la baruffa del secondo finale e sontuosità di tinte strumentali realizzate in maniera davvero superba dai complessi del Festspielhaus. Nel complesso, una direzione che risultava all’ altezza di quelle di Christian Thielemann e Kirill Petrenko, oggi considerati gli interpreti più autorevoli di quest’ opera. Nella prossima stagione Philippe Jordan dirigerà il suo primo allestimento di Der Ring des Nibelungen a Parigi, e dopo aver ascoltato questa sua bella direzione wagneriana a Bayreuth si può dire che sarebbe davvero il caso di fare il viaggio per andare ad assistervi.

Anche grazie al perfetto sostegno strumentale del podio, la compagnia di canto ha offerto una prova complessiva di ottimo livello. Su tutti dominava lo splendido Sachs di Michael Volle, probabilmente il più autorevole interprete del ruolo nella nostra epoca. Non c’ è un dettaglio che vada perso nel fraseggio dei cinquantanovenne baritono nativo di Freudenstadt, vicino a Karlsruhe. Il tono generale dell’ interpretazione era ricchissimo di sfumature, dall’ umanità e bonomia delle scene con Eva e Walther fino alla calibrata introspezione del monologo dei tigli e di quello della follia, mentre nella scena finale Volle ha reso in maniera autorevole e perentoria il tono di orgogliosa proclamazione del valore dell’ arte tedesca. Un Sachs sicuramente da iscrivere fra gli interpreti storici di questa parte cosí complessa e impegnativa. Ottimo anche il Pogner di Günther Groissböck, il basso altoatesino che è sicuramente una tra le migliori voci gravi wagneriane del momento, che nel suo monologo del primo atto ha messo in mostra tutti i pregi di una voce scura e risonante, di una carismatica presenza attoriale e di una grande personalità interpretativa. Ottimo anche il David del tenore amburghese Daniel Behle, cantante di grande intelligenza, spigliato e vivace nel fraseggio oltre che molto notevole dal punto di vista della resa vocale. Di rilievo assoluto la caratterizzazione che Johannes Martin Kränzle ha realizzato nel ruolo di Beckmesser, presentato come una sorta di burocrate dall’ atteggiamento amaro e risentito verso una società che tende a escluderlo a causa della sua razza, con un fraseggio incisivo e completamente depurato da tutte le volgarità ed eccessi di tradizione. Molto buona anche la nuova Eva del soprano finlandese Camilla Nylund, dal fraseggio dolce e delicato senza mai cadere in toni bamboleggianti, ottimamente affiancata dalla Magdalene del trentaseienne mezzosoprano Wieble Lehmkuhl, originaria di Oldenburg, dalla voce davvero notevole per qualità timbrica e risonanza oltre che fraseggiatrice convincente nel suo tono affettuoso e protettivo. Unico elemento insoddisfacente del cast, a mio avviso, era il Walther di Klaus Florian Vogt. che in questo ruolo è considerato l’ interprete di riferimento nella nostra epoca ma che a me ha lasciato parecchie perplessità a causa di una voce artificialmente sbiancata e caratterizzata dall’ abuso di note in falsetto che alla lunga risultano manierate e stucchevoli. Sarà forse un limite mio, ma io non riesco assolutamente ad apprezzare una vocalità così manipolata e priva del minimo senso di spontaneità. A parte questo aspetto, posso ribadire in conclusione di questo post che lo spettacolo era complessivamente ricco di pregi musicali e si lasciava guardare con piacere per il tono chiaro ed elegante del racconto scenico. Il pubblico anche questa volta ha applaudito in maniera calorosissima tutti i protagonisti di una produzione che sicuramente in questi ultimi anni è divenuta una tra le più amate dagli ospiti del Bayreuther Festspiele.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.