Ludwigsburger Schlossfestspiele 2019 – Abschlusskonzert

Foto ©Anatol Kotte

Mentre stavo preparando questa nota sul concerto di chiusura del Ludwisgburger Schlossfestspiele 2019, mi è arrivata la notizia che Pietari Inkinen è stato designato per dirigere il nuovo allestimento di Der Ring des Nibelungen al Bayreuther Festspiele del prossimo anno. L’ annuncio mi ha fatto davvero molto piacere e io trovo la scelta del management di Bayreuth giusta e logica. Conosco bene Pietari Inkinen da quando ha iniziato a lavorare qui a Ludwigsburg e lo considero un direttore preparato e di autentico talento, dal gesto fine ed elegante oltre che dallo sviluppato gusto per il bel suono, che qui da noi ha ampiamente dimostrato la sua capacità di ottenere esecuzioni qualitativamente di ottimo livello da un’ orchestra di tipo stagionale, anche se guidata ai primi leggii da strumentisti appartenenti a formazioni sinfoniche autorevoli come la Staatsorchester Stuttgart e la SWR Symphonieorchester. Pietari Inkinen, 39 anni compiuti da poco, ha studiato alla Sibelius Academy di Helsinki, una scuola da cui proviene una quantità impressionante di direttori attivi presso tutte le grandi orchestre mondiali. Per fare qualche nome, oltre a Inkinen, a Esa-Pekka Salonen e a Santtu Matias Rouvali che dal 2021 sará il nuovo Music Director della Philharmonia Orchestra, ci sono quelli di Jukka-Pekka Saraste, Osmo Vänskä, Hannu Lintu, Mikko Franck e Sakari Oramo. Credo non esista, in tutto il mondo, un’ altra scuola di direzione che abbia ottenuto simili risultati. Personalmente, l’ idea di un Ring affidato a un team giovane (il regista designato è il ventottenne austriaco Valentin Schwarz, che fino allo scorso anno è stato assistente di Jossi Wieler qui alla Staatsoper Stuttgart) mi attrae non poco e io farò il possibile per vedere la produzione, il prossimo anno a Bayreuth.

Veniamo adesso alla cronaca del concerto. Tradizionalmente, la serata di chiusura del Ludwigsburger Schlossfestspiele è sempre dedicata a un concerto sinfonico tenuto dall’ orchestra del festival nel Forum am Schlosspark. L’ Orchester der Ludwigsburger Schlossfestspiele fu fondata nel 1972 da Wolfgang Gönnenwein, che fu il direttore artistico della rassegna dal 1972 al 2004, ed è composta da strumentisti provenienti dai migliori complessi della zona. Dal 2015 il ruolo di Chefdirigent del gruppo è stato affidato a Pietari Inkinen, che con questa edizione ha concluso il suo mandato contemporaneamente a Thomas Wördehoff, da dieci anni Intendant della rassegna e anche lui alla fine del suo contratto. L’ Abschlusskonzert di questa edizione era quindi impostato come una sorta di riassunto della filosofia artistica di Wördehoff, che durante i suoi anni di lavoro ha conferito un carattere assai sperimentale e innovativo alla rassegna pur curando con la massima attenzione la parte tradizionale, quella delle serate solistiche e da camera con la partecipazione dei migliori strumentisti a livello internazionale. Il concerto era di una lunghezza inusuale, con due pause e l’ intervento di numerosi artisti. In apertura, Pietari Inkinen e Igor Levit, protagonista anche di questa serata dopo il suo splendido concerto solistico di due giorni prima, ci hanno presentato una splendida interpretazione del Concerto per pianoforte, tromba e archi di Dmitri Shostakovich. Il tono spesso scherzoso e scanzonato, gli effetti di comicità aspra, a tratti quasi grottesca espressi tramite una gestualità vivida, forte, graffiante, a volte caricaturale che caratterizzano questo brano così come molta altra musica di Shostakovich sono stati resi splendidamente dal pianismo di Igor Levit con fraseggi nervosi e ritmicamente mobilissimi perfettamente integrati dal suono pieno, squillante e perfettamente graduato nella dinamica della tromba di Thomas Gansch, strumentista austriaco dalle esperienze pluristilistiche e leader del gruppo di fiati Mnozil Brass, una formazione che si esibisce in serate dal tono gustosamente cabarettistico, esattamente come il brano da loro eseguito alla fine della prima parte: un divertentissimo medley di improvvisazioni che partivano dal tema dell’ Ouverture dalla Fledermaus mescolata con citazioni provenienti da Strawinky e altri autori.

Dopo la prima pausa, Pietari Inkinen ha diretto una bella esecuzione de La Valse di Maurice Ravel, in cui era perfettamente messa in rilievo l’ abilità tecnica di colui che il critico Marcel Marnat ha definito “le plus grand orchestrateur français”. Il giovane maestro finlandese, che nel repertorio del Novecento ha offerto interpretazioni molto interessanti con diverse orchestre di nome, ne ha offerto un’ interpretazione assolutamente ideale per chiarezza, lucidità e fervore espressivo, piena di slancio e spettacolarità ma senza alcun effetto gratuitamente retorico. Seguiva poi un altro intervento di ospiti, con una serie di arie rinascimentali e barocche cantate in maniera veramente squisita da Nora Friedrichs, trentaduenne soprano olandese, figlia del celebre direttore e compositore Iván Fischer e che esegue queste musiche in un arrangiamento raffinatamente anticonvenzionale, con l’ accompagnamento strumentale del celebre chitarrista Marnix Dorrenstein che utilizza la chitarra elettrica. L’ effetto è gradevolissimo, di una grande eleganza espressiva anche per la finezza del gusto e la bella vocalità di questa cantante che si ispira un po’ alla celebre figura di Cathy Berberian.

Nella terza parte, Igor Levit ha dato un altro splendido saggio della sua abilità pianistica eseguendo una lunga e complessa improvvisazione sul tema di Which Side are you on? dalle North American Ballads del compositore americano Frederic Rzewski, autore del quale Levit ha registrato nel suo terzo album solistico il brano The People United Will Never Be Defeated!, un monumentale ciclo di Variazioni sul tema della celebre canzone cilena che fu il simbolo della resistenza contro il regime dittatoriale di Pinochet. Dopo un lungo e meritato applauso al pianista russo-tedesco che è diventato da tempo uno fra i beniamini del pubblico di Ludwigsburg, il programma si chiudeva con una bella esecuzione della Settima Sinfonia di Sibelius. Parlando in generale, le Sinfonie di Sibelius sono da sempre abbastanza problematiche per il direttore dal punto di vista interpretativo a causa della difficoltà di ottenere equilibri complessivi di fraseggio e di non cadere nel kitsch in certi passaggi. Forse aveva ragione Sir Simon Rattle quando alcuni anni fa, provando la Prima Sinfonia con i Berliner Philharmoniker, disse all’ orchestra: “Suonate come in Tschaikovsky, ma con la ritmica di Strawinsky”. L’ interpretazione di Pietari Inkinen era intensa e ricca di pathos, caratterizzata da una condotta narrativa fervida ed espressiva ma mai retorica o esagerata nelle tinte. Il musicista finlandese ha sfruttato al meglio le risorse della sua orchestra, ottenendo sonorità notevoli per ricchezza e pienezza di armonici. Bellissimi i colori del tema di apertura e davvero molto appropriata la lucidità espositiva con cui Inkinen ha condotto tutto il brano, in un tono di serrato e severo splendore sinfonico, oltre che con una competenza espressiva assolutamente perfetta. Il Forum am Schlosspark era esaurito da tempo per questo addio a un Intendant il cui lavoro è stato altamente apprezzato dagli appassionati di questa zona e il pubblico ha applaudito in maniera entusiastica tutti i protagonisti di una serata davvero interessantissima per la qualità e varietà dei brani proposti.

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