Ludwigsburger Schlossfestspiele 2019 – Igor Levit

Foto ©Peter Wieler/Klavier-Festival Ruhr

Igor Levit ha esordito al Ludwigsburger Schlossfestspiele nel 2012 e da allora è diventato un ospite regolare della rassegna, sempre molto festeggiato dal pubblico che anche per il suo recital solistico di quest’ anno è intervenuto assai numeroso, riempiendo la Ordensaal del Residenzschloss in ogni ordine di posti. Il trentaduenne pianista russo naturalizzato tedesco, nato nel 1987 a Nižnij Novgorod ed emigrato in Germania con la famiglia all’ età di otto anni, è oggi considerato uno fra gli strumentisti più interessanti delle giovane generazione a livello internazionale e un talento pianistico di assoluto rilievo. Con il suo approccio interpretativo di grande profondità intellettuale unito a una tecnica di assoluta completezza, Igor Levit sta percorrendo una carriera internazionale ai massimi livelli con inviti regolari al Salzburger Festspiele, al Lucerne Festival e in tutte le più celebri sale da concerto mondiali. Anche i suoi quattro album finora pubblicati, che hanno ottenuto grande successo di vendite e di critica, evidenziano scelte musicali di grande raffinatezza, come ad esempio il terzo, un set di tre CD dedicato alle Goldberg-Variationen di Bach accostate alle beethoveniane Diabelli-Variationen e a The People United Will Never Be Defeated!, un altro monumentale ciclo di Variazioni scritto dal compositore americano Frederic Rzewski sul tema della celebre canzone cilena che fu il simbolo della resistenza contro il regime dittatoriale di Pinochet. Come si può capire da questa scelta, Igor Levit è un artista che non fà mistero del suo interesse per la politica e delle sue posizioni a favore della democrazia, dei diritti civili e dell’ europeismo. Nel suo discorso introduttivo al concerto inaugurale del Ludwigsburger Schlossfestspiele di quest’ anno, Levit ha infatti voluto sottolineare molto chiaramente il ruolo dell’ artista nella realizzazione di una società europea integrata e nella lotta a qualsiasi forma di razzismo e discriminazione.

Foto ©Peter Wieler/Klavier-Festival Ruhr

Per il suo recital a Ludwigsburg, il pianista russo-tedesco ha presentato il programma da lui eseguito nei giorni precedenti al Klavier-Festival Ruhr di Bochum, dedicato ai lavori estremi di Gustav Mahler e Franz Schubert. Un accostamento di grande ricercatezza e intelligenza, se pensiamo ai numerosi influssi stilistici che Mahler ricavò dalla musica di Schubert. La prima parte era dedicata all’ esecuzione dell’ Adagio dalla Decima Sinfonia, nella riduzione pianistica preparata nel 1986 da Ronald Stevenson. Il movimento iniziale è l’ unico, dei cinque di cui l’ ultima Sinfonia di Mahler doveva essere formata, ad essere eseguito regolarmente in concerto, ma come faceva notare Deryck Cooke nella sua prefazione all’ edizione da lui ricostruita della Sinfonia, l’ intero manoscritto lasciato da Mahler è eseguibile al pianoforte. Nei primi anni Cinquanta il celebre pianista italiano Pietro Scarpini ottenne dalla vedova del compositore il permesso di esaminare lo spartito autografo per ricavarne una versione da concerto per due pianoforti, che nel 1952 presentò a Bruno Walter. Nella versione per pianoforte solo, la mancanza della veste strumentale mette in evidenza al massimo le aspre dissonanze e il senso di angoscia tragica che sono tra i caratteri dominanti dell’ Adagio dalla Decima, capolavoro assoluto che la musicologia mahleriana ha sempre evidenziato nel suo carattere di brano composto con l’ ombra della morte dietro le spalle. Igor Levit suona l’ Adagio con calma e concentrazione, graduando molto bene le sonorità fino all’ esplosione dei celebri accordi dissonanti, quasi un vero e proprio urlo espressionistico, che costituiscono il climax del brano. Anche la conclusione, tenuta su tinte scure in un tono di commossa e severa tragicità, era davvero pregevole anche per la bella qualità di un suono gradualmente sfumato fino ai toni morenti della conclusione.

Nella seconda parte, Igor Levit ha confermato tutta la maturità e la profondità intellettuale del suo approccio ai testi con l’ esecuzione della Sonata in si bemolle maggiore D. 960 di Schubert. L’ estremo capolavoro pianistico schubertiano è un pezzo insidiosissimo nella sua apparente semplicità, che nasconde un’ architettura formale complessa e difficile da padroneggiare per l’ esecutore. Igor Levit la suona con un fraseggio intenso e consapevole, in un tono generale leggermente più assertivo rispetto ad altre interpretazioni. La resa delle dinamiche e il perfetto equilibrio nella definizione delle linee melodiche erano i caratteri salienti di un’ interpretazione intellettualmente consapevole e raffinatissima, che toccava i vertici nell’ Andante reso con squisito lirismo nel suo tono che si mantiene melanconico fino allo spiraglio di luce delle battute conclusive in cui il do diesis minore sfocia nella tonalità maggiore, in un’ atmosfera che in questa esecuzione suonava quasi come un’ accettazione rassegnata della fatalità e del destino. Igor Levit è sicuramente un musicista maturo e un interprete tra i più interessanti del panorama concertistico attuale, e i lunghi applausi di un pubblico che ha seguito il concerto con una concentrazione assoluta dimostravano anche la comunicativa carismatica del suo modo di suonare, che riesce davvero a coinvolgere al massimo gli ascoltatori.

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