Trentesimo anniversario della morte di Herbert von Karajan

Karajan durante l’ ultimo concerto alla Philharmonie Berlin. Foto ©Reinhard Friedrich

Il 16 luglio 1989, Herbert von Karajan moriva nella sua casa di Anif, piccolo sobborgo situato nelle vicinanze di Salzburg, Nato il 5 aprile 1908 in una casa sulle rive della Salzach, era il secondo figlio del dottor Ernst von Karajan, chirurgo e fondatore dell’ ospedale regionale della cittá austriaca. Il piccolo Heribert (piú tardi abbreviato in Herbert) riveló prestissimo prodigiose doti musicali e, dopo l’ esordio in pubblico a nove anni come pianista, studió alla Musikakademie di Wien debuttando come direttore d’ orchestra nella sua cittá natale il 14 gennaio 1929, sul podio del Mozarteum. Era la serata che segnò l’ inizio di una tra le piú prestigiose carriere direttoriali che la storia ricordi, culminata nei trentaquattro anni di attivitá come Chefdirigent dei Berliner Philharmoniker, giá prima di Karajan la migliore orchestra del mondo e destinata sotto la sua guida, a diventare anche la piú famosa. Alla guida della prestigiosa formazione berlinese e dei Wiener Philharmoniker, complesso con cui ebbe pure un rapporto di lavoro pluridecennale, Karajan sviluppó una cultura del suono e dell’ analisi musicale che fecero da base a una serie di intepretazioni fra le piú straordinarie che la storia del secolo scorso abbia annoverato. Puntiglioso e implacabile nelle prove, dotato di una personalitá interpretativa e di una versatilitá di temperamento assolutamente senza confronti, Karajan va annoverato tra i pochissimi che siano riusciti, nelle loro prestazioni migliori, a sublimare e trascendere l’ atto dell’ intepretazione musicale fino a farlo diventare una sorta di vera e propria ri-creazione della partitura. Il suono orchestrale che Karajan riusciva a creare in concerto era assolutamente senza confronti. Nelle diverse occasioni in cui ho avuto la fortuna di sentirlo dal vivo ho sempre pensato che le sue incisioni discografiche restituivano solo una parte di questa qualitá timbrica. A questo si aggiungevano la finezza e flessibilitá del fraseggio e la capacitá analitica di evidenziare anche i minimi dettagli delle partiture che dirigeva, oltre al temperamento versatile unito a un’ acerrima avversione per l’ enfasi e la retorica sviluppata attraverso un gusto infallibile. Da un concerto di Karajan si usciva sempre con la sensazione di aver scoperto nella musica ascoltata particolari e aspetti di cui non ci si era mai accorti prima. E questo accadde fino all’ ultimo,a dispetto di gravi problemi fisici che progressivamente ne limitarono sempre di piú le possibilitá gestuali. L’ immagine forse piú forte che mi é rimasta nella memoria è quella del suo ultimo concerto al Festival estivo di Salzburg, il 30 agosto 1988, della sua entrata in scena sorretto da due persone e di come da movimenti ormai ridotti al minimo prese vita la piú sconvolgente, visionaria e commossa esecuzione del Deutsches Requiem di Brahms che avessi mai ascoltato, rimasta da allora in modo indelebile nella mia memoria come un modello insuperato di perfezione. Lo stesso posso dire dell´ultima volta che lo ascoltai, nel marzo 1989 ancora a Salzburg, in un Requiem di Verdi reso con una tale pazzesca intensitá, fatta di angoscia e speranza insieme, da far dire ad alcuni spettatori in sala: “Er hat das für sich selbst dirigiert!”. Fu una serata incredibile anche nella conclusione: dopo lo spegnersi delle ultime battute in ppp, due o tre persone accennarono un applauso. Karajan si girò, si toccò le labbra con l’ indice della mano destra e tutto il pubblico lasciò la sala in un silenzio di ghiaccio. Persino il cielo di colore livido che ci accolse all’ uscita del Festspielhaus sembrava adatto alla fine di una serata indimenticabile, ricca di emozioni musicali come poche altre io abbia avuto la possibilità di vivere in decenni di ascolti teatrali. Circa tre settimane piú tardi, il 23 aprile 1989, la carriera di Herbert von Karajan si chiudeva al Musikverein di Wien, con un’ esecuzione della Settima Sinfonia di Bruckner fortunatamente documentata da una fantastica registrazione pubblicata poco dopo la sua morte.

Foto ©picture-alliance / obs/obs

Il Maestro riposa nel piccolo cimitero di Anif, vicino Salzburg, in una tomba semplicissima, in mezzo a contadini e artigiani. Un perfetto sigillo a una vita dedicata interamente e solo alla musica, a dispetto dell’ immagine pseudodivistica che certa stampa ha sempre tentato di costruirgli addosso. Certamente Karajan era un uomo che, tra le tante sue doti, possedeva anche quella di sapersi vendere bene. Ma chi dice che questo sia un difetto in una persona che decide di fare il musicista e apparire in pubblico? In realtá, Karajan fu un sagace utilizzatore delle possibilitá mediatiche per lo scopo che si era proposto nella sua vita: fare musica piú perfetta possibile e portarla a conoscenza del pubblico piú ampio possibile. Divulgatore appassionato di tutte le novitá tecniche in materia di registrazione, non riesce difficile immaginarlo oggi impegnato a sfruttare al massimo le nuove frontiere del web. Sono convinto che se oggi fosse ancora vivo, avrebbe un blog per dialogare col pubblico e sicuramente avrebbe aperto una stream tv per diffondere tramite la rete i suoi concerti, come hanno fatto i Berliner Philharmoniker con la Digital Concert Hall, vera e propria applicazione pratica delle sue idee in materia. Ricordiamolo oggi ascoltando qualcuno dei suoi dischi. Personalmente suggerisco, tra i primi che mi vengono in mente, il rivoluzionario Ring, la Bohéme con Mirella Freni e Luciano Pavarotti, il Requiem di Verdi filmato alla Scala, la Nona di Mahler registrata dal vivo nel 1982, uno qualsiasi fra i suoi meravigliosi cicli integrali delle Sinfonie di Brahms e soprattutto l’ incredibile ciclo sinfonico beethoveniano del 1963, a mio avviso forse il miglior Beethoven mai consegnato al disco.

La tomba di Herbert von Karajan. Foto ©Remy Franck

Passiamo ora ai materiali scelti per questo post commemorativo. Di seguito, un ricordo lasciatoci da Michel Glotz (1931-2010) che in questa intervista rilasciata nel 2007 al mensile MUSICA parlava della sua lunga amicizia e collaborazione con Karajan come suo produttore discografico.

Un altro artista con cui ha avuto un sodalizio stretto, e per un periodo ancora più lungo, è Herbert von Karajan.

Conobbi Karajan già nel 1957 e dopo che avevo lasciato la EMi alla fine del 1965 per creare un ufficio di rappresentanza per artisti, divenni il suo collaboratore e factotum, con un ruolo molto attivo nella progettazione del Festival di Pasqua a Salisburgo, che si inaugurò nel 1967 con l’ inizio di un Ring in cui si proponeva un approccio nuovo e diverso al canto wagneriano. In quel periodo lui aveva un contratto discografico esclusivo con la DG, firmato dopo la rottura con Legge. Ma quando quel contratto terminò, riuscii a convincerlo a non confermare quel rapporto di esclusività e a riprendere i rapporti con la EMI. Dal 1968 fino alla sua morte nel 1989 sono stato poi il produttore discografico di Karajan, collaborando non solo con la EMI ma anche con DG, mentre le incisioni Decca erano gestite da altri. Lui mi cercò anche nell’ultimo giorno della sua vita. Mi chiamò alle 11.30 di quel 16 luglio – un’ ora prima della morte – ma purtroppo non riuscì a raggiungermi. Le mie prime incisioni con lui erano state le ultime sei sinfonie di Mozart con i Filarmonici di Berlino, seguite da Tristan und Isolde con Helga Dernesch e Jon Vickers e Fidelio con gli stessi interpreti. A Berlino si incideva in quegli anni nella Jesus Christe Kirche, che era sulla strada per l’aeroporto di Tempelhof. Lavorarci era un’esperienza esasperante perché dovevamo interrompere le riprese ogni cinque minuti a causa degli aerei. In seguito abbiamo inciso sempre nella Philharmonie, mentre a Vienna, con i Wiener Philharmoniker, si utilizzava la Sofiensaal del Musikverein e a Parigi – per tre anni, dopo la morte di Charles Munch nel 1968, Karajan fu consigliere musicale dell’ Orchestre de Paris – si incideva nella Salle Wagram.

Di quali incisioni con Karajan va più orgoglioso?

Un giorno che eravamo a tavola nel suo chalet di Anif in Austria, mi chiese lui stesso quale dei nostri dischi avrei portato su un’ isola deserta. Risposi che avrei scelto le sinfonie di Brahms oppure qualcosa di Strauss, magari la Heldenleben. «Non ti piace allora il mio Beethoven?», mi rispose scherzosamente. Devo dire che ho un ricordo fantastico anche di molte altre incisioni straussiane – per esempio la Salome con la Behrens e i Vier Letze Lieder con la Janowitz – , dei Concerti di Beethoven con Alexis Weissenberg, del Don Carlo inciso nel 1978 con Carreras e la Freni e del Pelléas che incidemmo sempre nel 1978. Quest’ ultima incisione fu curata al massimo: ventisette o ventotto sedute, con la presenza di Janine Reiss come coach musicale. Fu il risultato di una specie di baratto. Peter Andry della EMI voleva che si incidesse un’ integrale delle sinfonie di Schubert, ma Karajan non era così entusiasta dell’idea: amava alcune delle sinfonie, ma non tutte. Alla fine lo convinse a inciderle in cambio della promessa di fare quel Pelléas, a cui lui teneva moltissimo. Per tornare al discorso di prima, Karajan mi chiese pure quale delle nostre incisioni mi piaceva meno di tutte. Non ebbi dubbi: Le Stagioni di Haydn incise a Berlino nel 1972. «Perché?». «Perché la Janowitz non stava bene e aveva problemi di intonazione, Walter Berry stava divorziando da Christa Ludwig ed era in cattiva forma anche lui. Il tenore era terribile: preferisco non nominarlo. E il coro – quello del Deutsche Oper Berlin – non ti piaceva». Lui mi guardò e disse: «Sono stupefatto. E’ l’ unico lavoro di Haydn che non mi piace per niente. Ma abbiamo fatto davvero quell’incisione?». « Sì, ed è il ricordo più infelice di tutto il nostro lavoro insieme. Te lo dissi allora. E ricordo bene che dicesti che non avresti più inciso un lavoro corale senza il Singverein di Vienna». In effetti lo impiegò sempre in seguito, tranne che nella Carmen, per la quale scelse il Coro dell’Opéra di Parigi.

Il legame di Karajan con Vienna, in effetti, fu molto forte.

Bisogna ricordare che era nato l’ 8 aprile del 1908. Come tanti austriaci della sua generazione provava una grande nostalgia per l’ Impero Asburgico. Per lui il Trattato di Versailles del 1919 fu una catastrofe totale che distrusse un impero che, per quanto complicato e diversificato geograficamente, permetteva tuttavia una convivenza armoniosa. E ancora oggi stiamo pagando le conseguenze di quella catastrofe: basti pensare alle turbolenze nel Kosovo. Devo dire che Karajan mi trasmise quest’ amore per Vienna e questa nostalgia per il passato, e ogni volta che vado nella città austriaca – l’ ultima volta fu nel mese di giugno per vedere un grandissimo Ferruccio Furlanetto nel Don Carlo – visito l’ Hofburg ed entro anche nella Cripta dove sono sepolti gli imperatori.

Con i Wiener Philharmoniker. Foto ©DG/Unitel

Veniamo adesso agli ascolti, a partire da uno che è strettamente legato alla mia esperienza personale. Si tratta della registrazione radiofonica del celebre Der Fliegende Holländer allestito dal Maestro per il suo Salzburger Osterfestspiele. Appena laureato e da poco incassati i soldi della mia prima supplenza breve, decisi di impiegarli per appagare il desiderio di andare finalmente a sentire il Maestro. Arrivato a Salzburg, trovai un biglietto dopo due giorni di una specie di caccia al tesoro che meriterebbe un post a parte per raccontarla. Entrai per la prima volta nel Großes Festspielhaus, la sera del 26 marzo 1983, in preda a un vero e proprio senso di euforia. Poi Karajan entrò e diede il segnale dell’ attacco. Quello che sentimmo poi, fa parte della storia e la registrazione, pur se preziosa come documento, non rende neanche un decimo della suprema qualità del suono che si percepiva in sala.

In questo raro video, vediamo Karajan insieme ad Anne-Sophie Mutter, la violinista da lui scoperta e fatta esordire a Salzburg quando era appena tredicenne che negli anni successivi sarebbe poi divenuta una sua vera e propria protégée. La Mutter ha parlato del rapporto artistico che la legava a Karajan in diverse interviste, fra cui vale la pena di citare quella concessa a Reinhard Beuth nel 1988.

Karajan possiede un’ abilità fenomenale per giudicare le cose dall’ esterno. Non è violinista, nè è in grado di pensare da violinista; non ha il minimo interesse per cose come la diteggiatura e i vari tipi di arcata. Il risultato è che lui concepisce il fraseggio come quello, diciamo, di un cantante, ma non di un violinista perché questi è troppo legato alla materia, troppo imbozzolato nella tecnica.

(cit. in nota da Richard Orsborne, Conversazioni con Herbert von Karajan, trad. italiana di Oddo Piero Bertini, ed. Guanda, 1990, p. 120)

 

Il filmato è dedicato alle prove e all’ esecuzione del Concerto op. 61 di Beethoven tenuta nel mese di agosto del 1980 al Salzburger Festspiele, durante l’ unica serata in cui il Maestro diresse la European Community Youth Orchestra.

Ed eccovi, adesso, un ulteriore esempio del leggendario Beethoven di Karajan, ancora oggi un modello assoluto di riferimento. Ho scelto l’ esecuzione della Nona Sinfonia registrata con i suoi Berliner Philharmoniker durante il Neujahrskonzert del primo gennaio 1968. I solisti sono Gundula Janowitz, Christa Ludwig, Jess Thomas e Walter Berry.

Karajan fu uno fra i massimi interpreti della musica di Richard Strauss, del quale in tutta la sua carriera eseguì 22 composizioni in 450 concerti. Ascoltiamo un saggio delle sue straordinarie interpretazioni straussiane con questa incisione del Don Juan effettuata nel dicembre del 1951 con la Philharmonia Orchestra, il complesso londinese fondato da Walter Legge e da Karajan tenuto a battesimo nel 1947. Qui Karajan ci fa ascoltare davvero uno fra i vertici della sua suprema arte direttoriale. L’ esecuzione è assolutamente straordinaria per drammaticità, fervore e tensione espressiva. Uno di quei casi in cui si può fare diversamente, ma non si può fare di meglio.

Concludo qui questo breve omaggio al direttore che più ha influenzato i miei gusti di ascoltatore tramite le sue straordinarie incisioni discografiche e una quindicina di esperienze concertistiche ancora presenti con una forza indelebile nella mia memoria, anche a distanza di trent’ anni. Posso solo dire, dal mio punto di vista, che le emozioni provate ascoltando lui non le rivivrò mai più. Non in questa vita, almeno. L’ eredità interpretativa di Herbert von Karajan è ancora oggi più che mai viva, grazie ai suoi dischi continuamente ristampati e sempre amatissimi dai melomani di tutto il mondo.

Grazie Maestro, ovunque tu sia.

EPILOGO

Da una conversazione del marzo 1988 in casa Karajan

– L’anno scorso (1987) Lei ha diretto il Concerto di Capodanno a Vienna. È sempre un evento così meraviglioso; una specie di messaggio di speranza all’inizio dell’anno. È stata un’occasione speciale per lei?

È stata davvero un’occasione speciale. È stata una svolta nella mia carriera.

– Una svolta?

Perché soffrivo molto. A volte non riuscivo a dormire per delle notti di seguito. È stato un periodo difficilissimo. Quando ebbi l’invito dissi: «Sì, volentieri». Per tre settimane non avevo nient’altro da fare e così mi misi lì e decisi – avevo già inciso tutti quei pezzi – di vedere se ci fosse qualcos’altro in quella musica. Così per tre settimane, sei ore al giorno, suonai quella musica. E ad un tratto mi sentii cambiato dentro me stesso. Quando mi presentai davanti all’orchestra, non avevo niente da spiegare. Accadde tutto molto naturalmente. E da quel momento capii che dovevo rinunciare a tante cose – la vela e così via – ma la musica tornò. Cento volte meglio di prima.

– La musica però l’ha aiutata durante tutta la vita. E ha detto che il dolore se n’è andato?

Sì, ma ho ancora dei problemi a camminare…

Ma tutti dicono che quando Lei è sul podio e comincia a fare musica…

Sì, lo so. E questo mi fa sentire completamente felice.

(cit. Richard Orsborne, Conversazioni con Herbert von Karajan, trad. italiana di Oddo Piero Bertini, ed. Guanda, 1990, pp. 177-178)

Annunci

9 pensieri su “Trentesimo anniversario della morte di Herbert von Karajan

  1. Grazie per questo splendido ricordo.
    Invidio davvero chi ha avuto la possibilità di sentire dal vivo l’orchestra di Karajan…meraviglie come l’“Alpensinfonie“ o la Sesta di Mahler o qualsiasi pezzo di Sibelius o Ciaikovoski devono essere state davvero esperienze quasi mistiche. Tuttavia, oltre al suo repertorio „standard“, mi piacerebbe sapere cose ne pensi delle sue incisioni di musiche del Novecento „storico“…se qualche interpretazione mi lascia un poco perplesso (il „Sacre“ o „Apollon“), altre secondo me entrano di diritto fra le tre-quattro interpretazioni fondamentali di quei brani: il Concerto per Orchestra di Bartok, la Decima di Shostakovich, la Quinta di Prokofiev…e, soprattutto, i suoi dischi dedicati a Schoenberg, Berg e Webern.
    Esecuzioni così sontuose dei Tre pezzi di Berg o di Pelleas et Melisande o così analiticamente lucide, ma anche musicalissime, di tutti i brani orchestrali di Webern (la Passacaglia!) non hanno eguali, anche di fronte a intepretazioni assai giustamente acclamate (penso a Boulez o Gielen, giusto per nominare i primi due grandi che mi vengono in mente…).

    Mi piace

      • Giustissimo! Un altro brano fuori dal suo repertorio “mainstream” dove resta in effetti insuperato…peccato non esistano registrazoni di altri brani magari meno conosciuti come le “Tallis variations” di Vaughan Williams o di un qualsiasi brano di Kodàly (in tutta onestà, non so nemmeno se questi due autori Karajan li abbia mai affrontati anche in concerto).

        Mi piace

      • Delle Tallis Variations, che Karajan eseguì anche in concerto quattro o cinque volte, esiste l’ incisione 1953 con la Philharmonia Orchestra, reperibile nella recente ristampa Warner della discografia registrata per la EMI. Sempre con la Philharmonia, nel 1959 Karajan registrò la Suite da Hary Janos, credo l’ unico pezzo di Kodály da lui eseguito

        Mi piace

  2. Spiace che non esistano registrazioni commerciali delle sue interpretazioni di Penderecki, Ligeti e Henze, il quale fu estremamente soddisfatto dall’ esecuzione della Sonata per archi preparata insieme a Karajan nel 1963 a Berlino

    Mi piace

    • Grazie per le preziose segnalazioni. Proverò a cercare le incisioni da te nominate.
      Un’ultima cosa…ma davvero quella registrazione delle “Stagioni” di Haydn è così terribile? Io l’ho ascoltata più e più volte e non mi sembra affatto sia così…possiamo discutere sulla “beethovenizzazione” che Karajan fa di Haydn (come anche nelle sinfonie), ma, onestamente, l’inizio dell’oratorio o il preludio dell’Inverno mi sembra rechino proprio il timbro della tipica capacità “narrativa” di Karajan.
      Per il resto…ma davvero il povero Hollweg è così inascoltabile? Ne ho sentiti a mazzi di peggiori di lui in questi ultimi anni… 😉

      Mi piace

      • Sono anche in questo caso d’ accordo. È chiaro che i giudizi vanno contestualizzati. Poi Karajan in Haydn era un grandissimo. Oltre al brio e alla gagliardia che nelle Sinfonie sa mettere in risalto come pochssimi altri, il disco di “Die Schöpfung” con Wunderlich è una tra le incisioni più belle di tutti i tempi e la seconda registrazione, quella live con Mathis, Araiza e Van Dam, non è da meno

        Mi piace

  3. Mi limito solo alla emozione che ho provato, Gianguido, nel leggere i tuoi ricordi relativi a momenti di vita musicale che ti sono rimasti indelebili nell’ascolto del grande Maestro. Ho altri ricordi ma non quelli e, sono sincero, ho provato anche un pò di invidia.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.