Bayerische Staatsoper – Salome

Foto ©Wilfried Hösl

La nuova produzione della Salome affidata a Kirill Petrenko e Krzsystof Warlikowski era senza dubbio l’ evento di punta nel cartellone del Münchner Opernfestspiele, la rassegna che tradizionalmente conclude la stagione della Bayerische Staatsoper. I biglietti per le tre recite in programma sono andati letteralmente a ruba in tutta Europa e anch’ io mi sono messo in viaggio alla volta della capitale bavarese attirato da uno spettacolo che, in teoria, dal punto di vista artistico prometteva moltissimo. La sera della seconda recita era anche quella dell’ Oper für alle, la diretta su grande schermo che il teatro offre ogni anno al pubblico monacense. Più di diecimila persone affollavano la Max-Joseph-Platz per assistere alla trasmissione, in un clima di festa assicurato anche dalla precisione organizzativa curata nei minimi particolari, per cui i tedeschi vanno giustamente famosi. Oltre a questo, la diretta veniva diffusa in streaming dal sito del teatro ed è stata seguita da più di centomila persone in tutta Europa, secondo dati forniti ufficialmente dalla Bayerische Staatsoper. Davanti all’ ingresso del Nationaltheater, decine di persone cercavano di procurarsi un ingresso prima dell’ inizio esponendo i classici cartellini con scritto SUCHE KARTEN. Ne valeva la pena? Direi sì e no, confrontando le mie impressioni dopo lo spettacolo con le aspettative della vigilia. Soprattutto la parte scenica è stata per me una mezza delusione, per l’ impostazione di una messinscena che ha ricevuto numerosi dissensi alla fine della prima rappresentazione ed è stata poi giudicata irrisolta e artisticamente incompleta da quasi tutti i colleghi della stampa tedesca. Krzsystof Warlikowski è un regista dalle idee forti e i suoi spettacoli sono sempre di grande impatto, ma in questo caso non sembra aver colto il nucleo drammaturgico del testo e la sua visione del capolavoro di Richard Strauss è apparsa anche a me sbagliata già nelle premesse.

Foto ©Wilfried Hösl

Secondo un espediente che ormai sta diventando abbastanza noioso per l’ abuso che ne fanno i registi di oggi, in questo allestimento l’ azione scenica inizia in anticipo rispetto alla musica. L’ epoca della vicenda è spostata al periodo della Seconda Guerra Mondiale. Sulle note di una registrazione del Lied mahleriano “Nun will die Sonn‘ so hell aufgehen” dai Kindertotenlieder, all’ apertura del sipario ci troviamo di fronte a una specie di biblioteca dove si nasconde un gruppo di ebrei perseguitati dal nazismo, che probabilmente per passare il tempo si dedicano a pantomime sceniche. Finita questa abbastanza noiosa digressione, finalmente ascoltiamo il geniale arpeggio del clarinetto, che con il suo oscillare fra tonalità maggiore e minore stabilisce immediatamente il clima di malattia psicologica, di fantasie perverse che dominano la mente dei personaggi nel testo di Oscar Wilde musicato da Strauss. Nel prosieguo dell’ azioone, poco di tutto questo era visibile in una regia che, come moltissime tra quelle odierne, si è dimostrata incapace di sviluppare scenicamente un concetto di base che poteva anche essere interessante. Difficile cogliere qualche traccia di perversione o di deliri psicologici in un Herodes dal comportamento scenico indifferente e in una Herodias che sembrava una Hausfrau tedesca in pensione, di autorità profetica in un Jochanaan abbigliato come un evaso da Sing Sing e di atmosfera tragica incombente in una recitazione complessiva che a me è sembrata monotona, poco rifinita e ricca solo di banalità gratuite. Mancava anche, tra le altre lacune di questa produzione, il senso dell’ incomprensione tra personaggi provenienti da varie culture che è un aspetto molto importante del testo di Wilde e che qui scompare del tutto, visto che in scena si vedono solo ebrei e simboli della religione israelitica. Il tutto si concludeva con un suicidio di massa dei protagonisti, che alla conclusione ingeriscono fialette di veleno come i generali delle SS in carcere. Immagino che ulteriori spiegazioni a quanto ho cercato di descrivere e che molti di voi avranno visto nella diretta streaming fossero contenute nei testi esplicativi pubblicati nel programma di sala, che io come sempre ho evitato di leggere per quella che io considero una questione di principio. Secondo il mio modo di vedere, nella sua interpretazione del testo un regista deve spiegarsi esclusivamente tramite ciò che si vede sulla scena e se uno spettacolo richiede una spiegazione preliminare per essere compreso, ciò vuol dire che la produzione è sbagliata già in partenza. Come dice il Conte nel quarto atto delle Nozze di Figaro: “Tu sai che là per leggere io non desio d’ entrar”. Riprendendo una vecchia battuta di Fedele D’ Amico, anche all’ opera non è per leggere che desiamo d’ entrar. Per chiudere il discorso, in questo caso abbiamo visto una prova in tono minore di un regista che ci aveva abituato ad esiti ben più significativi come la geniale, emozionante Iphigénie en Tauride che la Staatsoper Stuttgart ha recentemente ripreso con successo.

Foto ©Wilfried Hösl

Sul podio, Kirill Petrenko ha salvato pressochè da solo l’ esito della serata con una prova di livello tecnico assolutamente eccezionale. Il futuro Chefdirigent dei Berliner Philharmoniker modella squisitezze strumentali in mezze tinte lucidamente trasparenti alternate con scoppi orchestrali laceranti, in una visione interpretativa tesa come un arco, di taglio chiaramente espressionistico, che corre dritta e implacabile fino alla tragedia finale. La Bayerische Staatsorchester asseconda le intenzioni del suo Generalmusikdirektor con una prestazione semplicemente sbalorditiva per qualità sonora, compattezza e precisione d’ insieme. Le asprezze strumentali e la puntigliosa sottolineatura delle intederminatezze armoniche nell’ interludio che funge da riassunto musicale delle perversioni mentali della protagonista e il virtuosismo orchestrale spinto fino agli estremi nella Tanz der sieben Schleier, scenicamente risolta in una danza con un ballerino raffigurante la Morte che costituiva uno tra i pochi momenti validi della messinscena, erano insieme al tragicissimo finale, con esplosioni orchestrali al limite della brutalità, i particolari migliori di una direzione davvero originale nelle idee e tecnicamente di altissima qualità. Purtroppo, le manchevolezze della compagnia di canto non potevano essere emendate dal podio. Marlis Petersen, cinquantunenne soprano originario di Sindelfingen, è una cantante molto intelligente e dal temperamento interpretativo originale, che la rende in grado di esprimere tutte le sottigliezze di significato dei testi che affronta grazie anche a una musicalità notevole, a un senso dello stile sicuro e a una dizione molto rifinita e curata nei dettagli. Dal punto di vista scenico, la sua Salome si faceva apprezzare anche per l’ intensità drammatica della caratterizzazione. La tecnica di emissione però non è proprio di quelle irreprensibili soprattutto per quanto riguarda il passaggio dal settore centrale della voce a quello acuto, che spesso suona abbastanza fisso e “indietro”. Nelle tessiture tutto sommato abbastanza centrali di molti passi in stile di conversazione il problema non si avvertiva più di tanto, grazie anche alle belle invenzioni di fraseggio che la cantante di Sindelfingen riesce ad esibire quando il suo strumento non è sotto sforzo a causa di una tessitura impegnativa. I problemi venivano fuori in modo evidente nella scena con Jochanaan e soprattutto nel lungo monologo finale, dove la poca sostanza del medium e il settore acuto che nei passaggi di slancio suonava fuori proiezione impedivano una resa adeguata del brano. La parte di Salome dovrebbe essere cantata, secondo l’ autore, da una sedicenne con la voce di Isolde. Direi che la Petersen non è in grado di soddisfare questi requisiti, proprio per il mezzo vocale non adeguato alle esigenze del ruolo.

Foto © Wilfried Hösl

Per quanto riguarda gli altri ruoli, le cose a mio avviso migliori si sono ascoltate dal Narraboth di Pavol Breslik e dal Paggio di Rachael Wilson, chissà per quale motivo raffigurato dal regista come una donna, che hanno esibito voci di bel timbro e abbastanza ben proiettate. Herodes richiederebbe un tenore dal fraseggio molto più mobile e nevrotico di quello messo in mostra da Wolfgang Ablinger-Sperrhacke, che è apparso anche scenicamente abbastanza impacciato. Il cinquantaduenne baritono bavarese Wolfgang Koch è uno tra i cantanti prediletti da Kirill Petrenko, che lo ha utilizzato in quasi tutte le sue produzioni a München. Dal punto di vista scenico, la sua caratterizzazione del personaggio di Jochanaan era abbastanza adeguata per imponenza, ma vocalmente le cose non funzionavano proprio: la voce è voluminosa ma bassa di posizione, dura a partire dal DO centrale e con un fastidioso vibrato nelle note alte. Di conseguenza, le limitazioni imposte al fraseggio risultavano pesanti e il tono carismatico del profeta risultava abbastanza appannato. Molto professionali l’ Herodias di Michaela Schuster e tutte le numerose parti di fianco. Il successo, dopo le contestazioni al team registico della prima recita, questa volta è stato intensissimo sia in teatro, con intensissimi applausi culminati in vere e proprie ovazioni da stadio accompagnate da urla di “Bravo!” a Petrenko e alla Petersen, sia all’ esterno quando i protagonisti della serata, secondo una tradizione della Oper für alle, si sono presentati sulla scalinata del Nationaltheater per salutare il pubblico che aveva seguito la diretta. Volendo fare un bilancio complessivo dal mio punto di vista, la direzione di Petrenko valeva assolutamente il viaggio fino a München. Il resto, probabilmente un po’ meno.

2 pensieri su “Bayerische Staatsoper – Salome

  1. Ciao Gianguido,
    anch’io ho seguito lo streaming (quelle didascalie in giallo a volte sono incomprensibili. Ho scritto al webmaster ma ha risposto dicendo che dalle prove a loro non risulta) e ringrazio sempre il teatro di mettere a disposizione gratuitamente alcune recite del cartellone. Condivido in pieno le tue osservazioni sia per quanto riguarda la regia (immaginarsi, fra l’altro, che il profeta alla fine resti seduto assieme ad Erode è stato il massimo) che per i cantanti. L’ovazione da stadio per Petersen mi è risultata sovrastimata. Il penultimo verso recita „Ich habe deinen Mund geküßt, Jochanaan“ ebbene quel Jochnaan deve seguire la linea discendente mentre lei l’ha alzata segno che non stava nelle sue corde il seguito. Schuster nel finale ha cacciato addirittura un urlo al posto di una nota mentre, riascoltando la recita, l’interpretazione di Koch, come hai detto, ha avuto diversi punti oscuri.
    Spiace che Petrenko e Bachler se ne vadano. D’altronde uno è nel pieno della sua carriera e l’altro ha già dato e assai bene.
    Devo trovare il tempo, il prossimo anno, di assistere almeno ad una recita in quel teatro.

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    • Ho guardato anch’ io lo streaming, prima di scrivere. Devo fare i complimenti alla regia, perché è riuscita a dare un’ idea abbastanza attendibile di quello che si vedeva in sala. Monaco vale frequenti viaggi, sia per il teatro che per la qualità delle stagioni sinfoniche

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