Antonio Juvarra – “Appoggio” e “Sostegno” nel canto

Eccovi, come sempre, il consueto articolo mensile di Antonio Juvarra. Questa volta il docente veronese ci spiega i concetti di appoggio e sostegno nella tecnica vocale. Grazie come sempre ad Antonio per la collaborazione e buona lettura a tutti.

 

‘APPOGGIO’ E ‘SOSTEGNO’ NEL CANTO

Nel canto di scuola italiana, gradualmente si è affermato un concetto tecnico-vocale, che ha preso il nome di ‘appoggio’.

Occorre chiarire che al tempo in cui sono nate certe metafore del canto (com’è appunto quella dell’ appoggio e dell’ appoggiare la voce), queste aderivano perfettamente alla logica del fenomeno di cui erano l’ analogia, senza che il loro significato venisse stravolto o si convertisse nel contrario. Per spiegarmi meglio con un esempio: se io ‘appoggio’ qualcosa per terra, sia esso un piede o un oggetto, è evidente che non sto ‘sostenendo’ nulla, ma sto, appunto, ‘appoggiando’.

Ora, nel ‘non occuparsi’ (a parole…) di didattica vocale, la foniatria artistica è riuscita (nei fatti) a far passare per buona questa idea: l’ ‘appoggio’ e il ‘sostegno’ sarebbero due manovre tecnico-vocali distinte, che il cantante dovrebbe ‘azionare’ direttamente, stando attenti che una non prevalga sull’ altra, un po’ come succede col freno e l’ acceleratore di una macchina.
In sostanza, quando il cantante sente che sta ‘appoggiando’ troppo, allora dovrebbe compensare l’ eccesso, ‘sostenendo’ (intendendo sostanzialmente per ‘sostenere’ il buttare dentro la pancia), e viceversa, quando sente che sta ‘sostenendo’ troppo, allora dovrebbe compensare l’ eccesso, ‘appoggiando’ di più (intendendo per ‘appoggiare’ il buttare fuori la pancia).

Per rendersi conto dell’ assurdità di questa concezione, basta solo tener conto del fatto che l’ appoggio non è un’ ATTIVITÀ muscolare volontaria, esercitata dal cantante, ma è una forma di EQUILIBRIO dinamico che si AUTOSOSTIENE e che è possibile TROVARE solo gradualmente con l’ esercizio.
Per essere più chiari, nel suo significato originario l’ ‘appoggio’ era l’equivalente del movimento gravitazionale discendente con cui ‘appoggiamo’, appunto, un piede per terra nel fare un passo quando camminiamo, oppure ci ‘appoggiamo’ su una sedia per sederci (in questo caso, ovviamente, l’ analogia NON riguarda l’ atteggiamento esterno del corpo, che mantiene la sua naturale ‘postura nobile’).
Altre antiche espressioni tecnico-vocali che racchiudono in sé questo concetto fondamentale dell’ avvio del suono in corrispondenza della fase DISCENDENTE, espiratoria, della parabola respiratoria, sono “PORGERE il suono” (che allude al movimento parabolico discendente della mano che regge un vassoio, nel momento in cui si offre qualcosa a qualcuno) e “cantare SUL fiato”, che analogamente allude al tranquillo scendere e appoggiarsi del suono sulla corrente del fiato e che è totalmente diverso dal moderno ‘buttare-proiettare’ il suono.

Per sintetizzare in una metafora concreta questa operazione preliminare del belcanto, ci fu chi nell’ Ottocento definì l’appoggio del canto “la sedia della voce”.
Ora proviamo ad applicare all’ atto del sedersi i concetti di ‘sostegno’ e ‘appoggio’ nella loro moderna accezione e prenderemo subito coscienza della loro assurdità. Ad esempio, s’ è mai visto qualcuno che, stando seduto su una sedia, pensi: “mi sto appoggiando troppo alla sedia; devo ‘sostenermi’ di più, sollevandomi di qualche centimetro”? Oppure, al contrario: “non sono abbastanza seduto, devo appoggiarmi di più alla sedia, tirandola a me con le braccia”?
Evidentemente no, ma questi sono gli atti assurdi che vengono indotti oggi nel canto, interpretando in chiave moderna, meccanicistica, i concetti di ‘appoggio’ e ‘sostegno’.

Per chiarire ancora meglio le idee (e rimettere le cose al loro posto), occorre innanzitutto chiedersi: quando ci si siede e quando si canta, chi è che sostiene e chi è che si appoggia”? Nel caso del sedersi, è ovvio che la risposta è: ad ‘appoggiarsi’ è la persona che si siede, e a ‘sostenere’ è la sedia. E nel caso del canto? Ana-logicamente (ossia rispettando rigorosamente la LOGICA dell’ analogia) la risposta sarà: ad ‘appoggiarsi’ è chi canta, e a ‘sostenere’ è il sistema (automatico) della respirazione (e NON il cantante con le sue azioni muscolari volontarie, finalizzate a ‘sostenere’, dato che il cantante NON è un facchino).
Di conseguenza pretendere che, cantando, uno ‘sostenga’ è esattamente come pretendere che uno, stando seduto, si ‘sostenga’.

Che il ‘sostegno’ (inteso nella sua accezione moderna, foniatrica, di rientro VOLONTARIO dei muscoli addominali) sia una manovra superflua, che rende impossibile in partenza proprio il crearsi dell’ equilibrio dinamico naturale del vero appoggio, appare subito chiaro se solo si pensa che, essendo il canto espirazione, è ovvio e implicito che i muscoli addominali rientreranno gradualmente (e da soli!) per realizzare appunto l’ espirazione, senza nessun bisogno quindi che il cantante attivi la grottesca manovra di rientro volontario dei muscoli addominali (sia essa ‘giustificata’ o no dall’ intenzione surreale di “sostenere il diaframma nella sua risalita” (?!) ) Questo fantascientifico “sostegno” equivale, per sensatezza, al proporsi di “sostenere” con una mano uno dei due piatti di una bilancia: è evidente a tutti che in questo modo si renderà impossibile in partenza il realizzarsi del fenomeno dell’ EQUILIBRIO, dato che la mano che sostiene uno dei due piatti impedirà di per se l’ incontro e il rapporto dei due ‘pesi uguali’ (= equi-librio)

Che cosa bisogna fare allora per realizzare il vero appoggio? Innanzitutto evitare manovre superflue (e squilibranti) come il ‘sostegno’, cioè il rientro volontario dei muscoli addominali, manovra che, come abbiamo visto, corrisponde allo stare ‘sollevati DALLA sedia’, invece che stare ‘seduti SULLA sedia’. Il rientro dei muscoli addominali avviene gradualmente in automatico e, cantando sul forte e mezzoforte, diventa visibile esternamente solo alla fine di una frase.

In secondo luogo occorre sapere che cos’ è questa sedia metaforica del canto e dove trovarla. Ora, avendo stravolto la respirazione naturale globale col tabù della respirazione ‘alta’ e avendo introdotto nel canto l’idea dell’ inspirazione come movimento artificialmente discendente (invece che naturalmente ASCENDENTE), è come se la foniatria artistica avesse distrutto la ‘sedia’ del vero appoggio (belcantistico), sostituendolo con la manovra (meramente compensativa) del ‘sostegno’, che è appunto la manovra dello stare sollevati dalla sedia sui cui ci si è ‘seduti’.

Più precisamente, avendo inibito il naturale, lieve auto-innalzamento del torace in fase inspiratoria (l’ equivalente del sollevare il piede per fare un passo), la foniatria ha reso impossibile il successivo movimento discendente dell’ appoggio in corrispondenza dell’ avvio del suono (l’ equivalente dell’ appoggiare il piede per fare un passo), e ha dovuto introdurre la compensazione artificiale chiamata ‘sostegno’.

Volendo ricorrere ad altre analogie che rendano l’ idea dell’ assurdità del ‘sostegno’, possiamo pensare a una nave che per galleggiare utilizzi un’ elica rotante posta sotto la chiglia, oppure si può pensare a una persona che, invece di stare semplicemente in piedi, si proponga di stare in punta di piedi, il che implica appunto che essa si ‘sostenga’ dal basso all’ alto, invece che, stando sopra, APPOGGIARSI su ciò che è sotto. È stupefacente scoprire che in greco la metafora dell’appoggio è quella ha generato la parola che indica la conoscenza obiettiva, cioè la vera conoscenza (che oggi chiamiamo, per antonomasia, ‘scienza’). Questa parola è ‘episteme’, che significa appunto, letteralmente, ‘stare sopra’. Stare sopra che cosa? Ovviamente stare sopra la realtà, da cui consegue che secondo i greci l’ episteme-scienza era concepita come un modo di APPOGGIARSI sulla realtà, essendo evidente che la realtà non ha bisogno di essere ‘sostenuta’ da nessuno, ma è essa che sostiene. Analogamente il canto non ha bisogno di essere ‘sostenuto’ da nessuno, per cui chi vuole cantare (così come chi vuole conoscere) non ‘sostiene’, ma si ‘appoggia’ e, semplicemente appoggiandosi, mantiene il contatto con la realtà.

Volendo ora riprendere la metafora della sedia, oggi nel canto è come se ci trovassimo in un mondo dove si è persa la nozione di ‘sedia’ e della sua funzione, ma dove qualcuno è riuscito a conservare un vago ricordo delle persone nell’ atto di stare sedute e vorrebbe insegnarlo agli altri. Solo che il ricordo che ne ha, è molto confuso e sbiadito e, soprattutto, si è cancellato dalla sua mente un piccolo particolare: l’ esistenza dell’oggetto (la sedia), su cui quelle persone stavano sedute. Ed ecco qual è il risultato dei suoi insegnamenti: il moderno “sostegno-appoggio”, ossia un grottesco star ‘seduti’ SENZA sedia, compiendo ridicoli sforzi (tutti rigorosamente qualificati come ‘tecnici’ e ‘scientifici’) per ‘sostenersi’.

Questo ‘sostegno-appoggio’ (alias non-appoggio) si differenzia dal vero APPOGGIO, di tradizione italiana, per la presenza di un elemento superfluo, il rientro volontario dei muscoli addominali. In sostanza, mentre col vero appoggio occorre pensare a un solo elemento e cioè al contatto elastico iniziale con la base respiratoria (il che è sostanzialmente un’ emanazione naturale del movimento ASCENDENTE-DISCENDENTE dell’ onda respiratoria), invece col moderno “sostegno-appoggio” bisogna pensare a DUE elementi, dato che l’onda respiratoria, da normale onda ascendente-discendente è stata trasformata in surreale onda DISCENDENTE-ASCENDENTE, con cui, dopo aver ‘appoggiato’, si è costretti a ‘sostenere’ attivamente per non affondare.

Un criterio scientifico elementare stabilisce che nell’ accertare quale, di due ipotesi, è quella vera, si deve tener conto del rispettivo grado di semplicità, per cui, nel nostro caso, la concezione dell’ appoggio classico (basata sulla focalizzazione di un solo elemento, l’ appoggio) risulta superiore alla concezione del moderno sostegno-appoggio, basata sulla focalizzazione di DUE elementi, l’ appoggio e il sostegno.

Questo è anche il motivo per cui oggi la famosa frase di Beniamino Gigli “se ho inspirato bene, poi durante il canto non penso più alla respirazione” risulta ormai incomprensibile alla maggior parte dei cantanti, tutti impegnati a “sostenere” mentre cantano, invece di stare placidamente ‘appoggiati’, come faceva Gigli.

Antonio Juvarra

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