Osterfestspiele Baden-Baden 2019 – Riccardo Muti dirige il Requiem di Verdi

Foto ©Monika Rittershaus

In due serate attesissime, svoltesi in un Festspielhaus pieno in ogni ordine di posti, Riccardo Muti ha presentato al pubblico dell’ Orsterfestspiele Baden-Baden la Messa di Requiem di Giuseppe Verdi. Il settantasettenne direttore napoletano ha in repertorio questo capolavoro fin dagli inizi della sua carriera e la sua prima esecuzione con i Berliner Philharmoniker risale, credo, alla fine di agosto del 1989 quando Muti fu chiamato a sostituire sul podio il da poco defunto Herbert von Karajan. Io ho ascoltato il Requiem verdiano diretto da Muti in diverse occasioni a Firenze, all’ Arena di Verona (la straordinaria esecuzione dell’ estate 1980 con Montserrat Caballè, Brigitte Fassbänder, Veriano Luchetti e Ruggero Raimondi), alla Scala, a Londra e a Salzburg. Pur avendo sempre dato la mia preferenza a interpretazioni per me più complete come quelle, da me ascoltate dal vivo e in disco, di Abbado, Giulini e Karajan le esecuzioni di Muti, con la loro drammaticità squassante e i contrasti sonori altamente esasperati con effetti molto spettacolari, mi sono sempre piaciute. Di tutto questo oggi è rimasto ben poco. Con l’ avanzare dell’ età Muti ha modificato sostanzialmente la sua visione della partitura, che si è fatta molto più lirica e introversa. Servito come meglio non si poteva dalla splendida prestazione del Berliner Philharmoniker che hanno suonato in maniera assolutamente ideale e dal Chor des Bayerischen Rundfunks, splendido per omogeneità, bellezza timbrica, precisione di attacchi e nettezza di articolazione, Muti cesella atmosfere sonore preziose e colori orchestrali di ricercata, squisita bellezza in passi come il delicatissimo arpeggio in La minore delle battute iniziali,  il Liber Scriptus, l’ Offertorio e l’ Hostias. Per contrasto, escono leggermente diminuiti da questo nuovo taglio interpretativo i passi di concitazione drammatica come le varie riprese del Dies Irae e il Tuba mirum, che non suonano più con quella grandiosità tragica alla quale Muti ci aveva abituato nelle sue precedenti esperienze esecutive con la partitura del Requiem. Per riassumere, una lettura molto meditata e coerente, a suo modo anche affascinante nella sua profonda, commossa emotività interiore che però a me, durante tutto il concerto, ha spesso fatto rimpiangere le squassanti apocalissi sonore di esecuzioni mutiane precedenti come quella, indimenticabile, del 1987 alla Scala con un favoloso quartetto vocale composto da Cheryl Studer, Dolora Zajic, Luciano Pavarotti e Samuel Ramey, poi quasi subito trasferita in disco dalla EMI.

Foto ©Monika Rittershaus

In questo senso, la differenza più marcata fra questa esecuzione e le precedenti di Muti da me ascoltate in passato stava proprio in un quartetto di solisti per me decisamente non all’ altezza della situazione. Il trentottenne soprano sudcoreano Vittoria Yeo è una cantante dalla voce abbastanza sonora e timbricamente piacevole ma gestita male, senza un appoggio corretto, il che rende il suono molto spesso forzato nel settore centro-acuto. Nonostante la cantante spinga costantemente il suono, la voce non svetta negli ensemble e la Yeo arriva al Libera me finale stanchissima, con il celebre si bemolle conclusivo, per il quale Verdi in partitura prescrive quattro p, che suonava opaco e toccato solo di sfuggita. Elīna Garanča, gettonatissima diva ipercelebrata dal mainstream mediatico, è decisamente un mezzosoprano solo sulla carta: in realtà bastavano le prime note del Kyrie per rendersi conto subito che il timbro e il colore sono quelli di un soprano lirico non sfogato. La voce esce appoggiata solo dal centro verso l’ acuto quando la cantante lettone la emette nella gamma dinamica che va dal mezzoforte al piano e nei punti in cui può agire in tessitura centrale. Quando vuole invece, come d’ altronde questo ruolo richiede, cantare a piena voce, l’ emissione è priva di appoggio, la prima ottava è opaca, per nulla sonora, gommosa perchè è rimasticata in bocca e non suona avanti, come dicevano i vecchi maestri di canto. Inoltre, la pronuncia suona confusa, poco intelligibile e del tutto priva di senso del fraseggio. Francesco Meli esibisce ancora un bel colore vocale, purtroppo già intaccato dal repertorio pesante nel quale il tenore genovese strapazza da anni il suo strumento. La voce però non svetta mai con l’ autorità e lo squillo necessari per la parte, con il si bemolle dell’ Ingemisco che suona opaco e forzato. Decente però, anche se in odore di falsetto, il suono nelle prime frasi dell’ Hostias dove il cantante ha perlomeno tentato di rispettare le indicazioni dinamiche prescritte da Verdi. Il migliore dei quattro solisti, alla fine, è risultato Ildar Abdrazakov, uno dei due o tre bassi attivi nel repertorio italiano di cui si possa dire che cantano invece di urlare. La voce è abbastanza opaca negli acuti e non dotata di un registro grave sonoro ma il bel colore e la morbidezza del timbro, il buon legato e la capacità di colorire la frase e dare un senso alle parole del testo rendevano la prova del quarantaduenne basso russo davvero notevole. Il pubblico del Festspielhaus, tra il quale erano presenti spettatori arrivati da ogni parte d’ Europa con una significativa presenza di italiani, ha decretato un grande successo di pubblico all’ anziano direttore napoletano, applaudito a lungo insieme a tutti gli altri protagonisti della serata.

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3 pensieri su “Osterfestspiele Baden-Baden 2019 – Riccardo Muti dirige il Requiem di Verdi

  1. Muti è forse il direttore che ha ascoltato più dischi (nel senso di ispirarsi ai grandi del passato). Aveva Toscanini come modello principale, ma per la Messa da Requiem non prescindeva, né poteva prescindere, dall’inarrivabile interpretazione di De Sabata. La sua recente evoluzione (non l’ho ascoltato negli ultimi tempi nella Messa da Requiem, ma prendo naturalmente per buone le tue osservazioni) ricorda invece quella dell’ultimo Karajan, spasmodicamente attento ai colori orchestrali.
    Grande direttore, comunque e nonostante comportamenti antipatici e anche -spiace dirlo- a volte non professionali.

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  2. Anche Toscanini aveva progressivamente modificato la sua interpretazione del Requiem verdiano. L’ esecuzione del 1938 con la BBC Symphony Orchestra e quella del 1940 con la NBC Symphony Orchestra sono molto più flessibili e ricche di pathos rispetto all’ incisione ufficiale del 1951 che io ho sempre trovato rigida e spesso inutilmente bombastica. Per me De Sabata, Karajan (il video scaligero del 1967) e Abbado nella prima incisione con i complessi della Scala prevalgono su tutti gli altri. Ma ti inviterei ad ascoltare, se giá non le conosci, la registrazione DECCA di Fritz Reiner con i Wiener, del 1960 e quella EMI di Barbirolli del 1966, per me stupenda.

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  3. D’accordo su De Sabata, Karajan e Abbado, anche se per De Sabata era proprio il cavallo di battaglia. Reiner fruisce di orchestra e coro favolosi, e soprattutto di un tenore che per me è stato il più grande. Su Barbirolli non sono tanto d’accordo, perché mi pare un po’ freddo. E io sono un grande estimatore di Barbirolli. Poi confesso una cosa: per me l’inizio del dies irae è, ogni volta, un primo ascolto. De Sabata mi lascia senza fiato ogni volta, Barbirolli no.

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