Osterfestspiele Baden-Baden 2019 – Otello

Foto ©Lucie Jansch

Esito artistico molto al di sotto delle aspettative, per la nuova produzione di Otello che ha aperto la settima edizione dell’ Osterfestspiele Baden-Baden. Quasi tre ore e mezzo di pura noia, e questo dato dovrebbe bastare a chi conosce bene il capolavoro verdiano per capire cosa io voglia dire con la precedente frase. La delusione più amara è stata infatti causata da uno Zubin Mehta in condizioni fisiche precarie e a malapena in grado di garantire il controllo complessivo di buca e palcoscenico. Per il resto il procedere stanco, faticoso, lento della musica durante tutto lo spettacolo procurava una tristezza infinita a chi, come l’ autore di queste note, ha sempre ammirato il senso del teatro e la vitalità che caratterizzavano le interpretazioni operistiche dell’ ottantaduenne direttore indiano, alle cui esibizioni io non mi sono mai annoiato in tutte le volte che l’ ho ascoltato durante quattro decenni. Anche con tutta la buona volontà e la comprensione possibili non si poteva salvare praticamente nulla in una direzione uniforme e monotona nel fraseggio, piatta nella dinamica, che ricordava, per stanchezza e senso di trascinamento impotente, il procedere di un’ automobile con il freno a mano tirato. Anche i Berliner Philharmoniker, pur tecnicamente sempre esattissimi, non sembravano neppure lo stesso ensemble sonoro della fantastica prestazione ascoltata la sera precedente con Kirill Petrenko sul podio. Con tutta la stima da me sempre nutrita nei confronti di Zubin Mehta, della cui arte direttoriale io sono sempre stato un convinto estimatore e a cui debbo esperienze di ascolto indimenticabili, non posso fare a meno di dire che un artista in queste condizioni dovrebbe rinunciare a esibirsi, almeno per rispetto nei confronti di una fama meritatamente guadagnata in quasi sessant’ anni di carriera.

Foto ©Lucie Jansch

Se la delusione per un Mehta da cui mi aspettavo molto è stata cocente, la messinscena di Bob Wilson ha confermato tutte le mie previsioni più pessimistiche. Con l’ ausilio del suo numeroso e presumibilmente costosissimo team di assistenti il regista texano ha infatti praticamente riproposto lo stesso spettacolo che da trent’ anni mette in scena affrontando tutto il repertorio operistico, da Monteverdi alle opere moderne. Dopo un paio di minuti in cui veniva mostrato, su uno sfondo sonoro fatto di sibili di vento, un elefante abbattuto, questo sipario si alzava mostrandoci l’ immagine sonora che, con pochissime variazioni, costituisce il contenuto di tutti gli spettacoli di Wilson: recitazione statica con scarsi movimenti eseguiti al rallentatore, personaggi praticamente immobili in un apparato scenico fatto solo di luci al neon graduate dal blu al nero e alcuni elementi geometrici. Bob Wilson, tra le altre cose, nella sua idea del teatro lirico non sa palesemente che farsene del coro, costantemente relegato sullo sfondo in posizione immobile con un effetto che non aiuta per nulla l’ equilibrio tra l’ orchestra e un Philharmonia Chor Wien di qualità molto mediocre e disomogenea nelle sezioni. L’ effetto d’ insieme, combinato con la lentezza estrema della parte musicale, era di una noia assolutamente micidiale. Quasi tre ore passate guardando una serie di manichini abbigliati come le figure delle carte da poker e con la stessa espressione facciale data da un trucco pesante, che si muovevano come quei robot giocattolo a cui si stanno per scaricare le batterie, generava un senso di noia che raramente nella mia vita ho provato assistendo a una recita operistica.

Foto ©Lucie Jansch

Pesantemente penalizzata dalla recitazione imposta dalla regia e abbandonata a sè stessa da un direttore palesemente non in grado di suggerire alcunchè in sede di concertazione, la compagnia di canto ha offerto una prova quanto mai scadente. Da Stuart Skelton avevo ascoltato un Tristan piuttosto interessante qui a Baden-Baden nel 2016 ma il suo Siegmund nella Walküre di febbraio a München mi aveva lasciato parecchi dubbi sul piano della tenuta vocale. Alle prese con la vocalità italiana, il tenore australiano ha messo impietosamente in mostra tutti i difetti di una fonazione che rende la voce dura, timbricamente diseguale, forzata e con note acute opache oltre che spesso incerte dal punto di vista dell’ intonazione. Sonya Yoncheva, cantante bulgara pesantemente imposta dallo star system che vorrebbe presentarla come soprano assoluto, ha una voce di timbro gradevole ma generico, sforzata negli acuti e con un settore grave problematico. Vladimir Stoyanov era uno Jago senza carattere, privo della benchè minima sfumatura di fraseggio e della capacità di dare un senso a ciò che cantava. Poco interessante anche il Cassio di Francesco Demuro, tenorino dalla voce di poco spessore ma abbastanza gradevole e dal fraseggio complessivamente insignificante. Di livello mediocre anche il comportamento delle parti di fianco, dalle voci perlopiù sgraziate e dure. Successo abbastanza vivo alla seconda recita, quella a cui io ho assistito. La stampa tedesca riferisce però di forti dissensi e fischi insistiti rivolti al team registico, la sera della prima rappresentazione.

 

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