Münchner Philharmoniker – Joshua Bell e Krzysztof Urbański

Foto ©Mozart2006

La vita musicale monacense offre parecchi eventi per i quali vale la pena di fare un viaggio. Oltre agli spettacoli della Staatsoper, la vita concertistica presenta una ricca serie di appuntamenti interessantissimi come quelli della stagione dei Münchner Philharmoniker, il complesso sinfonico più antico della capitale bavarese. Fondata nel 1893 come Kaim-Orchester, dal nome del fabbricante di pianoforti Franz Kaim che ne fu uno dei fondatori insieme al Philharmonischer Chor München, l’ orchestra si chiamò a partire dal 1910 Orchester des Münchener Konzertvereins prima di assumere l’ attuale denominazione a partire dal 1928. Per storia e tradizione, i Münchner Philharmoniker sono da annoverare tra i complessi sinfonici tedeschi più illustri. Wilhelm Furtwängler fece il suo esordio nel 1906 proprio dirigendo questa orchestra, che nello stesso periodo presentò le prime esecuzioni assolute della Quarta e Ottava Sinfonia di Gustav Mahler sotto la direzione dell’ autore e successivamente di Das Lied von der Erde, poco dopo la morte di Mahler con Bruno Walter sul podio. Nel corso della sua storia l’ orchestra ha sviluppato una solida tradizione interpretativa bruckneriana sotto la guida di Ferdinand Löwe, che di Bruckner era stato allievo, di Siegmund von Hausegger e poi di Oswald Kabasta, ulteriormente approfondita nel dopoguerra da Rudolf Kempe e Sergiu Celibidache, che la diresse dal 1979 fino alla sua morte e con essa realizzò numerose incisioni audio e video che imposero il complesso all’ attenzione del pubblico internazionale. Dopo la scomparsa di Celibidache nel 1996 e i risultati abbastanza alterni della gestione di James Levine, i Münchner Philharmoniker hanno conosciuto di nuovo un periodo artisticamente florido con Christian Thielemann, che ne è stato  Chefdirigent dal 2004 al 2011 per poi lasciare il posto a Lorin Maazel, scomparso nel 2014. Dal 2015 Valery Gergiev è lo Chefdirigent del complesso e la sua attività si è indirizzata in particolare verso il repertorio russo e una nuova integrale delle Sinfonie di Bruckner, che viene anche pubblicata in CD e si concluderà nella prossima stagione.

Un’ immagine delle prove. Foto ©Münchner Philharmoniker/FB

Tra i concerti della stagione attualmente in corso alla Philharmonie Gasteig, mi interessava in modo particolare quello diretto da Krzysztof Urbański, trentasettenne direttore polacco ritenuto uno tra i grandi talenti emergenti del podio, con Joshua Bell come solista. Soprattutto la presenza del formidabile virtuoso nativo dell’ Indiana, che io da tempo ritengo il più importante violinista delle ultime generazioni e uno dei pochissimi tra quelli attuali in grado di reggere il confronto con i più illustri esponenti della storia dello strumento, mi ha spinto a fare il viaggio fino a München. In questa serata Joshua Bell presentava al pubblico del Gasteig il Concerto per violino op. 53 di Dvořák, scritto per il grande virtuoso tedesco Joseph Joachim che però non lo eseguì mai in pubblico nonostante avesse chiesto e ottenuto dal compositore significative modifiche alla partitura originale. Il lavoro ottenne comunque da subito un significativo successo ed è entrato nel repertorio di quasi tutti i grandi violinisti fino ad oggi. Joshua Bell finora non lo aveva mai suonato in pubblico ma la sua esecuzione è stata di  una maturità musicale e di una perfezione tecnica perfettamente all’ altezza di quanto mi aspettavo da un virtuoso della sua classe. Anche in una sala come quella del Gasteig, dall’ acustica non proprio favorevole, il suono del fantastico Stradivari “Gibson” del 1713 suonato da Bell si espandeva con una perfetta proiezione a partire dalla grande frase di entrata del solista, che Joshua Bell intona in maniera ampia e con la giusta carica di enfasi, assolutamente necessaria per evidenziare il tono della musica. Da qui in poi il violinista americano ci fa fatto ascoltare un ulteriore esempio della sua classe interpretativa da viruoso di levatura storica. Come ho già avuto modo di dire altre volte, Joshua Bell fraseggia al violino come un grande cantante, con quella che Stendhal chiamava la “dinamica sfumata”, ossia la capacità di variare in maniera continua e impercettibile il colore e l’ intensità del suono, e la sua classe di interprete di livello assoluto gli consente fraseggi di una cantabilità intensa e ricca di fervore, incredibile per la perfezione del respiro melodico e assolutamente trascinante. Splendida in particolare l’ esecuzione dell’ Adagio ma non troppo in cui il violinista dell’ Indiana ha sfruttato in pieno l’ affascinante sfondo sonoro servitogli dai Münchner Philharmoniker sotto la guida di un Krzysztof Urbański attentissimo nel calibrare il respiro dell’ accompagnamento orchestrale, per un’ interpretazione intensissima e ricca di fervore nella cantabilità melodica. Joshua Bell ha poi esibito tutto il meglio delle sue risorse tecniche in una lettura del Finale di impeccabile e squisita eleganza, che ha trascinato all’ entusiasmo il pubblico della Philharmonie Gasteig.

Foto ©Mozart2006

Veniamo adesso a parlare più dettagliatamente di Krzysztof Urbański, il giovane direttore polacco che anche in questa occasione mi ha confermato le impressioni positive riportate nei precedenti concerti in cui lo avevo ascoltato. Nato a Pabianice nel 1982, Urbański ha studiato alla Uniwersytet Muzyczny Fryderyka Chopina di Warszaw e a soli venticinque anni ha ottenuto il primo premio al Concorso di Interpretazione del Pražské jaro Festival. Dopo aver lavorato come assistente di Antoni Wit alla Filarmonica di Warszaw, il giovane direttore polacco ha iniziato una brillantissima carriera internazionale che in pochi anni lo ha portato sul podio di quasi tutte le maggiori orchestre del mondo. Urbański ha diretto i Münchner Philharmoniker per la prima volta nel 2015 e da allora è stato regolarmente reinvitato dall’ orchestra, con la quale dirigerà due programmi anche nella prossima stagione. Avevo già ascoltato i suoi concerti di qualche anno fa  a Stuttgart con la RSO des SWR e questa serata a München mi ha confermato che ci troviamo di fronte a uno dei grandi talenti emergenti della direzione d’ orchestra. Misurato ed elegante nel gesto, Krzystof Urbański possiede una tecnica solida e una capacità comunicativa davvero di primissimo livello. Dal punto di vista interpretativo, colpiscono l’ accuratezza della dinamica e il perfetto controllo delle sonorità, oltre all’ equilibrio e all’ eleganza del fraseggio. Senza dubbio, si tratta di un direttore che possiede tutte le qualità per ambire a una carriera di primissimo piano.

Foto ©Mozart2006

In apertura di serata, l’ esecuzione della Mala Suita (Piccola Suite) di Witold Lutosławski, partitura scritta dal compositore polacco nel 1949 e rielaborata per grande orchestra due anni dopo, è stata assolutamente esemplare per rigore stilistico ed eloquenza espressiva, con un fraseggio ricco di sfumature e una perfetta sottolineatura delle complesse scansioni ritmiche. Nella seconda parte, il giovane direttore ha presentato la Sinfonia N° 9 “Dal nuovo mondo” di Antonín Dvořák, una delle partiture più amate dai melomani di tutto il mondo. Krzysztof Urbański in questa occasione ha modificato sensibilmente l’ interpretazione che io avevo ascoltato da lui a Stuttgart e che successivamente ha registrato con la NDR Elbphilharmonie Orchester, della quale è dal 2015 primo direttore ospite. Il tono generale appariva molto più intenso, con tempi maggiormente mossi nel primo movimento e una progressione drammatica graduata in maniera davvero ammirevole. Splendida la lettura del Largo, in cui Urbański ha trovato accenti di fraseggio cantabile intensi e tinte orchestrali curate con grande raffinatezza. Molto bella anche l’ esecuzione dello Scherzo e assolutamente avvincente il clima di serrata intensità che il giovane direttore ha saputo conferire al Finale, condotto in un crescendo drammatico calcolato con grande attenzione e sagacia. Splendida la prova dei Münchner Philharmoniker, che hanno risposto perfettamente alle sollecitazioni del podio suonando con una precisione assoluta e una bellezza di suono davvero da orchestra di levatura internazionale. Grande successo alla fine, per un concerto che davvero valeva il viaggio. Per quanto mi riguarda, oltre al piacere di aver riascoltato un violinista che da anni è fra i miei preferiti, la serata mi ha dato la conferma dello sviluppo di un direttore dal talento indiscutibile, sicuramente uno tra i migliori giovani talenti del podio da me ascoltati negli ultimi anni.

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