Antonino D’ Emilio – “È bbellë, ma nun abballë”

Il Teatro di San Carlo

Il 19 marzo è andata in onda su Rai 1 la puntata del programma di Alberto Angela “Meraviglie” girata al Teatro di San Carlo. Antonino D’ Emilio, giovane studente di musica napoletano che da tempo segue fedelmente il blog, mi ha inviato una lettera per replicare a certi aspetti della trasmissione. Pubblico volentieri questa testimonianza. Grazie ad Antonino e buona lettura a voi.

È bbellë, ma nun abballë. È bello, ma non balla.         

                  OVVERO DE “IL REAL TEATRO DI SAN CARLO E LA SUA ACUSTICA”

È bellë, ma nun abballë è un modo di dire della lingua napoletana: si utilizza per qualificare una persona, una cosa, una situazione, che è sì bella, ma che non funziona; che non balla appunto. Un modo di dire semplice e conciso ma diretto e letterale. Ahimè! È questa la luttuosa realtà attuale del nostro amato San Carlo: ‘o San Carlë è bbellë, ‘o cchiù bbellë do’ munnë; ma nun abballë: nun abballë cchiù. Il San Carlo è bello, il più bello del mondo; ma non balla: non balla più. Ma perché Antonino dice così? E mo v’o ddichë, adesso ve lo spiego: Nella trasmissione di Alberto Angela, andata in onda su Rai Uno, il San Carlo è stato trattato come se fosse un museo, con l’ aggiunta di un po’ di storia del gossip, che piace sempre: gli stucchi, le decorazioni, il velario, il sipario storico; ‘o rilorgië e ‘o stemmë de’ Borbonë; l’ orologio e lo stemma borbonico; quannë pigliajë fuochë e commë ‘o stutajnë; quando prese fuoco e come spensero l’incendio; Barbaja e ‘o ccafè; Barbaja ed il caffè; Rossini che tënevë ‘a capa freshcë e che së futtetë ‘a muglierë ‘e issë; Rossini che era distratto dai divertimenti e che si rubò la di lui moglie; poi naturalmente la solita citazione di Stendhal; “uardatëlë a stu San Carlë! uardatë commë è bbellë! uardatë!”, “Guardate il San Carlo! Guardate com’è bello! Guardate!”. Ma Pataternë! Padre Eterno! ‘O San Carlë nun è nu museë; e nu triatë. Il San Carlo non è un museo; è un teatro. ‘O museë cë stannë ‘e muortë; al museo ci sono i morti. Nu triatë, invece, è na cosa viva. Viva. Nel teatro c’ è il suono; nel teatro si fa il suono. E il suono è una cosa viva. Ma… ma…

Ed eccoci arrivati al cuore della questione- ma… la condizione necessaria perché il suono possa emanarsi in tutta la sua ricchezza è l’ acustica del luogo. L’ acustica. Ovvero come uno spazio risuona. Ovvero come uno spazio dà spazio al suono. Perché il suono non è soltanto la materia sonora prodotta dallo strumento ma è la risultante della relazione che si instaura tra ciò che esce dallo strumento e come lo spazio lo fa risuonare, ovvero suono e risuono. E il San Carlo? Come risuona il San Carlo? Il San Carlo -Ahinoi!- non risuona più. Mai più! Ah! Fortunato colui che ha vissuto quel teatro prima di quel nefasto 2009! Egli avrà sicuramente inciso nelle sue orecchie e scolpito nel suo corpo il risuonare celestiale, magico, opulento, munificente, magnificente, quel risuonare che esaltava e dava spazio a ogni armonico possibile presente nel materiale sonoro generato dagli strumenti. Nessun teatro al mondo –Mo cë vo’!– aveva ed ha l’ acustica che aveva il nostro povero San Carlo (per citare un esempio problematico: la Scala, dopo la ricostruzione del ‘46, ha un’acustica fredda e sterile). Ma… ma con gli infausti lavori del 2009 tutto è stato scelleratamente distrutto. Tutto distrutto. Quella gloriosa, perfetta acustica è oramai soltanto un ricordo; del quale alcune empie bocche ancora oggi continuano a riempirsi, mentendo senza pudore alcuno. Gli armonici sono dimezzati, se non addirittura falciati per i due terzi. In questa realtà, conseguentemente alla natura degli strumenti, gli archi sono i più penalizzati; fiati e percussioni invece ne escono un pochino meglio. La conseguenza è la totale impossibilità di generare una forma sinfonica (ricordate: l’acustica è generatrice di forma). E le voci? Aaaaèèèèèèèjjjjjëëëëë! Nun në parlammë proprjë! Non ne parliamo proprio! Già le voci oggi giorno hanno i gravi problemi che hanno; uniti a quelli dell’ acustica, il risultato è che molte voci sono a stento udibili. Io, che oramai vi manco da più di due anni, me lo sono girato tutto quel teatro: destra, sinistra, sottë e ‘ngoppë; sotto e sopra: non si capisce dove mettersi per sentire un poco meglio. In ogni punto il suono è differente da ogni altro punto: e questo è un altro grave difetto. Quando invece l’ acustica che fu annoverava tra gli altri anche questo pregio: che il suono era esattamente uguale in ogni punto del teatro. Il posto meno peggiore è la Barcaccia: e grazië ‘o cazzë! Sta sopra il palcoscenico. E mi pare di aver notato che c’ è solamente un punto del palcoscenico dal quale la voce viaggia un poco meglio: un’ area circoscritta ad un quarto da destra ed una decina di metri di profondità. Che cosa sia accaduto non si sa esattamente. Le teorie sono due. I lavori del 2009 hanno apportato due grandi modifiche alla struttura del teatro: la costruzione di un bar sotto la platea, per il quale al terrapieno preesistente sono stati sostituiti materiali edili e il rinnovo delle macchine sceniche al di sotto del palcoscenico, per le quali pare che i vecchi tavolati e ponteggi in legname siano stati sostituiti da colate di cemento.

Di tutto questo ne ha parlato Alberto Angela ieri sera: vero? Come no! “Commë è bbellë ‘o San Carlë! Commë è bbellë!” Ma d’altronde non c’ è da meravigliarsene: non ne parlano i musicisti, figuriamoci una trasmissione televisiva di presentazione delle bellezze architettoniche. Ecco dunque l’ altro fatto grave: che nisciunë ricë mai nientë. Nessuno ne parla mai. E se il disastro è stato causato senz’ altro da un errore, il non parlarne, il non occuparsene, il non cercare di fare qualcosa per porre rimedio all’ atro scempio è un orrore, un atro orrore. Perché gli errori possono accadere; ma poi bisogna cercare di porvi un rimedio. Ed invece no: silenzio. Nisciunë ricë mai nientë. Il silenzio perpetua giorno per giorno, momento per momento quello scellerato disastro, quell’ errore nefando. Ed è peggiore dell’ errore stesso. Però poi tutti quanti se regnënë ‘a vocchë, si riempiono la bocca, della bellezza del teatro, che è il più bello del mondo, il più antico del mondo e blà blà blà. Sciù! P’a faccia llorë! Che io sappia, soltanto Roberto de Simone, quando il teatro fu riaperto dopo quei maledetti lavori, levò la sua autorevole parola riguardo allo scellerato misfatto. Ma poi, llà fernettë; là finì. In più, mi ha raccontato un signore, che lavora in palcoscenico, che allora fu chiamata una società tedesca, specializzata in studi sull’ acustica, ad occuparsi del problema e per fare una rilevazione. Risultato? L’ esito della rilevazione fu positivo: nessun problema, nessun danno fu rilevato dagli esperti. Bèh! signori… Mi pare proprio che in questa faccenda della rilevazione ci sia qualcosa che non quadri. Sciù! P’a faccia vostë! Ma qual è la conseguenza di tutto questo? Bisogna capire una delle funzioni della fenomenologia dell’ ascoltatore. Dunque, generalmente si dice che il pubblico assiste allo spettacolo. No, niente di più falso: assistere significa stare accanto; ma il pubblico non sta accanto: il pubblico sta dentro al fenomeno, non accanto: è parte vivente del fenomeno: è parte vivente dell’ acustica: come tale il pubblico è generatore di forma: non soltanto nella materia sonora, ma anche nella coscienza. Dunque, la maggior parte degli ascoltatori non musicisti, che partecipino a un concerto oppure a un’ opera al San Carlo, certamente non realizza coscientemente il fenomeno e il problema dell’acustica; ma certamente lo avverte subconsciamente: lo percepisce, lo sente; eccome se lo sente. E cosa accade allora? Accade che ne rimane deluso, profondamente deluso: le sue aspettative non sono soddisfatte. Egli non si entusiasma, non va in estasi. E qual è la conseguenza profonda di ciò? Accade che il pubblico reagisce al suono con vibrazioni disarmoniche; le quali sono rimandate agli esecutori; che a loro volta le ricevono e vanno in risonanza con tali vibrazioni, generando a loro volta vibrazioni disarmoniche. Quindi, che relazione si instaura tra tutti i soggetti in campo? Una relazione di morte; una condizione in cui non può nascere armonia, non può nascere un fenomeno vitale. La conseguenza finale? La gente si allontana e si allontanerà sempre di più dal teatro. Il quale diventa sempre di più un museo e sempre di meno un teatro. Commë aveva essërë bbellë ‘o San Carlë quannë abballavë purë!.. Come doveva essere bello il San Carlo quando ballava pure.

Una postilla conclusiva, su un argomento che mi sta molto a cuore: Nella trasmissione si sono udite le voci della Callas, di Pavarotti, di Corelli e un’ altra che non ho riconosciuto. Ma guarda? Figurati se perdevano occasione per piazzare la Callas e Pavarotti. No, signori! No! Questo è un falso alla memoria storica del San Carlo, un torto al suo vissuto e agli artisti che gli hanno dato splendente e gloriosa vita. La Callas e Pavarotti hanno cantato soltanto occasionalmente in quel teatro. Andava invece fatta sentire Renata, della quale il San Carlo è stato il grande regno italiano

(-Antonì, shcusa: ma chi Renata? Perché sai? Ce ne sono due di Renata…

-No no: Renata è una ed una sola. L’ altra è Renata Scotto).

Andava fatta sentire la grande Ebe, napoletana, che al San Carlo ha cominciato la sua gloriosa parabola artistica e che al San Carlo ha regnato reverenda sovrana per più di trent’ anni. Andava fatto ascoltare Gigli, altro sovrano glorioso del San Carlo. Corelli invece vi ha cantato molto; e il posto nella trasmissione se lo meritava tutto.

Antonino D’ Emilio

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