Internationale Bachakademie Stuttgart – Mozarts Requiem

Foto ©Martin Förster

Per il terzo appuntamento degli Akademiekonzerte alla Liederhalle, la scelta di Hans-Cristoph Rademann è caduta sul Requiem di Mozart, una partitura che da sempre è stata presente nei programmi concertistici della Internationale Bachakademie Stuttgart durante gli anni della gestione di Helmuth Rilling e che da tempo il direttore sassone voleva eseguire con i complessi della Gaechinger Cantorey riorganizzati secondo i criteri della prassi esecutiva storicamente informata. Nell’ impaginazione complessiva del programma, l’ ultimo capolavoro incompiuto del musicista salisburghese era accostato a una rarità come la Symphonie funèbre in do minore di Joseph Martin Kraus, un compositore riscoperto negli ultimi anni grazie anche ad alcune fortunate incisioni discografiche, la cui durata di vita è quasi sovrapponibile a quella di Mozart visto che entrambi nacquero nel 1756 e Kraus morì un anno dopo il genio di Salzburg. Bavarese di nascita, Joseph Martin Kraus svolse la maggior parte della sua attività cone Hofkapellmeister alla corte del re Gustavo III di Svezia e scrisse la Symphonie funèbre come musica per il funerale del sovrano, ferito a morte nella notte fra il 15 e il 16 marzo 1792 dal conte di Anckarström durante un ballo in maschera; come gli appassionati sanno bene, questa vicenda ispirò la trama dell’opera Gustave III o le Bal masqué di Daniel Auber, il cui libretto servì di base a Giuseppe Verdi per farsi scrivere da Francesco Maria Piave il testo di Un Ballo in maschera. La Sinfonia VB 148 in do minore di Kraus colpisce innanzi tutto per la struttura in quattro movimenti lenti, pressoché unica nel panorama musicale del Settecento, e per il tono di commossa e severa ispirazione oltre che per la qualità elevata delle melodie. Non esistono prove certe di un incontro fra Kraus e Mozart, anche se il compositore bavarese trapiantato in Svezia abitava poco distante dal suo celebre collega durante un suo soggiorno viennese, ma le analogie stilistiche di questa musica con certe soluzioni di scrittura mozartiane suonano abbastanza evidenti all’ ascolto. Hans-Cristoph Rademann ha eseguito questo brano, senza dubbio di bellezza molto notevole, evidenziando assai bene la nobiltà espressiva delle melodie e il tono di pathos commosso e coinvolgente dell’ atmosfera di insieme.

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Foto ©Martin Förster

Nelle esecuzioni del Requiem K. 626 il problema principale è sempre costituito dalla scelta della versione da eseguire, dopo che il completamento portato a termine per motivi principalmente pratici da Franz Xavie Süßmayr è stato definitivamente abbandonato dalla pratica esecutiva moderna. Le due edizioni più adottate nella prassi concertistica del nostro tempo sono quelle di Robert Levin e di Franz Beyer. Come tutte le altre edizioni di questo capolavoro incompiuto, anche queste possono essere oggetto di discussione visto che i problemi di natura musicologica posti dalla realizzazione di questo splendido frammento sono numerosi e disparati. Diversamente da Helmuth Rilling, che prediligeva la versione di Robert Levin che aggiunge la Fuga conclusiva del Dies Irae, completata in base alle indicazioni degli schizzi lasciati da Mozart e presenta un generale alleggerimento della strumentazione, che lo studioso americano ha orientato ispirandosi agli organici dei lavori sacri composti dal musicista durante il suo periodo salisburghese, Hans-Cristoph Rademann ha scelto l’ edizione curata da Franz Beyer e pubblicata dalla Carus Verlag nel 1981. Il musicologo tedesco, scomparso pochi mesi fa all’ età di 92 anni, ha lasciato abbastanza inalterata la struttura compositiva elaborata da Süßmayr, che dovette praticamente inventarsi le ultime tre sezioni della Messa funebre partendo dagli abbozzi lasciati da Mozart al momento della morte. La partitura curata da Beyer si limita ad alleggerire la strumentazione preparata dall’ allievo di Mozart e a semplificare certe soluzioni compositive stilisticamente improprie. Partendo da questi presupposti, la direzione di Rademann si caratterizzava per un tono sommesso e sfumato, di profonda e intensa meditazione espressiva, con sonorità orchestrali morbide, sfumate e di grande trasparenza. Perfetta la resa dei passaggi contrappuntistici, che la condotta di fraseggio impostata dal musicista sassone sottolineava splendidamente in tutti i particolari, grazie alla prova assolutamente magistrale della Gaechinger Cantorey, che sempre di più si conferma uno dei complessi corali tedeschi più preparati in questo repertorio, per la perfetta articolazione di tutte le sfumature del testo e la morbidezza degli impasti sonori. Tra i solisti, la prova migliore è stata fornita dal giovane mezzosoprano sassone Julia Böhme, cantante di voce luminosa e ben controllata. Buone anche le prestazioni del soprano Sarah Wegener e del tenore Patrick Grahl. Anche il giovane basso-baritono croato Krešimir Stražanac, cantante conosciuto e stimato dal pubblico di Stuttgart come una fra le voci più promettenti delle ultime generazioni, ha fornito una prova eccellente per partecipazione espressiva e rifinitezza vocale. Successo assai vivo per una serata di ottimo livello musicale.

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