Le cronache di Alessandro Cortese – “Der fliegende Holländer” a Firenze

Foto ©Terra project / Contrasto

Ricevo e pubblico la prima recensione dell’ anno inviata da Alessandro Cortese, che ha seguito per noi la produzione di Der fliegende Holländer andata in scena al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino.

 

“Der fliegende Holländer” al Teatro dell’Opera del Maggio Musicale Fiorentino

Terminata la recita, la memoria non può fare a meno che ricordare l’ultima occasione in cui il pubblico fiorentino ha potuto ascoltare e apprezzare Der fliegende Holländer. Era il 1993, il Teatro Comunale era inagibile e fu giocoforza spostare la rappresentazione nel più contenuto Teatro Verdi di via Ghibellina e proporla in forma di concerto: cantavano Bernd Weikl, Deborah Voigt, Ben Heppner e Manfred Schenk, mentre il podio vedeva come protagonista Myung-whun Chung; ovvero uno dei cast più ragguardevoli che all’ epoca si potesse scritturare per onorare al meglio l’ opera wagneriana. E fu un successo di pubblico e critica.
A distanza di ben ventisei anni, il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino ripropone il titolo, senza però raggiungere l’ esito artistico sperato, né bissare il successo della precedente edizione. Parte della colpa va cercata nella direzione del Maestro Fabio Luisi, al suo esordio nell’ approcciare questo titolo: lo propone nella versione in tre atti accettando le modifiche che il compositore effettò dopo la prima del 1843, ma concedendo una pausa alla fine del primo atto ed una breve parentesi per il cambio delle scene al termine del secondo. Non un approccio felice, lo dico subito. Già al Metropolitan di New York, Luisi aveva dimostrato ben poca dimestichezza nel padroneggiare lo stile delle partiture wagneriane quando fu chiamato a sostituire James Levine sul podio di un Ring des Nibelungen: una interpretazione certamente precisa e puntuale, ma parecchio superficiale oltre che di tensione emotiva particolarmente bassa e manchevole nello stile, riducendo l’ epica, l’ umanità, la riflessione ed il lirismo wagneriano ad una lutulenta e zuccherosa colonna sonora.

In questo Holländer fiorentino non si va molto oltre.  I tempi con i quali viene svolta l’ Ouverture sono improntati ad una rapidità che toglie il respiro, al pubblico e ai professori d’ orchestra, a pieno discapito della precisione del golfo mistico. Mai infatti avevo ascoltato l’ orchestra del MMF in così evidenti difficoltà: l’ agogica stringata di Luisi crea vistosi scollamenti sia tra le varie sezioni, sia nell’ intonazione degli strumenti, spesso vistosamente calanti, per non parlare del suono che sembra più un accavallarsi confuso di temi lanciati allo sbaraglio che l’ evocazione musicale di una furiosa tempesta emotiva e degli elementi. Un caos che purtroppo non aiuta a evidenziare le atmosfere generate dalla musica wagneriana e neanche il fraseggio orchestrale, massa informe e priva di un sostegno da parte del direttore. Una volta che il sipario si apre sulla nave di Daland tutto cambia ed i tempi così vorticosi, si mutano in un’ agogica densa e limacciosa che purtroppo perseguiterà l’ ascolto di tutta la recita. Dispiace ascoltare una compagine capace di ben altri risultati, incappare in un suono slegato, greve e dall’ intonazione sgradevole, procedere faticosamente fino alla fine arrancando  a causa di una sproporzionata dilatazione dei tempi e della totale mancanza di empatia dell’ interpretazione, che non regala alcun brivido e che nel sorreggere il canto dei singoli e soprattutto del coro, più volte mortificato nonostante un lavoro eccellente soprattutto della compagine maschile, cade in un marasma di difficile ascolto e comprensione. Eclatante in questo senso la direzione della “Ballata”, cuore del dramma, trattata con ingiustificata indifferenza e a rimorchio della Senta di Marjorie Owens, la quale è costretta a dettare i tempi giusti all’ orchestra attraverso la propria istintiva musicalità e non tramite il lavoro di concertazione ispirato dal podio.

Foto ©Terra project / Contrasto

Sarebbe anche abbastanza doloroso confrontare il cast del 1993 con quello proposto dal Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, e sono convinto che qualcosa in più dal punto di vista canoro si sarebbe potuto ottenere con una maggiore attenzione alla scelta delle voci, tutte purtroppo inadatte ai propri ruoli, nonostante la lunga frequentazione con Wagner vantata da ciascun membro del cast.  A Thomas Gazheli va certamente riconosciuto l’ impegno e lo sforzo vocale per risultare credibile, ma l’ emissione è granulosa su tutta la gamma e non può nemmeno sfoggiare acuti o gravi sonori, poiché la voce tende sempre ad andare indietro o a perdere il controllo della nota, convincendomi che la tessitura dell’ Olandese lo sovrasti completamente; il fraseggio generico e brado nel porgere le frasi e la mancanza di autentico carisma, sostituito dalla fatica nel reggere un ruolo così gravoso, non aggiungono nulla ad una prestazione purtroppo non sufficiente. Forse dovrebbe concentrarsi su ruoli più abbordabili come Gunther, Biterolf, Klingsor, restando a Wagner. Peggio vanno le cose con il Daland di Mikhail Petrenko: nominalmente basso, membro stabile del Teatro Mariinsky di San Pietroburgo e dall’ importante carriera internazionale, si presenta con una voce dal colore grigiastro, completamente secca, depauperata di armonici oltre ad essere problematica sia nel sostegno dell’ intonazione, sia nell’ articolazione delle frasi, tanto che il sospetto che “parli” il ruolo più che cantarlo possa risultare più che fondato. Tra febbraio e marzo affronterà al Teatro alla Scala la parte di Ivan nella Chovanščina di Mussorgsky, e spero di ascoltarlo in condizioni vocali migliori di quelle sfoggiate a Firenze nonostante il pessimismo che questa prova mi ha ispirato. Un po’ meglio le cose vanno con Bernhard Berchtold, titolare di fatto del ruolo di Erik dopo le prove non esaltati di Peter Tantsits. Tenore stabile della compagnia del Teatro di Duisburg, Berchtold si distingue per la voce sonora e schiettamente tenorile e per la dolcezza del registro centrale; alcune nasalità e la durezza del passaggio di registro e degli acuti, inquinano il suo intervento nel terzo atto, mentre più a fuoco risulta il duetto con Senta. Note poco liete anche per il Timoniere interpretato da un instabile e problematico Timothy Oliver e per la Mary disuguale e aspra di Annette Jahns; al contrario il coro preparato dal sempre lodevole Maestro Lorenzo Fratini coadiuvato da Ars Lyrica, anche in circostanze così poco serene, si è comportato con professionalità somma, solida musicalità e precisione nella compattezza, tanto da farsi ammirare nel virtuosistico inizio del terzo atto, dove nonostante una direzione tutt’ altro che facilmente sostenibile, il complesso ha mantenuto costante la concentrazione sfoggiando sia la propria potenza sonora che le consuete sottigliezze.

Foto ©Terra project / Contrasto

Insieme al coro, l’ unica componente del cast che si è distinta per bravura, convincimento e preparazione, si è dimostrata la Senta di Marjore Owens. Altro caso di artista che fa parte di una compagnia stabile, in questo caso della prestigiosa Semperoper di Dresda, la Owens è riuscita, da sola, a stupire tutti per la vocalità più ortodossa e stilisticamente adeguata al ruolo, che le permetteva di imporsi facilmente sui suoi colleghi. Un timbro da soprano lirico, chiaro, duttile, corposo al centro e svettante verso l’acuto, a suo agio nell’emissione, le ha permesso di dipingere una Senta adolescente, lontana dalle letture psichiatriche, ma più razionale, più ribelle, più arrogante. Molto buoni sia la musicalità che il controllo del fiato, opportunamente utilizzati per non farsi soverchiare dalle bizzarre tempistiche del Maestro Luisi, sia per dominare il muro orchestrale senza sforzo, nonostante qualche lieve tensione avvertibile sul passaggio di registro.
Ipnotica nella “Ballata” (in cui ha, in pratica, corretto l’ agogica del direttore), appassionata nel duetto con l’ Olandese, in cui era praticamente sola contro un Gazheli in difficoltà, e addirittura violenta nella perorazione finale e anche nei confronti del povero Erik, più volte scaraventato a terra brutalmente, la Owens ha convinto e meritato la calorosa ovazione che l’ ha accolta durante i tiepidi ringraziamenti finali. Poco da dire sulla regia di Paul Curran: le belle e funzionali scene di Saverio Santoliquido, che inquadrano i tre atti sul ponte di una nave, una filanda dotata di macchine da cucire al posto degli arcolai, e un piccolo porticciolo tra le rocce, facevano da cornice ad una narrazione assolutamente lineare e innocua. Certamente fa sorridere nel 2019 assistere a duetti amorosi che avvengono a svariati metri di distanza, o il ritratto dell’Olandese, fondamentale per Wagner, sostituito da anonimi “poster” da attaccare in instabile equilibrio al muro; e siamo al comico involontario davanti a proiezioni e “fantasmi” che avrebbero fortemente imbarazzato anche i visionari registi del cinema muto. Si fanno, però, apprezzare le luci dal sapore antico di David Martin Jacques ed i costumi appropriati di Gabriella Ingram, la quale osa nel caso di Senta un abito lungo diviso in tre parti e colorato di tre tonalità di verde sempre più scuro e opaco: un costume che vuole forse sintetizzare le sfaccettare della personalità di Senta: la donna consapevole, la figlia ancora bambina e la sposa fedele dell’ Olandese. Un tocco di grande interesse che aiuta meglio la definizione del ruolo. Come si è detto, applausi tiepidi per la compagnia, ma entusiasti nei confronti del coro e della signora Owens.

Alessandro Cortese

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