Staatsorchester Stuttgart – “Wie weit zu Gott?”

Foto ©Staatsorchester Stuttgart/FB

Dopo la Quinta Sinfonia eseguita due anni e mezzo fa, Marek Janowski è tornato sul podio della Staatsorchester Stuttgart per dirigere l’ Ottava, l’ altro monumento del corpus sinfonico di Anton Bruckner. Il pubblico ha riempito la Liederhalle al massimo della capienza in entrambe le repliche per ascoltare questo caposaldo del sinfonismo tedesco eseguito da uno tra gli ultimi direttori della vecchia scuola, un musicista attento e preparato che qui in Germania gode da anni di grandissima stima. Il settantanovenne direttore nato a Warschau e cresciuto in Germania è noto al pubblico internazionale degli appassionati soprattutto per alcune splendide incisioni operistiche come quella dell’ Euryanthe di Weber con Jessye Norman e Nicolai Gedda e i due cicli del Ring wagneriano realizzati con la Statskapelle Dresden e con la Rundfunk-Sinfonieorchester Berlin, complesso di cui Janowski è stato Chefdirigent per quattordici anni e col quale ha realizzato nel 2013 l’ incisione integrale delle opere di Wagner in una serie di esecuzioni dal vivo. Io ricordo molto bene la splendida interpretazione del Tristan und Isolde che Janowski realizzò alla Fenice di Venezia circa venticinque anni fa e che rimane nella mia memoria come una tra le migliori esecuzioni del capolavoro wagneriano da me ascoltate in teatro.

Ho già avuto modo più volte di scrivere come io nutra una particolare predilezione per i direttori di questo tipo: Marek Janowski, come i recentemente scomparsi Gerd Albrecht e a un livello più alto Kurt Masur, rappresenta una delle ultime incarnazioni viventi del Kapellmeister, inteso nel senso più nobile di questa definizione che non indica assolutamente il routinier praticone quanto piuttosto il vero uomo di teatro, umile servitore della musica e del palcoscenico. In un mondo musicale come quello odierno in cui i giovani rampanti del podio sembrano preoccuparsi troppo spesso di utilizzare il loro talento, spesso anche molto notevole, solo per fare i fenomeni, i direttori come Janowski rappresentano gli ultimi custodi di un patrimonio tecnico interpretativo fatto di segreti che non si studiano a scuola ma si apprendono solo con l’ esperienza pratica in un percorso fatto di Lehrjahre nei teatri minori prima di accedere ai grandi palcoscenici, un fatto pienamente esemplificato dalle carriere di maestri leggendari come Herbert von Karajan e Carlos Kleiber. In aggiunta a questo, Marek Janowski è un musicista che si è sempre tenuto distante dal mondo dello star-system preferendo guadagnarsi la stima degli intenditori, che da sempre apprezzano in maniera particolare le sue interpretazioni wagneriane e, in campo sinfonico, quelle delle Sinfonie di Bruckner, autore del quale il maestro è considerato uno degli esecutori più autorevoli nella nostra epoca.

Marek Janowski ha registrato in questi ultimi anni il ciclo integrale delle Sinfonie di Bruckner con l’ Orchestre de la Suisse Romande e l’ incisione ha ricevuto apprezzamenti lusinghieri da parte della stampa specializzata. Più che alla grandiosità epica di Furtwängler o Jochum, la concezione bruckneriana di Janowski si ispira in maniera abbastanza evidente a modelli come Hermann Abendroth, Bruno Walter e Oswald Kabasta nel suo ricercare sonorità asciutte e agili. La sicurezza di una tecnica sviluppata in lunghi anni di lavoro con molte delle massime orchestre mondiali gli permette di realizzare con grande lucidità analitica le complesse architetture di una partitura monumentale, che per dimensioni e complessità ha pochi termini di paragone in tutto il repertorio sinfonico. Nella versione originale del 1887, la Sinfonia N° 8 in do minore di Bruckner era infatti probabilmente la partitura più imponente che sia mai stata scritta: 2.080 battute, per una durata di quasi un’ ora e mezza, strumentate per legni a due, nel finale portati a tre, quattro corni, quattro tube, tre trombe, tre tromboni, bassotuba, timpani, piatti, triangolo, fino a tre arpe (womöglich, scrisse il Maestro quasi con timidezza nell’ autografo). Anche dopo i tagli e le modifiche alla strumentazione operate dall’ autore nella redazione delle stesura definitiva dopo che Hermann Levi aveva definito ineseguibile la versione originale  (con i legni portati ovunque a tre e l’ immissione del controfagotto, oltre a un diverso finale del primo tempo, alcuni tagli e diverse altre piccole modifiche in altri punti), eseguita per la prima volta in pubblico al Musikverein il 18 dicembre 1892, con i Wiener Philharmoniker diretti da Hans Richter, essa costituisce sempre un banco di prova fra i più impegnativi per un direttore e per un’ orchestra. L’ impostazione interpretativa scelta da Marek Janowski metteva particolarmente in risalto, più che la grandezza monumentale delle architetture strutturali, la ricchezza della strumentazione e il respiro delle linee melodiche. Il grandioso primo tempo era impostato su tempi generalmente abbastanza rilassati, dinamiche realizzate con grande finezza analitica e un’ esposizione lucida e attenta della grandiosa struttura del brano tramite un fraseggio asciutto e sonorità di severo splendore sinfonico. Lo Scherzo era realizzato con una flessibile mobilità ritmica e nelle ampie campate melodiche dell’ Adagio, una delle pagine in cui l’ ispirazione di Bruckner tocca i massimi vertici, il direttore polacco-tedesco è riuscito a trovare accenti di nobile, intensa cantabilità in un tono introverso e assolutamente privo di retorica, logico e coerente nella sua sobrietà. Anche la vertiginosa cavalcata del Finale è stata eseguita da Janowski in maniera abbastanza trattenuta e senza la minima concessione all’ enfasi, con grande precisione e scrupolo nella definizione delle linee strumentali realizzate in maniera eccellente da una Staatsorchester Stuttgart in grande forma, che ha superato in maniera davvero splendida la sfida costituita da una partitura di tale ampiezza e difficoltà esecutiva. Da lodare particolarmente la prova della sezione ottoni, che nell’ Ottava Sinfonia sono impegnati al massimo delle loro possiiblità e in questo concerto hanno suonato in modo impeccabile per intonazione, precisione e squillo. Il successo è stato vivissimo in entrambe le serate, con lunghi applausi a Janowski e all’ orchestra da parte di un pubblico che ha seguito con assoluta concentrazione una musica che gli appassionati tedeschi amano come pochissime altre.

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