Claudio Abbado, cinque anni dopo

Claudio Abbado con la Lucerne Festival Orchestra al Festspielhaus Baden Baden. Foto ©Stefanie Schweigert

“Senza Claudio la musica d’ Italia sarebbe stata diversa. È lui che ha veramente costruito, con il suo pragmatismo, con il suo rifiuto della retorica, delle parole vere, qualcosa di nuovo per la musica italiana. La cosa bella di Claudio è che è sempre stato creativo, non si è mai seduto su una visione statica, immobile nel suo fare musica”

(Luciano Berio, 2002)

Sono passati ormai cinque anni da quel lunedì in cui, di mattina presto, le agenzie di stampa comunicarono che Claudio Abbado era morto nella sua casa di Bologna. Quella sera io andai alla Liederhalle di Stuttgart per un concerto e nel foyer diversi appassionati, che mi conoscono e sanno che sono italiano, vennero a farmi le condoglianze come se fosse scomparso un mio parente. Uno di essi aveva addirittura le lacrime agli occhi mentre ricordava tutte le volte che aveva ascoltato dal vivo il Maestro. La memoria del grande direttore italiano è sempre viva nel pubblico tedesco e oggi i Berliner Philharmoniker onorano quello che dal 1989 al 2002 fu il loro Chefdirigent, succedendo a Herbert von Karajan, con una mostra nel foyer della Philharmonie, dove il busto in bronzo del maestro milanese è presente insieme a quelli dei suoi predecessori alla guida dell’ orchestra. Credo comunque che, a distanza di cinque anni, tutti noi appassionati di musica sentiamo ancora profondamente il vuoto lasciato dalla scomparsa di questo musicista straordinario. Parlando personalmente, a me la figura di Abbado manca ancora moltissimo anche se il senso di vuoto è in parte mitigato dalla presenza di un lascito discografico ricco e importante in tutti i suoi aspetti e dal ricordo di tante serate in cui ebbi la fortuna di ascoltarlo dal vivo. Io non voglio spendere molte parole in questa occasione, so bene che lui non lo avrebbe gradito. Del resto, la grandezza assoluta della sua arte direttoriale è già stata analizzata in più occasioni. Come mio personale contributo celebrativo, mi limito a proporre ai miei lettori alcuni documenti video. Si tratta di esecuzioni di brani da lui diretti che ebbi la grande fortuna di ascoltare dal vivo personalmente e che costituiscono altrettanti momenti significativi dell’ arte direttoriale di un musicista che mi ha accompagnato per tutta la mia vita di ascoltatore, tramite l’ ascolto dei suoi dischi e di decine di interpretazioni memorabili da me udite a Milano, Venezia, Ferrara, Bologna, Londra, Parigi, Vienna, Salisburgo, Berlino e Baden Baden.

Iniziamo con una stupenda testimonianza del lavoro svolto da Abbado con le orchestre giovanili, che ha costituito uno degli aspetti più rilevanti della sua attività di musicista ed educatore. Si tratta di un concerto con la European Community Youth Orchestra registrato il 15 agosto 1979 a Berlino nella Grosser Sendesaal des SFB. Il programma, che io avevo ascoltato quattro giorni prima alla Fenice di Venezia con diversi solisti, comprende l’ Ouverture Die Geschöpfe von Prometheus op. 43 e il Concerto n°4 in sol maggiore di Beethoven con Maurizio Pollini come solista e, nella seconda parte, A survivor from Warsaw di Arnold Schönberg con John Shirley-Quirk come voce recitante, seguito dalla Suite de L’ Oiseau de Feux di Strawinsky. La qualità altissima delle esecuzioni compensa ampiamente, credo, il livello tecnico non perfetto del video.

Il secondo video da me scelto è una testimonianza di Abbado interprete di Mahler. Per talento, concezione musicale e formazione culturale, Abbado è stato sicuramente l’ unico direttore italiano che possedesse i requisiti di base per scandagliare fino in fondo l’ universo del compositore boemo. Non è un caso perciò che il maestro abbia scelto la Seconda Sinfonia di Mahler per il suo debutto al Festival di Salzburg nel 1965. Senza ombra di dubbio le interpretazioni mahleriane di Abbado sono da collocarsi tra le massime della storia, per lucidità analitica e coinvolgimento espressivo, oltre che per la perfetta comprensione dello stile e la naturalezza e fluidità del fraseggio orchestrale. Tra le esecuzioni da me ascoltate dal vivo, sono rimaste indelebilmente impresse nella mia memoria la Prima Sinfonia al Salzburger Festspiele 1990, la Nona a Torino nel 1994 e la Terza a Ferrara nel 1998, tutte e tre con i Berliner Philharmoniker. Per approfondire le caratteristiche delle interpretazioni mahleriane di Abbado, propongo questo estratto da una conferenza sul tema tenuta dal critico milanese Paolo Petazzi nel 2004 durante le Gustav Mahler Musikwochen a Toblach

Nel repertorio di Claudio Abbado Mahler è una presenza costante ad altissimi livelli, almeno dal 1965: credo che di una specifica congenialità del direttore milanese per la musica di Mahler si possa parlare fin dall’epoca dei suoi primi successi internazionali. L’origine della sua confidenza con Mahler (e, vorrei aggiungere, con Berg, Schönberg, Webern) non ha radici italiane, e va probabilmente cercata piuttosto nel periodo della formazione viennese, dello studio con Hans Swarowski (1956). E non va separata dall’interesse per la musica nuova, per la ricerca musicale contemporanea. Su ciò dovremo ritornare. Fra i direttori italiani delle generazioni precedenti soltanto Bruno Maderna (1920-73), che nonostante l’intensissima attività direttoriale ci appare oggi in primo luogo come un compositore che dirigeva, aveva una analoga consapevolezza della grandezza di Mahler all’epoca della giovinezza di Abbado. Gli altri italiani che a Mahler si sono dedicati intensamente, come Giuseppe Sinopoli o Riccardo Chailly, appartengono alle generazioni seguenti. La formazione di Abbado è del tutto indipendente da quella di Maderna; ma anche nel caso di Abbado lo scavo nel mondo di Mahler si compie in una prospettiva aperta con la massima attenzione alla ricerca delle avanguardie storiche e dei protagonisti dei decenni successivi, fino a Ligeti o Berio o Nono o Rihm.
Con una sinfonia di Mahler, la Seconda, Abbado ebbe uno dei suoi primi successi internazionali, al Festival di Salisburgo nell’agosto 1965 (due anni dopo aver vinto a New York il Premio Mitropoulos, sette dopo il Premio Kussevitsky): quel concerto era anche il suo debutto con i Wiener Philharmoniker. Nel 1966 diresse la Sesta al Festival di Edinburgo, e nel 1968 assunse la direzione stabile dell’Orchestra della Scala. In questa veste diede un contributo determinante alla programmazione della stagione sinfonica, e subito progettò l’esecuzione di tutte le sinfonie di Mahler nell’arco di tre stagioni. Egli stesso diede inizio a questo ciclo alla Scala il 12 giugno 1969: diresse la Sesta insieme con il Quarto di Beethoven, poi nel 1970 la Terza e nel 1971 la Seconda. Era la prima volta, in Italia, che tutte le sinfonie di Mahler venivano programmate in modo organico, e mi pare significativo che si intrecciassero con il ciclo dedicato ad Alban Berg, il compositore viennese in cui l’eredità di Mahler è riconoscibile nel modo più diretto. Un solo esempio: nell’arco di pochi mesi il pubblico della Scala ebbe modo di ascoltare in giugno la Sesta di Mahler e in ottobre i Tre Pezzi op.6 di Berg, sempre diretti da Abbado e allora in Italia di rarissima esecuzione. Sebbene le sinfonie di Mahler (e i Lieder con orchestra) fossero affidate a direttori diversi e distribuite in tre stagioni di dodici o tredici concerti ciascuna, non pochi scrissero, allora, che lo spazio dedicato a Mahler nelle stagioni sinfoniche della Scala era eccessivo e troppo concentrato.
Di ciò oggi si può sorridere; ma ho voluto ricordarlo per far comprendere che la proposta di Abbado allora non era né ovvia né scontata: la Mahler Renaissance, iniziata negli anni Sessanta, si era manifestata in Italia nell’attività di studiosi come Luigi Rognoni o Ugo Duse, e nella traduzione del saggio di Adorno (dovuta a Giacomo Manzoni, 1966); ma nella concretezza della vita musicale le esecuzioni erano ancora abbastanza rare, e il ciclo voluto da Abbado alla Scala fu un contributo di grande rilievo. La morte prematura impedì a Bruno Maderna di proseguire le sue proposte mahleriane guidando l’Orchestra Sinfonica della RAI di Milano, di cui era divenuto direttore stabile nel 1971. Soltanto nel 1984-85, in un clima completamente mutato per ciò che riguarda l’ormai consolidata fortuna di Mahler, ci fu una nuova esecuzione completa delle sinfonie in Italia, a Venezia, con l’Orchestra della Fenice diretta da Eliahu Inbal.
Non intendo ora qui proporre degli elenchi e una cronologia per dare un’immagine completa della presenza di Mahler nell’attività di Abbado; ma vorrei ricordare almeno qualche fatto significativo per mostrare come dopo il concerto salisburghese con i Wiener nel 1965 la musica di Mahler sia stata spesso legata a momenti importanti della carriera del direttore milanese. Nel 1978, quando fu creata la European Community Youth Orchestra, Abbado dedicò la prima tournée alla Sesta di Mahler. Del 1987 è la fondazione della Gustav Mahler Jugendorchester, che emblematicamente prende nome da lui, perché aperta, fra l’altro, a paesi dell’antico impero asburgico. Nel 1988 le due orchestre giovanili furono riunite a Berlino nella Terza di Mahler, che era stata scelta da Abbado anche per il primo concerto della Filarmonica della Scala, da lui ideata nel 1982.
Nel 1985 Abbado, nella veste di direttore principale della London Symphony Orchestra, promosse a Londra un festival intitolato “Mahler, Vienna e il Ventesimo Secolo”, che fu affidato per la direzione a Hans Landesmann ed ebbe tra i consulenti anche Donald Mitchell (che su queste manifestazione ha scritto una testimonianza entusiastica nel volume su Abbado a cura di Ulrich Eckhardt). Per esempio nel concerto di apertura i filtratissimi echi mahleriani di Lontano di Ligeti precedevano il Concerto per violino di Berg e la Prima di Mahler. E nel programma del Festival c’erano, fra gli altri, Schönberg, Webern, Nono, Rihm.
La concezione del Festival londinese va ricordata qui perché ci offre l’occasione per ritornare su un argomento a cui ho accennato all’inizio: Abbado conosce a fondo e sa mettere in luce nella musica di Mahler gli aspetti che ce lo rendono più vicino, che ne fanno uno dei protagonisti del Novecento. Devo subito precisare che le interpretazioni mahleriane di Abbado non impongono questa consapevolezza in modo unilaterale e non hanno caratteri dimostrativi intenzionalmente ostentati. Sono interpretazioni totali, frutto di uno scavo analitico straordinariamente acuto e approfondito, ma aperto a tutti gli aspetti della poetica di Mahler, a quelli legati alla tradizione come ai presagi, ad esempio, di Berg e dell’Espressionismo, nella consapevolezza della peculiarità, della specificità della coesistenza, nella poetica di Mahler, di volti diversi, di memorie struggenti del mondo del primo Romanticismo come di apocalittiche visioni. La chiarezza e la profondità della penetrazione analitica di Abbado sanno cogliere con rara esattezza la complessità, le tensioni, le lacerazioni o le ambivalenze del denso fluire, dilatarsi e gesticolare degli organismi sinfonici mahleriani. La vocazione a evitare ogni esteriorità retorica, la ricerca di prosciugata essenzialità, di nitidezza, che pure appartengono alla personalità interpretativa di Abbado si uniscono in lui allo scavo analitico traducendosi in una peculiare tensione. Proprio la convergenza di scavo analitico, nitida e prosciugata ricerca di essenzialità, tensione incandescente, proprio l’insieme di questi aspetti determina la profonda congenialità di Abbado nei confronti di Mahler, la sua capacità di cogliere a fondo gli aspetti più complessi e inquietanti del suo mondo, diciamo pure anche quelli più moderni.
Come si è già detto, il rapporto di Abbado con Mahler si rivelò subito di grande rilievo, fin dai successi delle interpretazioni della Seconda e della Sesta, e trovò continue conferme man mano che, nell’arco di poco più di un ventennio, Abbado accolse tutte le sinfonie di Mahler nel suo repertorio, con lenta e graduale conquista. Anche le registrazioni furono compiute in tempi lunghi, tra il 1977/78 della Seconda e il 1995 dell’Ottava: di alcune sinfonie (Prima, Seconda, Terza, Quinta, Settima e Nona) esistono registrazioni diverse: con l’eccezione della Seconda le registrazioni più recenti sono legate al periodo della collaborazione con i Berliner e in particolare le ultime, Terza, Settima e Nona, sono dal vivo del 1999 e del 2001. Le differenze esistono e rivelano, mi sembra, delle affinità fra loro, come se si riconoscesse una linea di tendenza generale; ma in complesso mi sembrano meno importanti degli aspetti comuni, della continuità che pur con mutamenti caratterizza le linee d’insieme della ricerca interpretativa di Abbado in Mahler. Sia pur in termini piuttosto approssimativi direi che le differenze tra le registrazioni mahleriane della piena e della avanzata maturità sono meno evidenti e nette di quelle che separano, ad esempio le registrazioni di Abbado delle sinfonie di Beethoven. Non parlerei di un ripensamento radicale, ma di approfondimento di alcune scelte, in una direzione sempre più prosciugata, talvolta con tempi più serrati.
Sappiamo che con la sinfonia Mahler intendeva “costruire un intero mondo” e dava voce alla complessità e molteplicità di una esperienza del reale aperta e frantumata, con un’ansia demiurgica carica di prepotente energia. Nel manifestarsi di quella energia, di quell’ansia demiurgica alcuni sottolineano i legami con la tradizione ottocentesca: ciò vale per gli studiosi (ad esempio nel caso di Constantin Floros) come per gli interpreti. Di fronte agli aspetti dell’opera di Mahler che sembrano in qualche modo vicini al gigantismo di fine secolo, all’eclettismo o addirittura al Kitsch le soluzioni possibili per un direttore sono molte: Claudio Abbado sa cogliere come pochi le inquietudini, le tensioni visionarie dell’ansia demiurgica di Mahler, il senso di vertigine e di angoscia che appartiene anche a sinfonie come la Seconda e l’Ottava. Non per caso la sua concezione prosciugata e tesa della Seconda lo impose all’attenzione internazionale.

Il video che propongo è quello della Quarta Sinfonia eseguita nell’ agosto del 2009 con la Lucerne Festival Orchestra, il complesso con cui Abbado svolse gran parte della sua attività dopo la fine del suo mandato di Chefdirigent a Berlino.

In queste immagini il maestro appare profondamente segnato dalla malattia, come io stesso avevo avuto modo di constatare pochi mesi prima a Berlino in occasione di un concerto nel quale Abbado diresse una fulminante, straordinaria esecuzione di La Mer, incredibile per il minuzioso lavoro di cesello compiuto sulle dinamiche e destinata a rimanere nella memoria di quelli che erano presenti come un punto di riferimento assoluto nella storia interpretativa di Debussy.

Come terza testimonianza ho scelto la Messa di Requiem di Verdi, una partitura che Abbado diresse quasi ogni anno nel suo periodo di lavoro alla Scala e in moltissime altre occasioni. Nel mese di aprile del 1980 io ebbi il privilegio di assistere a una sua straordinaria esecuzione del capolavoro verdiano nel Duomo di Parma, con i complessi della Scala e, come solisti, Mirella Freni, Elena Obratzsova, Luciano Pavarotti e Ruggero Raimondi.  Ecco una foto di quella serata assolutamente indimenticabile.

Foto proveniente da collezione privata

Purtroppo non esistono documenti video delle esecuzioni scaligere, testimoniate solo dalla splendida registrazione audio pubblicata dalla Deutsche Grammophon nel 1981. Ho scelto quindi questo video di un concerto tenuto nell’ estate del 1982 alla Usher Hall di Edinburgh in cui Abbado dirige il Requiem verdiano con la London Symphony Orchestra, di cui in quegli anni era Music Director, e l’ Edinburgh Festival Chor. I solisti sono Margaret Price, Jessye Norman, José Carreras e Ruggero Raimondi.

La profonda, intensissima lettura del Requiem appartiene alle massime interpretazioni realizzate da Claudio Abbado nel corso della sua carriera. Del resto non si può fare a meno ri ricordare come, accostandosi al repertorio verdiano, il direttore milanese abbia sempre compiuto scelte di grande originalitá, privilegiando le opere che mettono in risalto le affinità di Verdi con la grande cultura sinfonica europea del suo tempo (Un ballo in maschera, Don Carlo) e quelle che presentano spunti di riflessione sul rapporto tra l’ uomo e il potere, come Simon Boccanegra e Macbeth, e ancora Don Carlo per molti aspetti. Le interpretazioni verdiane di Abbado appartengono alla storia della Scala prima e della Wiener Staatsoper poi, anche grazie alla presenza di cast eccezionali che oggi fanno pensare a un’ età dell’ oro che se ne è andata, probabilmente per sempre.

A cinque anni di distanza dalla sua scomparsa, la lezione di Claudio Abbado rimane viva in tutti i musicisti che hanno avuto la possibilità di lavorare con lui. Io personalmente, nel concludere queste note, posso solo ripensare a un percorso pluridecennale di ascolti, durante il quale ho avuto la possibilità di studiare l’ evoluzione di una figura direttoriale che ha rappresentato, per me e quelli della mia generazione, un punto imprescindibile di riferimento.

Credo sia opportuno concludere questo post commemorativo con queste bellissime parole di Abbado, che concludono la seconda edizione del libro di conversazioni Musica sopra Berlino, realizzato insieme a Lidia Bramani e dedicato alle stagioni realizzate a capo dei Berliner Philharmoniker. Nel passo che cito qui, Abbado si riferisce al ciclo “Liebe und Tod”, tema della stagione sinfonica 1998 – 99 dei Berliner, nel corso della quale venne eseguito il Tristan und Isolde di Wagner, ripreso in forma scenica all’ Osterfestspiele Salzburg nella primavera del 1999 con la regia di Klaus Gruber. Durante il ciclo berlinese vennero eseguite musiche di Berlioz, Schönberg, Strauss, Henze.

La morte, quando si lega all’ amore, può portare con sè il proprio opposto, vale a dire nuova vita. Forse è il segreto della lettura di questo tema da parte di Wagner, dovuta alla sua passione per il pensiero orientale. Se la morte è assenza e immobilità, l’ amore nasce da lei e a lei ritorna, ma così facendo ne smentisce l’ assolutezza. Per noi occidentali è più difficile capirlo. La musica, che poggia innanzitutto sulla memoria, sembra quindi più di qualsiasi altra forma artistica dare senso a questo modo di conseguire una morte che, attraverso l’ amore, dà vita.

(Claudio Abbado, Musica sopra Berlino. Conversazione con Lidia Bramani, 2° edizione aggiornata, Bompiani, Milano 2000, pag. 318)

Grazie ancora e arrivederci, Claudio!

3 pensieri su “Claudio Abbado, cinque anni dopo

  1. Gianguido,ti faccio i migliori complimenti per questo ricordo del Maestro tratteggiato con delicatezza e professionalità toccando alla fine le corde del sentimento.
    Un sentito ringraziamento.

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  2. Risiedendo a Milano, non posso dimenticare la felice stagione della Scala con Claudio Abbado. Non dimentico neppure le circostanze della sua uscita, che diede inizio al declino del teatro. Naturalmente, in queste cose le colpe non sono mai tutte da una parte, ma penso che la bilancia penda largamente a favore di Abbado, e a sfavore di chi ci privò di questo artista.
    Giusto mettere in rilievo gli eccezionali risultati del sodalizio artistico con Pollini e la felice tradizione dell’esecuzione annuale del Requiem di Verdi, anche se al tempo mi faceva un po‘ arrabbiare la scelta della chiesa di S.Marco, inadatta acusticamente. Aggiungerei solo che un interprete rossiniano così non si è più ascoltato.

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