Le cronache di Alessandro Cortese – Attila in diretta streaming dal Teatro alla Scala

Foto ©Marco Brescia/Rudy Amisano

Da diverso tempo ho smesso di scrivere a proposito degli spettacoli della Scala, soprattutto per mancanza di interesse verso una programmazione che non trovo molto interessante. Lascio quindi volentieri la parola all’ amico Alessandro Cortese, che ha seguito per noi la diretta video della serata inaugurale del 7 dicembre, la sera di Sant’ Ambrogio.

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Attila è opera da apertura scaligera o no?
Mentre ci si chiede sui forum, sui blog e sui social network, se e quanto quest’ opera fosse meritevole di aprire la stagione 2018/2019 del Teatro alla Scala, confondendo la sua storicità con il gusto personale in molti casi, Attila in scena ci è andato davvero e ha raccolto un quasi unanime consenso. A ragione, aggiungo io e in ogni caso fa bene alla cultura assistere a qualcosa che susciti così vivaci dibattiti e confronti. Purtroppo Riccardo Chailly ha deciso negli ultimi anni di intraprendere uno stile direttoriale alterno i cui esiti non hanno dimostrato sempre un livello di eccellenza. Spiace scriverlo, perché è evidente la cura tecnica riservata all’ orchestra e allo studio degli effetti delle sonorità, morbide nei momenti più lirici, esacerbate quando la musica evoca i fenomeni atmosferici e la tensione si trasforma in azione, ad esempio: eppure tante cure non riescono a trasformarsi in qualcosa di vivo e pulsante. Evidenti sono i richiami al Macbeth e all’ Ernani, grazie a un fraseggio sinistro, ma anche nobile quando sostiene il canto di Attila, Odabella ed Ezio; eppure l’ eccesso di lentezza, il riserbo espressivo spinto fino alla monotonia, la grevità dell’ insieme, il continuo trattenersi, conducono una tale lettura verso un risultato incongruo e spesso bizzarro. Prosciugare la sostanza dei momenti tragici e concitati, senza approfondire una via alternativa, spinge Chailly verso la negazione di una sottigliezza psicologica inutilmente ricercata. Va comunque riconosciuto al Maestro Chailly di averci fatto ascoltare la partitura nella sua integralità, con tutti i “da capo” e le variazioni, oltre ad averci offerto la gustosa particolarità dell’ inserimento nel III atto delle cinque battute scritte per diletto da Gioacchino Rossini. Un’ occasione in parte mancata che con maggiore coerenza e meno cerebralità, ci avrebbe potuto offrire una interpretazione inedita e non solo letargica.

Foto ©Marco Brescia/Rudy Amisano

Deciso pollice verso anche per il Foresto di Fabio Sartori, già impegnato nella precedente produzione scaligera di Attila del 2011: negli anni Sartori è riuscito a ritagliarsi una certa credibilità affrontando con decoro professionale e buona musicalità molte opere del primo Verdi, con esiti affidabili presso i teatri e le bacchette; il suo problema è sempre stato quello dell’ emissione sufficientemente sicura ma non solida soprattutto sul passaggio che suona sempre singhiozzato, il timbro querulo, gli acuti della fascia Sol-La indietro o schiacciati o ghermiti. Aggiungiamo anche che il fraseggiatore non riesce né ad essere credibile né fantasioso, rifugiandosi in una insipida genericità. Anche l’ aria alternativa “Oh dolore!” scritta per Napoleone Moriani nel 1846, in Re bemolle al posto del Do minore, più lunga, articolata, delicata e dall’ orchestrazione rigogliosa, sostitutiva della romanza “Che non avrebbe il misero”, con altro cantante avrebbe brillato decisamente meglio, invece di essere interpretata in maniera accademica e poco convinta. Ottimo invece il livello su cui si attesta l’ Attila di Ildar Abdrazakov: colpisce la voce da basso cantante dall’ emissione controllata ed elastica, oltre alla nobile bellezza del timbro che il cantante dovrebbe però evitare di inchiostrare il suono e lasciare che la voce si espanda libera senza bisogno di gonfiare il centro, già di per sè compatto ed espressivo. Di grande spicco sia la grande scena del secondo atto, dove le belle mezze voci e la sicurezza del registro acuto fanno tutt’ uno con un fraseggio preoccupato e persino penitente, sia l’ intenso finale dell’ opera. Meno incisivi risultano sia l’ ingresso, in cui il registro grave, a freddo, risulta leggermente sguaiato e il duetto con Ezio, privo com’ è dello scontro tra poteri e le contraddizioni dei due personaggi, lasciati a loro stessi anche dalla direzione di Chailly.

Grande rivelazione della serata il soprano Saioa Hernandéz, nel ruolo di Odabella: intendiamoci, la signora Hernandéz padroneggia la coloratura con qualche compromesso e qualche durezza, inoltre alcune note acute suonano leggermente aspre se prese di forza, ma nulla di preoccupante e non fa ascoltare brutture musicali; lo strumento è ampio, di bel colore lirico spinto del tutto personale, ricchissimo nel registro centrale e sonoro in quello grave; l’ interprete ha l’ accento giusto, molto dinamico e veemente, tanto da consigliarle di voler assottigliare e sfumare maggiormente l’ aria “Oh! Nel fuggente nuvolo”, anche perché l’ importanza della voce e la ragguardevole emissione lo permetterebbero, nonostante sia cantata molto bene. Svetta senza problemi anche nei concertati e si dimostra adeguatamente eroica sia nella micidiale “Santo di patria”, sia nel duetto con Foresto, in cui si percepisce la tenue dolcezza del personaggio, e nel disperato finale. La Hernandéz si conferma soprano di tutto rispetto da seguire dopo le belle prove ottenute non solo con questa Odabella, ma anche come Wally e soprattutto Gioconda. Emerge per bellezza del timbro da baritono chiaro, correttezza d’ emissione e padronanza dello stile l’ Ezio di George Petean, che riesce a bilanciare sia le ambiguità del ruolo, sia l’ arroganza politica che rappresenta con bel legato, buona omogeneità, un registro acuto agile ed esteso. Qualche accortezza in più dovrebbe dimostrarla nel registro acuto a volte un po’ ingolato, ma intonato e ricco di armonici, come qualche cautela in più non avrebbe guastato nella sfacciata puntatura addirittura al Si bemolle dopo la grande aria del secondo atto, che non riesce proprio rotonda. Successo personale per l’ Uldino incisivo di Francesco Pittari, sonoro, di bel timbro compatto e ottima presenza scenica, mentre meno a fuoco e decisamente gutturale è sembrato il Leone di Gianluca Buratto. Innegabile il contributo dell’ impegnatissimo coro preparato da Bruno Casoni, che stavolta privilegia non solo la forza, ma anche il lato più solenne, liricheggiante e patetico ottenendo un suono ovunque smaltato e brillante.

Foto ©Marco Brescia/Rudy Amisano

La passione per la citazione cinematografica è innegabile nel lavoro del regista torinese Davide Livermore, da sempre perno del proprio modo di intendere il Teatro, con esiti qualche volta eccellenti, a volte meno convincenti. In questo caso è evidente lo scavo nelle pellicole di Dreyer nella raffigurazione del popolo invaso, ma soprattutto della Cavani, Rossellini, Pasolini, Visconti, Brass, Caiano, Mattei, Batzella ed in quel genere caro agli anni ’70 chiamato Nazisploitation, per identificare la psicologia degli altri personaggi e delle truppe barbare e contestualizzare le atmosfere. A parte il gioco di riconoscere il film che ha ispirato questa o quella scena, o i richiami ad una ipotetica ricostruzione storica tra le due guerre mondiali, o la bellezza onirica del Tableau vivent attinto dal cinquecentesco capolavoro di Raffaello “Incontro di Leone Magno con Attila”, Livermore non si spinge mai fino in fondo ed edulcora i contenuti: è tutto molto lineare, ben recitato, ma mai troppo spinto o coraggioso. Non basta il taglio inferto alla mano di Odabella, o la goffa orgia di travestiti e prostitute della scena del banchetto (già musicalmente poco ispirata), oppure l’ aggressione finale ad un Attila inerme, la cui gola viene recisa da una elegantissima Odabella; o particolari poetici come le scene tra il popolo oppresso e Foresto che sembrano parodiare la Cavalleria rusticana o le proiezioni che narrano la storia, un po’ didascalica e confusa, del dramma di Odabella e di suo padre ucciso. Evidentemente anche una sorta di autocensura, lo ha costretto a rivedere certe idee, come la frantumazione iconoclasta della statua della Madonna, sostituita da un Vitello d’ oro francamente incongruo,  anche per non offendere taluni sindaci bigotti a digiuno con il linguaggio del teatro e della drammaturgia e sovrintendenti politicamente corretti, ai quali auguro di vedere per esemipo il Don Giovanni diretto da Deborah Warner nel ’95 (con il protagonista che seduce la statua della Vergine) oppure serate a base della straussiana Salome e della Sancta Susanna di Hindemith. Monumentali e sfarzose le scene diroccate di Giò Forma, forse troppo simili a quelle ideate per “Tamerlano” e “Don Pasquale”, sempre alla Scala e sempre per la regia di Livermore, ma senza dubbio di grande impatto; così come i costumi preziosi di Gianluca Falaschi e le luci in bianco e nero di Antonio Castro. Meno fascinosi i video firmati da D-wok. Successo pieno e caloroso, con applausi che hanno superato i quindici minuti per tutta la compagnia e qualche contestazione verso Sartori e Livermore.

Alessandro Cortese

 

(la recensione si riferisce alla diretta  video streaming del 7 dicembre)

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2 pensieri su “Le cronache di Alessandro Cortese – Attila in diretta streaming dal Teatro alla Scala

  1. Ho seguito anch’io la diretta anche se in parte. Mi soffermo solo sul finale del II atto che si dovrebbe chiudere con l’atto di sottomissione di Attila a Leone che pareva un imberbe (in tutti i sensi) anzichè il classico papa „anziano“. Il regista ha pensato bene invece di far accasciare su una panca Attila in posizione quasi dormiente. A mio avviso un insulto. E sono andato a rivedermi la stupenda interpretazione della stessa pagina del basso americano Samuel Ramey del 1990 sotto la direzione di Muti. Una interpretazione esemplare dove alla fine „il flagello di Dio“ si prostra davvero, come vuole il libretto, al papa con una intensità emotiva tale da strappare applausi e anche commozione.
    Vorrei citare due refusi tipografici:
    “ha racconto un quasi unanime consenso”
    “e lasciare che la voce si espandi libera”

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