Bayerische Staatsoper – Otello

Foto ©Wilfried Hösl

I miei lettori potrebbero legittimamente farsi una domanda: cosa ci faceva a una recita della nuova produzione di Otello alla Bayerische Staatsoper uno come me, la cui simpatia per la voce di Jonas Kaufmann è più o meno pari a quella del diavolo per l’ acquasanta? In sintesi, le risposte potrebbero essere le seguenti: il desiderio di rivedere in teatro, dopo diversi anni, un’ opera che io adoro da sempre; la curiosità di assistere personalmente a uno spettacolo di cui tutto il mondo musicale internazionale sta discutendo; infine, perché no, anche la curiosità di valutare l’ attuale stato di forma della voce del Supertenore 2.0. Va detto subito che il successo di pubblico è stato indiscutibile, con molta gente che prima dell’ inizio cercava a tutti i costi di procurarsi un biglietto e applausi convinti alla fine per tutti i protagonisti, culminati in un vero e proprio trionfo per Kirill Petrenko. La critica tedesca ha invece accolto la produzione con diverse perplessità di giudizio, che mi trovano sostanzialmente d’ accordo per i motivi che adesso cercherò di spiegare. Iniziando dalla direzione d’ orchestra, a Petrenko vanno tributate le giuste lodi per una prestazione tecnicamente davvero eccezionale. Il futuro Chefdirigent dei Berliner Philharmoniker scatena sonorità apocalittiche nella tempesta iniziale, cura la dinamica con una precisione infallibile ed è anche abilissimo a graduare le sonorità orchestrali in modo da non sovrastare mai le tre voci dei protagonisti, tutte di spessore abbastanza limitato. I complessi della Bayerische Staatsoper mettono in pratica le intenzioni del loro Generalmusikdirektor con una prestazione di altissimo livello per compattezza e precisione. Ma la freddezza nelle pagine che richiederebbero espansione lirica, come il duetto d’ amore qui reso con una glaciale, fastidiosa indifferenza e la mancanza assoluta della pietà verso Desdemona erano davvero innegabili. Molto bella la resa drammatica del secondo atto, in cui il progressivo precipitare di Otello nella trappola tesagli da Jago era evidenziato davvero molto bene. Notevole anche la severa atmosfera tragica ottenuta da Petrenko nel terzo atto, con un concertato eccellente per la chiarezza delle linee vocali e il sottofondo orchestrale che esprimeva una cupa e stupefatta angoscia. A corrente alternata invece la direzione del quarto atto, in cui la scena di Desdemona peccava anch’ essa di freddezza anche se il finale era risolto con una concitazione drammatica molto ben resa dall’ orchestra. Ma al di là di tutto questo, io sinceramente non ho capito che concezione interpretativa fosse quella di Petrenko. Non la spietata progressione drammatica di Toscanini, nella quale Otello e Desdemona erano solo fantocci inermi stritolati da un destino inesorabile; non l’ alternanza di squisito lirismo e scatti drammatici selvaggi immaginata da Karajan; nemmeno la drammaticità tesa, implacabile che un Carlos Kleiber sapeva sottolineare come pochi altri. Praticamente, l’ interpretazione di Petrenko a mio avviso non riusciva a sintetizzare tutti i particolari davvero splendidi in una concezione coerente. Forse, pensando alla timbrica orchestrale affilata e tagliente di molte pagine, l’ idea del direttore siberiano era quella di un Otello visto come anticipazione del Wozzeck, ma l’ uxoricidio compiuto dal protagonista dell’ opera di Alban Berg non ha le stesse motivazioni di quello del condottiero della Serenissima. Sintetizzando, la direzione di Petrenko non mi è sembrata allo stesso livello della sua bella prova nei Meistersinger da me ascoltata in settembre.

Foto ©Wilfried Hösl

La messinscena di Amélie Niedermeyer alla critica tedesca, e anche a me personalmente, è piaciuta pochissimo. Quello che ho visto io sulla scena era in pratica la solita seduta di analisi psicologica collettiva tipica di certo Regietheater, ambientata in un interno stile Ottocento che richiamava alla mente l’ atrio di un collegio per educande dell’ epoca guglielmina oppure la sala d’ attesa di una buona agenzia di pompe funebri. Su questo sfondo, visivamente raddoppiato da una struttura mobile, si svolgeva tutta la vicenda di una coppia coniugale che fin dall’ inizio sembra sopportarsi reciprocamente davvero poco, vista la gestualità tra il freddo e lo schifato con cui Otello e Desdemona agiscono durante il duetto d’ amore. Davvero fastidiosa era poi la scelta di rappresentare la tempesta come un incubo mentale di Desdemona, con il coro completamente nascosto nell’ oscurità. I movimenti di massa erano banali, con il culmine in un’ entrata degli ambasciatori al finale del terzo atto nettamente anticipata rispetto al punto indicato con precisione nella partitura: una cosa che Verdi non avrebbe mai tollerato. Tacciamo dei costumi in stile KiK (popolare discount tedesco di abbigliamento, dai prezzi molto economici) e dell’ idea di raffigurare un Otello bianco in omaggio, forse, a un politically correct da BILD Zeitung o da rivista femminile di genere gossip, tipo quelle che sfogliano le donne di bassa cultura e/o estrazione sociale durante l’ attesa dal parrucchiere. Lo spettacolo era poi decisamente brutto anche dal punto di vista estetico, come si può vedere anche da questa foto dopo la quale chiudo il discorso relativo alla regia perché a me di queste cose, in definitiva, interessa pochissimo anche il solo parlarne.

Foto ©Wilfried Hösl

Veniamo adesso a occuparci dei cantanti, iniziando dal Superdivo planetario Jonas Kaufmann. Prima di andare a München ho ascoltato, partitura alla mano, la diretta radiofonica della prima e poi la diretta video in streaming. L’ ascolto dal vivo ha confermato pienamente l’ idea che mi ero fatta: Kaufmann non ha la voce di Otello e con questa frase si potrebbe anche chiudere subito il discorso. Nei primi due atti il tenore bavarese sforza fino al limite dell’ urlo una voce che non riesce mai a svettare al disopra dell’ orchestra, nonostante la grande cura impiegata da Petrenko nel dosare il tessuto strumentale, si strozza sistematicamente sulle note di passaggio e questo scurimento artificiale del suono, ottenuto tramite l’ affondo estremo della laringe, provoca tra le altre cose anche uno squilibrio timbrico davvero fastidioso in tutta la lunga scena con Jago del secondo atto, perchè la voce di Otello suona nettamente più scura rispetto a quella del baritono. Nel terzo atto Kaufmann, che è un attore intelligente, cerca di rendere il progressivo annientamento psicologico del protagonista ma ci riesce solo in parte perchè le mezzevoci nel monologo gli restano in gola e la forza percussiva del declamato richiesta da Verdi nella scena con gli ambasciatori è nettamente al di sopra delle sue possibilità. Migliore il quarto atto, anche per la compostezza della recitazione, ma non basta a salvare una prestazione largamente insufficiente soprattutto per la mancanza assoluta di un mezzo vocale adeguato al ruolo.

Anja Harteros è una cantante dalla quale ho più volte sentito cose abbastanza apprezzabili nel repertorio tedesco ma che non mi è mai sembrata convincente in quello italiano. Rispetto alla mediocrità vocale dimostrata come Leonora, Elisabetta e Amelia la sua prestazione in questo caso è stata sicuramente migliore anche perché la tessitura di Desdemona non è quella del tipico soprano drammatico verdiano. Purtroppo, quando la voce deve scendere in prima ottava come nel concertato del terzo atto, la Harteros fa percepire quello che i vecchi maestri di canto chiamavano scalino, ossia il buco nelle note del primo passaggio dovuto a un’ imperfetta saldatura dei registri. Il settore acuto inoltre suona spesso stridulo e qualche volta di intonazione incerta. Anche dal punto di vista del fraseggio la cantante non domina mai completamente la scansione italiana, con effetti a volte fastidiosi tipo il “fioria la speme e il baTSCHo” nel finale terzo. Discreti il Salice e l’ Ave Maria ma sempre nell’ ambito di un’ interpretazione abbastanza monotona e banale oltre che scenicamente insulsa, tutta impostata su un eterno sorriso mesto, un’ espressione fra l’ imbambolato e l’ attonito, mani che coprono le orecchie nervosamente, passeggiate al rallentatore.

Foto ©Wilfried Hösl

In questa situazione, il vero trionfatore vocale della serata è stato lo Jago di Gerald Finley. Avevo ascoltato il baritono canadese come eccellente Amfortas nel Parsifal con Simon Rattle a Baden-Baden e anche in questo Otello la sua prova è stata di notevole rilievo per intelligenza interpretativa e resa vocale. Uno Jago caratterizzato scenicamente da una costante mobilità in bilico tra il fatuo e il nervoso, che dice le sue malignità con un tono svagato e quasi senza dimostrare di preoccuparsi delle conseguenze. Una vera e propria incarnazione della banalità del male, resa con un fraseggio ricchissimo di sottigliezze e che corrispondeva in pieno alla concezione della parte come Verdi l’ aveva immaginata. Dal punto di vista vocale, Finley ha una voce di timbro chiaro messa in rilievo da un’ eccellente gestione tecnica e perfettamente omogenea in tutta la gamma, che il cantante è in grado di piegare a tutte le sottigliezze dinamiche richieste dal ruolo con un’ intelligenza di fraseggio e un dominio della parola scenica davvero ammirevoli. Anche la pronuncia, a parte qualche inflessione anglosassone, è curata con scrupolo e molto ben rifinita nei dettagli. Sicuramente, di gran lunga il miglior elemento in un cast completato da parti di fianco professionali nella resa ma non particolarmente degne di menzione. Il successo, come ho detto all’ inizio di questo post, è stato notevole per tutti ma la Harteros, Finley e soprattutto Kirill Petrenko hanno ricevuto applausi molto più intensi di quelli destinati a Jonas Kaufmann. Evidentemente anche il pubblico di un teatro come la Bayerische Staatsoper, dove il tenore monacense è uno fra i beniamini degli appassionati, questa volta non è rimasto entusiasta della prova del Superdivo. Per quanto mi riguarda, nessuna delusione: la serata mi ha dato esattamente quello che mi aspettavo. Un’ ottima produzione da grande teatro ma, fatta eccezione per lo Jago di Gerald Finley, niente che fosse degno di passare alla storia.

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2 pensieri su “Bayerische Staatsoper – Otello

  1. Ho seguito lo streaming anch’io e concordo quasi completamente su tutto: cantanti, direttore d’orchestra e sceneggiatura. La prima perplessità, seguita da altre, riguarda l’ingresso di Otello nel primo atto il quale fa ampi gesti verso Desdemona come per dire “ho tante cose in mente che … tu forse non se la prima”. Insomma un obbrobrio, ma lì a Monaco , a mio avviso, non ne capiscono molto su come debbono essere cantate e interpretate le opere italiane.

  2. Stimme so gut wie in allem zu, auch was Hateros’ baTSCHo angeht und was Petrenko angeht, bin im Gesamturteil allerdings ein bisschen positiver.

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