Le cronache di Alessandro Cortese – “Elektra” alla Scala

Foto ©Marco Brescia/Rudy Amisano

Alessandro Cortese, da qualche tempo collaboratore fisso del blog, questa volta ha seguito per noi la ripresa scaligera di Elektra, il capolavoro di Richard Strauss, nel celebre allestimento di Patrice Chéreau.

 

                                            “ELEKTRA” al Teatro alla Scala

Ricordo ancora con grande partecipazione emotiva le recite scaligere della nuova produzione di Elektra presentata al Teatro alla Scala nel 2014: posso dire con orgoglio di avervi assistito e di conservare tuttora un indelebile ricordo delle grandi personalità artistiche coinvolte: i memorabili Herlitzius, Meier, Pape, sulla scena, la direzione sconvolgente di Esa-Pekka Salonen ed il meraviglioso testamento teatrale di Patrice Chéreau del quale viene, giustamente, ripreso l’ allestimento.

I confronti possono arricchire culturalmente, nel contempo possono trasformarsi in un esercizio impietoso e sterile: eppure lo spirito critico non può fare a meno di confrontare, e per quanto una persona si sforzi, non ci si può estraniare totalmente dalle evidentissime diversità riscontrabili nella ripresa di uno stesso titolo. La magia a volte riesce, in altri casi resta il rimpianto per un’ occasione che, con qualche aggiustamento, avrebbe potuto offrire molto di più. Atteso e gradito ritorno è stato quello dell’ ormai veterano Maestro Christof von Dohnanyi sul podio del Teatro alla Scala, il quale dopo l’ esperienza operistica del Moses und Aron di Schönberg nel 1977 e una serie di concerti improntati all’ esplorazione del suo repertorio d’ elezione, dal romanticismo al ‘900 europeo, tornava sul podio del Piermarini forte della sua esperienza decennale con  questo titolo straussiano, a lungo diretto e approfondito. Dopo aver onorato la prima, il quattro novembre, il Maestro von Dohnányi ha dovuto rinunciare alle altre sei recite a causa di una grave indisposizione che lo ha costretto all’ immediato trasferimento a Monaco di Baviera per provvedere alle cure del caso. Gli rivolgiamo i più sinceri auguri per una pronta guarigione e speriamo che il pubblico possa rivederlo sul podio scaligero per l’ Idomeneo previsto nel 2019. Al suo posto si è reso gentilmente e urgentemente disponibile Il Maestro Markus Stenz, direttore appassionato conoscitore e divulgatore dei compositori novecenteschi, che i milanesi potranno riascoltare alla guida della prima assoluta dell’ opera di György Kurtág Finale di partita e già presente alla Scala nel 1991 per l’ opera di Hans Werner Henze Lo sdegno del mare e nel 1996 per un concerto su musiche di Igor Stravinski, George Benjamin, Franco Donatoni e Luciano Berio. Nonostante la mancanza di prove, visto il brevissimo lasso di tempo a disposizione, la direzione del Maestro Stenz possiede il pregio di mantenere compatta l’ orchestra, di garantire la precisione di ogni attacco, nonostante un tempo indugiante che favorisce poco le voci sul palcoscenico. Nulla, però, può fare per superare o mascherare talune  sciatterie dell’ orchestra riscontrabili nella secchezza negli archi ed in un certo stridore dei legni e degli ottoni, questi ultimi anche manchevoli nell’ intonazione. In tali circostanze è impossibile un giudizio sul fraseggio o su un’ idea interpretativa proposta dal direttore o sulle atmosfere suscitate: la bacchetta si disimpegna con ammirevole dignità di intenti e il pubblico ringrazia con cortesia.

Foto ©Marco Brescia/Rudy Amisano

Il cast vocale merita un discorso a parte: parliamo di voci, soprattutto nel caso delle tre protagoniste, davvero molto piccole e facilmente coperte dall’ orchestra, comunque tenuta a un volume non debordante, e udibili solo quando la regia posizionava i loro movimenti al proscenio. In un altro teatro, avendo a disposizione delle cantanti di questo genere, si sarebbe optato per mettere in scena magari una Arabella, senza nulla togliere alle difficoltà del titolo, o un’ opera meno sfibrante per voci che non possiedono l’ acciaio richiesto e che avrebbe permesso loro di brillare con maggior costrutto. Ammiro molto il soprano Ricarda Merbeth, la cui voce luminosa e la sensibilità schietta vengono esaltata da ruoli lirici o spinti in molte occasioni, frequentando Wagner, Strauss, Berg, Beethoven con spesso buoni e ottimi risultati; ma la sua è e rimane una voce molto più adatta a Chrysothemis che ad Elektra, di cui queste recite rappresentano il debutto, e non perché in passato voci come la sua non abbiano affrontato un tale colosso (Annie Krull, prima interprete, ma anche Christel Goltz, Hildegard Behrens , Eva Johansson, la stessa Evelyn Herlitzius grandissima interprete delle recite del ’14), ma tutte padroneggiavano naturalmente l’ accento giusto, possedevano la scansione drammatica e la robustezza tecnica per affrontarlo. La signora Merbeth, altrove splendida Chrysothemis, semplicemente è una Elektra più infantile e dispettosa che tragica, più monotona che preoccupata di far affiorare le ragioni della sua tormentata psiche, troppo affaticata e preoccupata a centellinare i suoi massacranti interventi per preoccuparsi di creare un personaggio che vada oltre alla fanciulla ribelle. Fatica che la costringe a bere per ben tre volte dalla fonte posta a destra della scena! E se i centri ed i gravi vengono indeboliti da una scrittura che la sovrasta, almeno il registro acuto è udibile e solo nella scena dell’ agnizione del fratello e nel finale, ovvero il primo un momento più disteso e lirico ed il secondo sollecita il registro acuto, la voce può finalmente apparire più libera, ma senza coinvolgere emotivamente l’ascoltatore. Per fortuna viene graziata con i tre tagli tradizionali. Almeno la Merbeth avrebbe dato lustro alla produzione se fosse stata scritturata non per la protagonista, ma per sua sorella, in questo caso interpretata, purtroppo, da Regine Hangler. Gravemente insufficiente la performance di questo soprano dalla voce troppo chiara, linfatica e priva sia di colori timbrici che delle necessarie sfumature del fraseggio, e nonostante gli sforzi profusi anche piuttosto sgradevole nell’ intonazione incerta, oltre che scialba e insignificante come interprete. Anche nel suo caso si può parlare di errore di casting, a parere mio.

Foto ©Marco Brescia/Rudy Amisano

Da sempre tra le mie cantanti preferite Waltraud Meier è una delle poche artiste a riappropriarsi del ruolo della produzione originale. La signora Meier si trova in questo momento della sua importante e lunga  carriera a circoscrivere le sue partecipazioni teatrali a Waltraute, a occasioni speciali come la sua sorprendente Ortrud bayreuthiana che sancisce l’addio al ruolo, e, appunto, Klytaemnestra di cui è interprete ormai fondamentale. Se il carisma dell’ attrice è ancora non solo intatto, ma addirittura calamitante; se la sua presenza scenica riesce a sovrastare i colleghi attraverso l’ insistenza di quei gesti esasperati, di chi si trova a dover lottare non solo con la materializzazione dei propri incubi e con l’ orrore dei delitti commessi, ma anche con l’ affetto ripudiato verso una figlia amata e respinta, non si può tacere dello stato vocale. La proiezione vocale è opaca e quindi il volume poco percettibile, mentre il timbro, quando la voce si sente, è certamente intatto e permette di affrontare il ruolo con una classe superiore, arricchito da quel fraseggio in cui la femminilità orgogliosa e dubbiosa sono scavate con profondità chirurgica, ma le durezze dei registri sono evidenti e in alto la voce tende ad andare indietro. L’ Aegisth di Roberto Saccà non solleva di certo le sorti dello spettacolo nella sua querula routine, mentre solo lodi verso quel grande artista che dimostra sempre di essere Michael Volle. Il timbro scuro, sonoro e controllato su tutta la linea, il fraseggio glaciale che si frange con calore solo durante il ricongiungimento con la sorella che rapidamente lascia spazio alla protervia omicida, la dizione ammirevole, il suo stare immobile in scena guardando tutto dall’ alto ed i piccoli gesti che tradiscono il timore, fanno del suo cameo un momento toccante e indimenticabile. Fa davvero piacere reincontrare il parterre delle seconde parti, che possono vantare i nomi, la professionalità e l’ affidabilità di Renate Behle, Roberta Alexander, Anna Samuil, Bonita Hyman, Judit Kutasi, Violetta Radormiska, Frank von Hove, Michael Laurenz, Ernesto Panariello, tutti meritevoli non solo di menzione, ma di un caloroso plauso.

La cosa che più affascina nell’ ormai storico allestimento del compianto Patrice Chéreau, ripreso in questa occasione da Peter McClintock, è la possibilità di resistere da solo a serate non propriamente riuscite come questa. Intatta è la bellezza della scena di Richard Peduzzi, con quei muri perpendicolari che al mutare delle fascinose ed estive luci di Dominique Bruguière e Marco Filibeck, sembrano assumere connotazioni lisce o screpolate: quell’ abside centrale che si spalanca come un occhio osceno, o che sembra urlare come l’ eco degli omicidi che nasconde, che si sigilla come uno scrigno osceno o si spalanca come una voragine davanti al geometrico cortile, produce ancora una paurosa suggestione. Intatta è rimasta la cura dei gesti, così ben definiti e differenziati, così da identificare la personalità di ogni personaggio: dal moto perpetuo e marionettistico di Elektra, a quella urgente di Chrysothemis, fino alla profondità inusitata che sottolinea i personaggi secondari o la potenza delle singole scene come la scoperta del cadavere di Klytaemnestra da parte di Aegisth grazie alla danza beffarda di una Elektra che illumina il corpo con la luce della candela, che purtroppo alla recita si è spenta. Grande teatro, rigoroso, logico, di effetti, contrasti e affetti.
Il pubblico alla fine applaude cordiale tutta la compagnia, premiando la Merbeth, Volle e la Meier (la quale sparisce inspiegabilmente durante i ringraziamenti collettivi). Qualche comprensibile contestazione viene riservata alla Hangler.

La recensione si riferisce alla recita del 7 Novembre 2018

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