Staatsorchester Stuttgart 1. Kammerkonzert “Fish for five”

Foto ©Staatsorchester Stuttgart/FB

Dopo il trionfale successo del Lohengrin inaugurale e del primo concerto sinfonico, a proposito dei quali tutta la stampa tedesca è stata unanime nel sottolineare la qualità delle prestazioni strumentali, la Staatsorchester Stuttgart ha dato inizio anche al ciclo dei Kammerkonzerte. Qui in Germania tutte le grandi orchestre sinfoniche hanno nei loro programmi un ciclo dedicato alla musica da camera che viene sempre curato con particolare attenzione. Si tratta infatti di un’ attività importantissima per il pubblico, che in queste serate ha la possibilità di ascoltare un repertorio variegato e spesso di rara esecuzione, ma anche per gli strumentisti, in quanto consente di esercitare e sviluppare quella capacità di ascolto reciproco che è un requisito assolutamente necessario per chi suona in una formazione orchestrale. Essendo io da sempre un grande appassionato di musica da camera, cerco di frequentare quanto più spesso mi è possibile questo tipo di serate e non ho voluto mancare il primo appuntamento annuale del ciclo, al quale prendeva parte in veste di pianista anche Cornelius Meister, il nuovo Generalmusikdirektor della Staatsoper Stuttgart. Il trentottenne direttore nativo di Hannover, che io seguo da tempo e ho segnalato più volte nei miei resoconti come il musicista per me più dotato della giovane generazione di direttori tedeschi, ama molto il repertorio da camera e quando ha assunto la guida artistica del teatro di Stuttgart ha espressamente richiesto di poter prendere parte anche ai Kammerkonzerte. Il pubblico degli appassionati di queste parti è arrivato numeroso alla Liederhalle per ascoltare Cornelius Meister e gli strumentisti della Staatsorchester nel Quintetto in la maggiore D. 667 per piano e archi Die Forelle di Schubert, che prende il nome dal quarto movimento in cui il tema del celebre Lied su testo di Christian Friedrich Daniel Schubart viene sviluppato in cinque stupende e intensissime Variazioni.

Foto ©Staatsorchester Stuttgart/FB

Il Quintetto è un lavoro che sotto l’ apparenza di una scorrevole serenità nasconde diversi problemi per gli esecutori, soprattutto in termini di equilibri sonori delicati da realizzare anche per la distribuzione strumentale insolita, che prevede il contrabbasso al posto del secondo violino di solito impiegato nella formaziona classica del quartetto d’ archi. Occorre una grande cura nel fraseggio di insieme e nel dosaggio complessivo delle sonorità per evidenziare pienamente l’ eleganza fluida delle linee melodiche e la luminosità leggera della paletta timbrica prescritte da Schubert. Nella loro esecuzione Cornelius Meister e le quattro prime parti della Staatsorchester (Gustavo Surgik, violinista; Madeleine Przybyl, violista; Francos Gouton, violoncellista e Burkhard Mager, contrabbasso) hanno risolto brillantemente tutte le difficoltà realizzando un’ interpretazione che è risultata perfettamente riuscita sotto tutti i punti di vista. Cornelius Meister è un pianista tecnicamente inappuntabile, dotato di un suono pulito e limpido che si univa efficacemente alla tinta morbidissima degli archi nel creare un’ atmosfera incantevole per bellezza timbrica complessiva e fascino nella resa conferita alle linee melodiche. Anche qui come nelle serate operistiche e sinfoniche, l’ intesa di Cornelius Meister con il modo di far musica degli strumentisti dell’ orchestra di Stuttgart è sembrata assolutamente completa. Un’ altra prova eccellente, per me ulteriore conferma della personalità e del temperamento versatile dal punto di vista interpretativo che fanno di questo giovane un musicista completo e dalla maturità notevole, soprattutto in rapporto all’ età.

Foto ©Staatsorchester Stuttgart/FB

Di ottimo livello anche la seconda parte del concerto, che proponeva un altro vertice assoluto della letteratura cameristica, il Quintetto in si minore op. 115 per clarinetto e archi di Johannes Brahms. Claude Rostand nella sua celebre biografia del compositore amburghese descrive questo lavoro come “Una delle più belle pagine del periodo autunnale della vita di Brahms I…Ì una grande, rassegnata confessione intrisa di un’ atmosfera melodica colma di tenerezza”. E infatti sembra davvero che i colori scuri e morbidi del clarinetto siano il fattore espressivo principale del tono clima intimo e meditativo, pervaso da una sorta di malinconico distacco, sul quale si basa questo splendido brano. Il clarinetto è uno strumento per il quale Brahms provò negli ultimi anni della sua vita un grande interesse ispiratogli dall’ incontro con uno straordinario strumentista, Richard von Mühlfeld, che ricopriva la carica di primo clarinetto presso la Meiningen Hofkapelle. Il senso di struggente malinconia e di intima delicatezza spirituale, così caratteristiche dello stile di Brahms. nella sua ultima fase creativa, trovano in questa pagina una tra le espressioni più compiute dal punto di vista artistico. In questa esecuzione, altri quattro componenti della sezione archi della Staatsorchester Stuttgart (Sonoko Imai-Stastny e Yuan-Wen Cheng, violini; Madeleine Pryzbyl ancora alla viola e Guillaume Artus, violoncellista) suonavano insieme al clarinettista Nemorino Scheliga, ventitreenne originario di Dortmund la cui prestazione è sembrata eccellente soprattutto nell’ Adagio, una pagina di densissima definizione timbrica aperta da una sobria e cantabile melodia di tre note discendenti, con gli archi in sordina, a partire dalla quale lo strumento a fiato è protagonista quasi assoluto. Ma anche negli altri movimenti i cinque strumentisti hanno reso alla perfezione il clima intimistico e la calda pastosità dei colori strumentali richiesti dalla scrittura brahmsiana in questo brano. Successo assai vivo, per un concerto complessivamente davvero notevole.

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